Le Nostre PoesieANTIPASTI

ANTIPASTO Certezza appaga l'amaro gusto delle cose delle conseguenze un insicurezza che rafforza incertezze Cambiamento verso il quale dirigo il primo e l'ultimo pensiero Idea che sia la...
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Le Nostre PoesieI Sogni del Fior di Loto

Quanti dubbihanno attraversato,come zoccoli ritrosie schizzantidi cavalli insicuri,il mio fiume terreno?Quanti fiori di lotohanno intrecciatoi sogni?Quanti sguardihanno varcatogli oceani,quante idee...
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Le Nostre PoesieVALORI O LIBERTA' ?

Incontri, spontanei saluti, vita a dimensione umana, la libertà vera dove la trovo? Annegata nel normale vivere, il mio spirito sento in gabbia! Maria Rosa Cugudda  
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Un mondo senza fine
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un mondo senza fineGwenda aveva otto anni, ma il buio non le faceva paura.
Quando aprì gli occhi non vide nulla, però non fu questo a spaventarla.

Sapeva di trovarsi al priorato di Kingsbridge, nel lungo edificio di pietra chiamato ospitale, stesa a terra su un giaciglio di paglia. Accanto a lei era sdraiata la ma­dre; dal tiepido profumo, Gwenda comprese che stava allat­tando il piccolo, ancora senza nome. Vicino alla mamma c'erano il papa e poi il fratello maggiore Philemon, di dodi­ci anni.

L'ospitale era affollato, e benché la bambina non riuscisse a vedere le altre famiglie coricate sul pavimento, stipate co­me pecore in un recinto, percepiva l'odore acre dei loro corpi caldi.

All'alba sarebbe stato Ognissanti, che quell'anno cade­va di domenica e quindi era un giorno particolarmente be­nedetto. La sera che lo precedeva, la vigilia, era un momento pericoloso in cui gli spiriti maligni circolavano liberamente. Al pari della famiglia di Gwenda, centinaia di persone erano accorse a Kingsbridge dai villaggi vicini per trascorrere la fe­sta entro i confini consacrati del priorato e assistere all'alba al servizio religioso. 

Come tutte le persone di buonsenso, Gwenda temeva gli spiriti maligni, ma ancor più la terrorizzava quel che avreb­be dovuto fare durante la funzione.
Scrutò nell'oscurità cercando di non pensarci. Sapeva che nella parete di fronte a lei c'era una finestra ad arco priva di vetri - solo gli edifici più importanti avevano vetri alle finestre -, con appena una tenda di lino a riparare dalla fredda aria autunnale. Tuttavia non scorse alcun bagliore grigia­stro nel punto in cui doveva trovarsi l'apertura, e se ne ral­legrò. Sperava che il mattino tardasse ancora.

Non c'era nulla da vedere, ma molto da ascoltare. La pa­glia che copriva il pavimento frusciava in continuazione, ogni volta che la gente si agitava o cambiava posizione men­tre dormiva. Un bimbo si mise a piangere, forse svegliato da un brutto sogno, e fu subito tranquillizzato da un affettuoso bisbiglio. Di tanto in tanto qualcuno farfugliava una mezza parola nel sonno. Da qualche parte arrivarono i rumori di due persone che stavano facendo le cose che tutti i genitori facevano ma di cui non parlavano mai, quello che Gwenda chiamava "grugnire", perché non sapeva come definirlo al­trimenti.
Molto presto scorse una luce. Dalla porta a est del lungo stanzone, dietro l'altare, entrò un monaco con una candela in mano; l'accostò a un accenditoio posto lì accanto e con quello fece ardere le lampade alle pareti. Ogni volta la sua lunga ombra si proiettava sul muro come un riflesso, men­tre l'accenditoio incrociava la propria sullo stoppino del lume.
La luce crescente illuminò le file di corpi indistinti raggo­mitolati a terra, avvolti in mantelli di lana grezza o addos­sati ai vicini in cerca di calore. I malati occupavano i paglie­ricci accanto all'altare per trarre il massimo beneficio dalla sacralità del luogo. Sul lato opposto, una scala conduceva al piano superiore, dove erano alloggiati i nobili in visita: in quella occasione, il conte di Shiring con alcuni membri della sua famiglia.

Il monaco si sporse verso Gwenda per accendere il lume sopra la sua testa e sorrise nell'incrociarne lo sguardo. Lei ne studiò il viso alla tremula luce e riconobbe in lui frate Godwyn. Era giovane e bello, e la notte precedente aveva rivolto a Philemon parole gentili.
Vicino a Gwenda c'era un'altra famiglia del suo villaggio: Samuel, un prospero contadino con un vasto podere, la mo­glie e i due figli, il più piccolo dei quali, Wulfric, era un bambino pestifero di sei anni, convinto che lanciare ghian­de alle femmine e poi darsela a gambe fosse la cosa più di­vertente del mondo.
La famiglia di Gwenda non era ricca. Il padre non posse­deva terre e faceva il bracciante per chiunque fosse disposto a pagarlo. Il lavoro non mancava mai durante l'estate, ma dopo il raccolto, quando cominciavano i primi freddi, spes­so pativano la fame.
Per questo lei era costretta a rubare.

Immaginò di essere sorpresa in flagrante: una mano forte l'afferrava in una morsa, mentre lei si dibatteva disperata­mente; una voce profonda e crudele diceva: "Bene, bene, ec­co una ladruncola"; il dolore e l'umiliazione delle frustate, e poi la cosa peggiore, la straziante sofferenza di vedersi moz­zare la mano.
Suo padre aveva già subito quella punizione: il braccio si­nistro terminava in un orrendo moncherino rattrappito. Se la cavava bene con una mano sola, riusciva a maneggiare la pa­la, a sellare un cavallo e perfino a costruire una rete per cattu­rare gli uccelli, e tuttavia era sempre l'ultimo bracciante a ve­nire ingaggiato in primavera e il primo a essere lasciato a casa in autunno. Non poteva cercare lavoro fuori del villag­gio, perché l'amputazione lo marchiava come ladro e quindi nessuno era disposto ad assumerlo. Negli spostamenti, co­priva il moncherino con un guanto imbottito per non essere scansato da ogni estraneo che incontrava, ma l'espediente non ingannava a lungo le persone.
Gwenda non aveva assistito alla punizione del padre, su­bita prima che lei nascesse, ma se l'era spesso immaginata, e in quel momento non riusciva a smettere di pensare che la stessa cosa sarebbe accaduta a lei. Nella mente vedeva la la­ma della scure abbattersi sul suo polso, tranciando pelle e ossa fino a recidere per sempre la mano dal braccio. Dovette serrare i denti per impedirsi di gridare a squarciagola.
I pellegrini cominciavano ad alzarsi; si stiravano, sbadi­gliavano, si stropicciavano gli occhi. Gwenda si mise in pie­di e si rassettò i vestiti. Aveva ereditato tutti gli indumenti dal fratello maggiore: sopra una camiciola di lana lunga fino alle ginocchia portava una tunica fermata in vita da un cordone di canapa; i calzari, un tempo allacciati, avevano gli occhielli ormai laceri e le stringhe si erano consumate, per cui li legava con paglia intrecciata. Infilò i capelli in un berretto di code di scoiattolo e fu pronta.
Incrociò lo sguardo del padre, che le indicò furtivamente una famiglia: una coppia di mezza età con due figli poco più grandi di lei. L'uomo, basso e magro, aveva la barba rossa e ricciuta. Stava affibbiandosi la spada, il che lo identificava come armigero o cavaliere: alla gente comune, infatti, non era concesso portare la spada. La moglie era una donna esile e accigliata, dai modi bruschi.
Mentre Gwenda li studiava, frate Godwyn li salutò ri­spettosamente con un cenno del capo. «Buongiorno, sir Gerald, lady Maud.»

Gwenda vide che cosa aveva attirato l'attenzione del ge­nitore: la borsa che sir Gerald teneva appesa alla cintola con una cinghietta di cuoio. Una borsa rigonfia che poteva con­tenere parecchie centinaia di sottili penny d'argento e mo­netine da mezzo e da un quarto di penny, i soldi che circola­vano in Inghilterra: una quantità di denaro che suo padre avrebbe guadagnato in un anno, se fosse riuscito a trovare lavoro, sufficiente per sfamare tutta la famiglia fino all'ara­tura di primavera. Forse quella borsa conteneva addirittura monete d'oro straniere, fiorini fiorentini o ducati veneziani.
Gwenda portava al collo un piccolo coltello in un fodero di legno. Grazie alla lama affilata avrebbe potuto tagliare con un colpo deciso la cinghietta e far cadere la borsa nella sua mano, a meno che sir Gerald, avvertendo qualcosa di strano, non l'avesse bloccata prima...
Godwyn alzò la voce per sovrastare il brusio. «Per amore di Cristo, che ci insegna la carità, la colazione sarà servita dopo la messa di Ognissanti» disse. «Per intanto, è possibile dissetarsi all'acqua pura della fontana nel cortile. Ricordate, prego, di usare le latrine esterne: non si orina qui dentro!»
Frati e suore erano rigorosi in fatto di pulizia. La sera pre­cedente, Godwyn aveva sorpreso un bambino di sei anni mentre faceva pipì in un angolo e lo aveva buttato fuori con tutta la famiglia. Senza un penny per pagarsi la taverna, sa­rebbero stati costretti a passare la fredda notte di ottobre sul pavimento di pietra del portico nord della cattedrale. An­che gli animali erano banditi. Hop, il cane a tre zampe di Gwenda, era stato scacciato. La bambina si chiese dove avesse trascorso la notte.

Quando tutti i lumi furono accesi, Godwyn aprì il massic­cio portone di legno. Gwenda sentì l'aria pungente della notte sulle orecchie e sulla punta del naso. Gli ospiti si strin­sero nei mantelli e cominciarono a defluire. Quando sir Gerald e i familiari si incamminarono, il papa e la mamma si misero in fila dietro di loro, seguiti da Gwenda e Philemon.
Fino ad allora era stato Philemon a rubare, ma il giorno prima, al mercato di Kingsbridge, aveva rischiato di essere acciuffato. Si era lasciato sfuggire di mano un vasetto di co­stoso olio che aveva arraffato dal chiosco di un mercante ita­liano; per fortuna non si era rotto nel cadere, però tutti aveva­no visto. Il ragazzino se l'era cavata sostenendo di averlo accidentalmente urtato sul banco.
Philemon, fino a poco tempo prima basso e poco appari­scente come Gwenda, nel corso dell'ultimo anno era cresciu­to parecchio, la voce si era fatta profonda e lui si muoveva in modo goffo e maldestro, come se non riuscisse ad abituarsi alle nuove dimensioni del suo corpo. La sera precedente, do­po l'incidente del vasetto d'olio, il papa aveva dichiarato che Philemon era ormai troppo grande per rubare cose di valore, e quindi da quel momento sarebbe stato compito di Gwenda farlo.
Era per questo che lei aveva dormito così male, quella notte.
Il vero nome di Philemon era Holger. All'età di dieci anni aveva deciso di farsi frate, per cui aveva annunciato a tutti che da quel momento si sarebbe chiamato Philemon, un no­me molto più adatto a un religioso. Stranamente la maggior parte delle persone si era mostrata condiscendente verso quel suo desiderio, mentre i genitori avevano continuato a chiamarlo Holger.

Ken Follet - Un mondo Senza Fine