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Una boccata d'aria
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una boccata d'ariaL'idea mi venne il giorno che ebbi la mia nuova protesi.

Ricordo bene quel mattino. Verso le otto meno un quarto sgusciai dal letto e m'infilai in bagno giusto in tempo per chiuderne fuori i bambini. Era una spaventosa mattina di gennaio, col cielo sporco, d'un grigio-giallastro.

Giù in basso, dal quadratino di finestra del bagno potevo vedere le dieci iarde per cinque d'erba, con una siepe di ligustro intorno e una striscia di terra nuda al centro, che noi chiamiamo giardino posteriore. Dietro ogni casa di Ellesmere Road c'è lo stesso giardino interno, ci sono gli stessi ligustri e la stessa erba. Unica differenza, dove non ci sono bambini non c'è striscia di terra nuda al centro.

 Stavo cercando di radermi con una lametta che non tagliava, mentre l'acqua scorreva nella vasca da bagno. Dallo specchio mi venne incontro la mia faccia, e sotto, in un bicchiere posato sulla mensola sopra il lavabo, i denti che appartenevano alla faccia.

Era l'apparecchio provvisorio che Warner, il dentista, mi aveva dato da portare in attesa che fosse pronto quello nuovo. Francamente non ho una brutta faccia. È una di quelle facce rosso mattone che stanno bene con i capelli color burro e gli occhi celesti. Non sono mai diventato grigio o calvo, grazie a Dio. e quando avrò i denti nuovi probabilmente non dimostrerò i miei anni: quarantacinque. Presi nota mentalmente d' comprare le lamette, entrai nella vasca e cominciai a insaponarmi. Mi insaponai le braccia (ho quel genere di braccia tozze punteggiate di efelidi fino al gomito), poi afferrai la spazzola per la schiena e m'insaponai le scapole, che in altro modo non riesco a raggiungere.

È un bel guaio, ma ci sono diverse parti del corpo, ora, che non riesco a raggiungere. Lo verità è che ho una certa tendenza a ingrassare. Non che sia un soggetto da baraccone: peso poco più di novanta chili, e l'ultima volta che mi sono misurato alla vita ero cento o centoventicinque, non ricordo più. E non sono un grasso "schifoso", non ho una di quelle pance che cascano a metà sopra il ginocchio. Sono soltanto un po' largo di fianchi, con una certa tendenza ad assumere la forma di barile. Conoscete il tipo di grasso attivo, cordialone. il tipo atletico, vigoroso, che va sono il nomignolo di Fatty o Tubby ed è sempre l'anima della compagnia? Ecco, sono quel tipo. Fatty mi chiamano di preferenza. Fatty Bowling. Il nome vero è George Bowling. Ma in questo momento non mi sentivo la vita e l'anima della compagnia. E constatai improvvisamente che, strano, adesso sono quasi sempre di cattivo umore, di prima mattina, sebbene dorma sodo e digerisca bene. Sapevo che cos'era naturalmente: era quella maledetta protesi. Ingrandita dall'acqua del bicchiere, mi sogghignava come una fila di denti in un teschio. Le gengive che si toccano danno una sensazione disgustosa, una sensazione di vizzo e di raggrinzito, come quando si addenta una mela acerba.

E poi, dite quel che volete, la protesi è una pietra miliare. Quando l'ultimo dente naturale se ne va. l'epoca in cui ci si può illudere d'essere uno sceicco hollywoodiano è finita per sempre. E io ero grasso e quarantacinquenne. Mi alzai per insaponarmi tra le gambe e diedi un'occhiata d'insieme a me stesso. Tutte storie che i grassi non riescano a vedersi i piedi; ma è un fatto che, se sto ritto, riesco a vederne solo la metà anteriore. Nessuna donna, pensai mentre manovravo il sapone intorno alla pancia, mi guarderebbe due volte, a meno di pagarla all'uopo. Non che in quel momento avessi un particolare desiderio di essere guardato due volte da una donna. Ma mi venne in mente che quella mattina ci sarebbero state delle buone ragioni per essere di umore più gaio. Per cominciare, non lavoravo. La vecchia carretta sulla quale "copro" la mia zona (è necessario dirvi che sono nel ramo assicurazioni: "La Salamandra Volante", vita, incendio, furto, gemelli, naufragio, tutto insomma) era temporaneamente in rimonta, e sebbene dovessi fare un salto all'ufficio di Londra per lasciar giù certe scartoffie, in effetti mi prendevo quel giorno di libertà per andare a ritirare la protesi nuova.

E poi c'era un'altra faccenda che da qualche tempo mi rigiravo in testa: possedevo diciassette sterline, cosa di cui nessuno era al corrente: nessuno in famiglia, voglio dire. Era andata cosi. Un tale della nostra ditta, certo Mellors, aveva messo le mani su un libro intitolato L'astrologia applicata all'ippica, in cui si dimostrava come equalmente tutto dipenda dall'influsso esercitato dai pianeti sui colori che veste il fantino. Be'. in questa o quella corsa c'era una cavalla di nome Sposa del Corsaro, che tutti davano come perdente; ma il colere del suo fantino era il verde, e questo, sembra, era appunto il colore dei pianeti che si trovavano a salire sopra l'orizzonte. Mellòrs, che in que­sta storia dell'astrologa si era tuffato fino al collo, aveva deciso di puntare sulla cavalla parecchie sterline e mi pregò in ginocchio di fare altrettanto. Alla fine — più che altro perché la piantasse — rischiai dieci scellini, sebbene di regola io non scommetta mai. Comunque, sta di fatto che Sposa del Corsaro tagliò netto il traguardo.

Non ricordo esattamente la posta, ma la mia parte risultò ammontare a diciassette sterline. Per una specie d'istinto - piuttosto curioso, e probabilmente indicativo di un'altra pietra miliare nella mia vita - buono buono le depositai in banca e non dissi nulla a nessuno. Non avevo mai fatto una cosa simile, prima di allora. Un buon marito e padre le avrebbe spese in un vestito per Hilda (che è mia moglie) e in scarpe per i bambini. Ma da quindici anni filati ero un buon marito e padre, e cominciavo ad averne abbastanza. Quando mi fui insaponato da cima a fondo, mi sentii meglio e mi allungai nella vasca pensando ai diciassette bigliettoni e al modo di spenderli. Mi parve che le alternarne fossero: passare il week-end con una donna, o consumarlo tranquillamente assaporandomi sigari e doppi whisky Avevo appena girato il rubinetto per aggiungere un po' di acqua calda, e stavo pensando alle donne e ai sigari. quando ci tu un baccano come un orda di bufali giù per i due gradini che conducono alla stanza da bagno. Erano i bambini, naturalmente. Due bambini in una casa delle dimensioni della nostra, è come far stare una pinta di birra in un boccale da un quarto.

Ci fu un fre-netico scalciare, poi un grido di angoscia: «Papa! Voglio entrare!» «Non puoi. Gira al largo.» «Ma papa, ho voglia di andare in qualche posto!» «Va in un altro, allora. Via di li! Sto tacendo il bagno.» «Papaaa Ho voglia di andare in un postooo!» Ahimè! Conoscevo il segnale d'allarme. Il w.c. è nella stanza da bagno. E dove, se no. in una casa come la nostra.- Sganciai il tappo e mi asciugai, parzialmente, pili in fretta che potei. Quando aprii la porta. Billy - il piccolo di sette anni — mi saettò al fianco prima che una sventola colpisse il bersaglio sulla sua testa. Ero già quasi vestito, e stavo cercando una cravatta, quando scoprii che il mio collo aveva .incora tracce di sapone. Che schifo avere il collo insaponato. ti dà una disgustosa sensazione di appiccicaticcio. e il buffo è che. per quanta cura tu metta nello strofinarti, una volta scoperto che hai il colio pieno di sapore. ti senti appiccicaticcio per tutto il resto della giornata. Scesi a pianterreno di cattivo umore e pronto a rendermi antipatico.

La nostra sala da pranzo, come le altre sale da pranzo di Ellesmere Road. è un ambientino di sei iarde per cinque, o fors'anche di cinque per tre e la credenza giapponese in legno di quercia con i due boccali vuoti e il porta uovo d'argento che la mamma di Hilda ci ha dato come regalo di nozze, non lascia libero molto spazio. La mia vecchia Hilda se ne stava accigliata dietro la Teiera, nel solito stato di allarme e di sgomento perche il "News Chronicle" aveva annunciato che il prezzo del burro stava crescendo, o roba del genere. Non aveva acceso la stufetta a gias e sebbene le finestre fossero chiuse faceva un freddo maledetto. Io mi chinai per avvicinare un fiammifero al beccuccio espirando piuttosto torte dal naso (chinarmi mi fa sempre gemere e sbuffare) come una specie di richiamo a Hilda. e lei mi diede l'occhiatina di traverso che sempre mi da quando pensa che taccio qualcosa di stravagante. Hilda ha trentanove anni, e quando la conobbi sembrava una lepre, né più né meno. Come ora, del resto: solo che si è fatta molto esile ed è piuttosto avvizzita. con uno sguardo perpetuamente ansioso e meditabondo: e quando è pili agitata del solito ha preso il vezzo di inarcare le spalle e incrociare le braccia sul petto come una vecchia zingara davanti al fuoco.

George Orwell - Una boccata d'aria