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Quando cielo e terra cambiarono posto.
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Quando cielo e terra cambiarono posto«Soffocatela!» disse l'ostetrica a mia madre appena io venni al mon­do.

Pesavo meno di un chilo e avevo un aspetto davvero orribile, si­mile a quello di un gattino. Mia madre aveva quarantun anni quan­do mi aveva concepito, e perciò era preoccupata per la sua capacità di partorire un figlio sano e sopravvivere. Quando le si ruppero le acque, stava lavorando nei campi in mezzo a una bufera. Mentre correva verso casa, con il liquido tiepido che le colava tra le gambe, gridò a mio padre: «Trong, chiama subito la levatrice!» cosa che lui sapeva bene di dover fare, avendo avuto già due maschi e tre fem­mine prima di me.

 Di conseguenza, io venni al mondo molto piccola ma anche di fi­bra forte. Mia madre replicò alla levatrice: «La seppellirò quando smetterà di respirare. E ora, via da qui».
Mia madre era nata nel 1908 nel villaggio di Man Quang, sul fiu­me Thu Bon. Quando era giovane, era alta più di un metro e mezzo, una statura considerevole per una vietnamita.

Aveva bei capelli, lunghi e neri, e quando li tagliava, di solito una volta all'anno, le donne del villaggio si radunavano e le offrivano denaro per quelle ciocche tagliate, chiamate cai chang, che poi rivendevano ai fabbri­canti di parrucche della città. Questa era una fonte di reddito per le donne del villaggio, e i capelli lunghi e sani di mia madre erano sempre pagati più degli altri. In genere, però, mia madre li dava ai suoi parenti, in modo che una parte del suo corpo rimanesse in fa­miglia. Io ne prendevo spesso qualche ciocca, non per guadagnarci, ma perché erano belli e anche perché era raro vederglieli sciolti. Il duro lavoro dei campi le imponeva di tenerli raccolti.
A causa del mio particolare appetito e del fatto che mia madre era di mezza età, lei rimase ben presto senza latte. Tentò invano di tro­vare qualche balia disposta a sostituirla, ma anche loro non voleva­no avere a che fare con quel fagotto informe. Di conseguenza mia madre era costretta a mungere la nostra bufala e ad alimentarmi con il latte che si faceva sgocciolare lungo le dita. Questa era l'ultima ri­sorsa, perché tutti sapevano che i neonati difficilmente diventavano robusti con il latte di bufala. Ma io mi rifiutavo ostinatamente di morire, e così mi fu dato il soprannome di con troi nuoi, colei che è nutrita da Dio, il quale sembrava in grado di provvedere a me come a chiunque altro.
Nonostante il mio fisico gracile, mia madre diceva che ero molto sveglia. Mi parlava di continuo e mi raccontava tutto ciò che faceva. Penso che sia questo il motivo del vivido ricordo che ho di lei, e an­che della mia mancanza di rancori nei confronti dei famigliari e de­gli abitanti del villaggio che desideravano la mia morte. Come posso fargliene una colpa se speravano una fine delle mie sofferenze? In ogni caso, appena diventai abbastanza grande per convincerli che sarei rimasta al mondo, loro mi presero a cuore.
Quando ho imparato a camminare, mia sorella Lan, che aveva ot­to anni più di me, mi portava a giocare con gli altri bambini. Un giorno, mentre giocavamo in quelle strade polverose, la gente prese a gridare e il cielo a tuonare. La terra tremava come per un terremo­to e giganteschi serpenti con molte teste sibilavano tutt'intorno. Pur non vedendoli, sapevo che erano serpenti, perché gli abitanti del villaggio gridavano che stavano ritornando i "diavoli", e sapevo che dovevano avere molte teste perché sibilavano così forte. Sapevo an­che che erano giganteschi, perché facevano tanto rumore. Gli sputi dei serpenti si abbatterono sul villaggio, schizzando di sangue gli abitanti. Quando arrivarono i mostruosi serpenti, mia sorella Lan mi prese tra le braccia e mi trascinò di corsa in una delle trincee scavate lungo la strada. Mentre ce ne stavamo rannicchiate come animaletti rintanati, lei mi cantò all'orecchio:
Arrivano i francesi, arrivano i francesi,
il cannone bombarda la nostra terra, fuggiamo!
Echeggiano i colpi di cannone,
come un canto, tutto il giorno!


Nonostante il tremendo frastuono e le pareti di terriccio che crol­lavano intorno a noi, Lan intonava le parole come un lieto canto di lavandaie, e ciò rallentava il battito del mio cuore. Sapevo che finché lei mi era accanto sarei stata al sicuro.
Quando cessò quel rumore, scivolammo fuori dalla trincea simili a topolini impauriti. Talvolta, dopo altre incursioni, arrivavano nel nostro villaggio i padroni dei serpenti. Erano uomini giganteschi che puzzavano perché erano grossi e sudati, e spesso dovevano stri­sciare in mezzo agli escrementi. A volte mi prendevano in braccio, mi facevano le boccacce e mi facevano saltare, oppure mi davano dolciumi e qualche liquido scuro da bere, appiccicoso e dolciastro. Alcuni degli stranieri erano neri di pelle, ma erano perlopiù bianchi, con il volto dipinto di segni neri, e a causa delle loro facce spavento­se li chiamavamo ma duong rack mac, cioè "facce sfregiate". Avevano lunghi nasi, occhi rotondi e portavano buffi berretti, zaini sulle spal­le, e tante pentole, padelle, coltelli e frutti metallici appesi ai loro cinturoni di tela da poter essere scambiati per venditori ambulanti. Camminavano barcollando e non si muovevano come le persone normali. Assomigliavano in ogni senso ai demoni di cui parlavano le nostre storie: avevano lunghi denti, corna che spuntavano da ogni parte, facce come quelle dei cavalli o dei maiali, e facevano il fuoco e il rumore dei draghi. Anche quelli che si mostravano amici ci terro­rizzavano.
Appena giungeva il segnale che i serpenti mostruosi stavano per arrivare, mia madre mi metteva dentro una piccola cesta di bambù, avendo io la dote naturale di occupare poco posto, e fuggivamo con tutta la famiglia: mia sorella Hai, la maggiore, che era fidanzata, mia sorella Ba Xuan, di quattro anni più giovane di Hai, mio fratello Bon Nghe, che era il prediletto di mia madre, mia sorella Lan, che si prendeva spesso cura di me, e mio fratello Sau Ban, che era il più vi­cino a me per età. Io ero chiamata "Bay" Ly, perché ero la sesta fi­glia, e Bay significa appunto "sei". I numeri erano utili soprannomi, visto che esistevano tanti nomi uguali.
A volte fuggivamo a Da Nang, dove eravamo ospitati dallo zio Nhu, generalmente solo con gli abiti che indossavamo. Durante il viaggio ci accampavamo in magazzini abbandonati e spesso non avevamo niente da mangiare. Mia madre allora ci radunava e ci can­tava la canzone della nostra triste storia:

Oggi, nel nostro villaggio,
una grande battaglia è stata combattuta,
i francesi ci uccidono e ci arrestano,
i campi e i villaggi bruciano,
la nostra gente corre al vento,
chi al nord, chi al sud,
a Xam Ho, a Ky La.
Quando corrono si voltano a guardare,
e vedono le loro case in fiamme.
E piangono: Oh mio Dio,
le nostre case sono scomparse,
dove andremo a posare il capo?
Oggi nel nostro villaggio,
una grande battaglia è stata combattuta,
vecchi e bambini sono stati uccisi.
I nostri occhi sono pieni di lacrime
mentre guardiamo e domandiamo a Dio:
Perché il nemico è così crudele?

Al nostro ritorno scoprivamo che, come diceva la canzone, il mo­stro aveva alitato su molte case e le aveva ridotte in cenere. Una vol­ta, anche la nostra fu bruciata.
In quella occasione avevamo udito l'allarme ed eravamo fuggiti nel cuore della notte, senza avere il tempo di prendere niente con noi. Ero particolarmente spaventata, perché nostro padre ci aveva lasciato quasi subito, e lo rivedemmo soltanto al nostro ritorno, do­po una settimana, quando trovammo la nostra casa ridotta in mace­rie fumanti. Mentre uscivo dalla mia cesta, potevo udire ancora il mostro che ruggiva in lontananza. Scoppiammo tutti a piangere nel vedere le ceneri ancora fumanti di quella che era una volta la nostra casa. Mio padre e mia madre andarono poi a ispezionare il podere e i canali che lo circondavano , e videro con sollievo che la terra non aveva subito danni irreparabili. Come per magia, mio padre andò a prendere nella foresta i nostri cimeli di famiglia e l'altare degli ante­nati, insieme con alcuni mobili e gli attrezzi agricoli. Era rimasto in­fatti nel villaggio per salvare ciò che poteva dalla furia del mostro. Senza nemmeno concedersi una pausa di sonno, mio padre e mia madre si accinsero subito a ricostruire la casa.

A poco a poco dimenticai il mostro e il suo alito infuocato. Mia madre mi portava nei campi oppure mi lasciava a casa affidandomi a mia sorella Lan. La terra era ancora fertile, eppure l'attività agrico-lai veniva spesso interrotta e tutto il villaggio viveva nell'inedia. A volte dovevamo mangiare radici e bucce di banane e di arance, e tut­to ciò che riuscivamo a trovare tra i rifiuti. Mio padre e i miei fratelli andavano a pescare quando potevano, ma la pesca non è il mestiere dei contadini. A volte andavano anche nella giungla per catturare i topi delle foreste - più grossi e più sani di quelli di città - che mia madre cucinava come conigli. Ma ciò avveniva di rado: a cacciare non erano più bravi che a pescare.

Un giorno, quando la situazione si era fatta davvero preoccupan­te, mio padre portò a casa un po' di patate dolci, e capimmo tutti che le aveva rubate. Il nostro raccolto era andato distrutto, le patate non crescevano spontaneamente e lui non aveva denaro per comperarle. Quella sera noi ragazzi ci riempimmo la pancia, mentre i nostri ge­nitori mangiarono foraggio per animali, crusca per maiali e germo­gli di bambù. Mio padre non voleva rubare, ma non sopportava di lasciar morire di fame i suoi figli. Soltanto dopo ho capito quanto avevano sofferto i miei genitori in questo periodo, e allora ho giura­to solennemente che sarei sempre stata una figlia ubbidiente ed esemplare. Sarei rimasta accanto a loro, una volta divenuta grande, e li avrei aiutati nella vecchiaia. Niente mi avrebbe impedito di ripa­garli del loro amore.

Anche mia sorella Lan prese questo impegno, e per qualche tem­po diventò il mio angelo custode. Ero sempre pulita, mentre gli altri bambini erano sporchi, cuciva i miei vecchi abiti, mentre i miei com­pagni di giochi erano vestiti di stracci, mi lavava e mi pettinava. Grazie alle sue cure, ero benvoluta dai ma duong rach mac, quando arrivavano a Ky La. Con me erano molto gentili, contrariamente a come si comportavano con gli altri bambini e ciò mi aiutava a sop­portarli senza mostrare il terrore che in realtà provavo.

Due volte all'anno, in maggio e in ottobre, gli abitanti del villag­gio preparavano il terreno per la semina. Questi mesi seguivano la stagione dei monsoni invernali ed estivi, e avevamo perciò da porre rimedio a molte calamità naturali, oltre a quelle della guerra: dalle inondazioni e dai venti alle invasioni di cavallette e all'erosione del­la terra.
Intorno a Ky La coltivavamo molti prodotti - patate dolci, arachi­di, cannella, taro - tuttavia il più importante di gran lunga era il riso. Ma anche se è tradizionalmente il principale sostegno del nostro paese, il riso è un prodotto che presenta parecchie difficoltà. Innanzi tutto, il terreno sul quale era seminato doveva essere adatto per far germogliare i semi. Poi doveva essere protetto dagli uccelli e dagli altri animali che avevano bisogno di cibarsi come noi. Quando ero bambina ho trascorso molto tempo con gli altri ragazzini di Ky La a fare da spaventapasseri, gridando e gesticolando, per tenere lontani dal nostro futuro cibo uccelli simili a corvi.
Secondo la leggenda, Dio non intendeva che lavorassimo così du­ramente per il nostro riso. Fu mio padre a raccontarmi la storia dell'ong trang bu hung, lo spirito messaggero al quale Dio aveva affi­dato il compito di portare sulla terra il riso - il cibo celeste - per sfa­mare gli esseri umani. Dio aveva dato al messaggero due sacchi ma­gici. «Il primo contiene i semi» gli aveva spiegato, «che cresceranno non appena toccheranno la terra e daranno raccolti abbondanti, ovunque e senza fatica. Il secondo sacco contiene invece i semi che devono essere nutriti, ma se saranno curati con diligenza faranno bella la terra.»
Naturalmente Dio intendeva dire che i primi semi erano riso, che avrebbe sfamato milioni di persone con poca fatica, mentre i secondi erano erba, che gli esseri umani non dovevano mangiare, ma usare per coprire la nuda terra. Malauguratamente, il messaggero celeste mescolò il contenuto dei due sacchi, e gli esseri umani pagarono su­bito il suo errore a caro prezzo, scoprendo che il riso era difficile da coltivare, mentre l'erba cresceva facilmente ovunque, soprattutto dove non era necessaria.
Quando Dio scoprì l'accaduto, cacciò dal cielo il messaggero, con­dannandolo a strisciare come un insetto nell'erba per non essere cal­pestato da coloro che aveva così insensatamente danneggiato, ma la severa punizione non servì ad alleviare il lavoro dei contadini.
Appena i semi diventavano steli, dovevamo strapparli, e ripian­tarli nelle risaie, dove il riso maturava e poteva essere infine raccol­to.
Dopo avere dissodato la crosta e frantumato le zolle come ghiaia servendoci di mazzuoli, dovevamo bagnare la terra con l'acqua tra­sportata da vicini stagni e ruscelli. Una volta inondato, il campo era lasciato a macerare per alcuni giorni, dopodiché i nostri aratri tirati dai bufali terminavano l'opera. Per poter accogliere i semi del riso, la terra doveva essere però ancora più soffice di quella che usavamo per coltivare le verdure. Sapevamo che aveva la giusta consistenza quando una manciata di fango acquoso colava tra le dita come una zuppa.
Trapiantare gli steli di riso dalla loro "serra" al campo spettava soprattutto alle donne. Pur lavorando il più rapidamente possibile, questo compito ci imponeva di stare chine per ore nell'acqua fango­sa che ci arrivava al ginocchio. Per quanto fossimo esperte, la conti­nua ricerca di un punto d'appoggio nel fango rendeva estenuante quel lavoro tedioso. Tuttavia non era possibile fare diversamente, e quel sensuale contatto delle nostre mani e dei nostri piedi con le pianticelle di riso e con la terra umida e ricettiva è stato uno dei fat­tori che ha accresciuto il nostro rapporto con la terra. Mentre lavora­vamo, talvolta cantavamo per rompere la monotonia e sollevarci il morale. Una volta terminata la semina, il terreno doveva essere in­naffiato a giorni alterni, e ogni appezzamento, che nutriva da secoli il nostro villaggio, doveva essere fertilizzato. Soltanto le famiglie più ricche potevano permettersi di acquistare prodotti chimici, e perciò si doveva raccogliere il letame nelle stalle e portarlo dentro ceste nei campi, dove lo distribuivamo in misura uniforme sulle pianticelle. Quando gli animali iniziarono a scarseggiare, negli anni successivi della guerra, a volte dovemmo aggiungere anche escre­menti umani, raccolti nelle latrine fuori dal villaggio. Su quella terra umida e fertile crescevano naturalmente anche le erbacce, e strap­parle era compito di donne e ragazzi. La prima estirpazione fu ripe­tuta a distanza di un mese. L'acqua stagnante ospitava anche zanza­re, sanguisughe, bisce e granchi, e non si poteva sapere cosa avremmo raccolto con la successiva manciata di sterpi. Era un lavo­ro che spezzava la schiena e durava quattordici ore al giorno per pa­recchio tempo.
Terminato questo, ci dedicavamo ad altri compiti della vita del villaggio: dal cucire vestiti e riparare attrezzi al cercare spose adatte per i giovani, al rendere onore ai nostri antenati con i più diversi ri­tuali.

Il quattordici di ogni mese (secondo il calendario lunare), il trenta e il trentuno, portavamo in casa frutta, farina e particolari oggetti di carta, come denaro, mobili e abiti in miniatura ritagliati apposita­mente, a scopo religioso, e li bruciavamo davanti al nostro altare di famiglia. Poi mio padre si inginocchiava e pregava per la sicurezza dei nostri averi e delle nostre vite. Ciò che gli stava più a cuore era la nostra salute, per la quale si raccomandava quando qualcuno di noi era malato, e non concludeva mai una preghiera senza chiedere che terminasse la guerra. Il lavoro nei campi era soltanto una parte della vita del villaggio. Al pari del giorno e della notte, della veglia e del sonno, i lavori e i riti della terra scandivano l'altra metà della nostra esistenza.
Secondo la leggenda, i problemi degli esseri umani per quanto ri­guardava il riso non erano terminati con quel distratto messaggero. Quando Dio vide che il mescolamento dei sacchi magici aveva pro­vocato tanti guai sulla terra, ordinò al riso di «presentarsi per essere cucinato» rotolando in una palla dentro ciascuna casa. Il riso obbedì e rotolò dentro la prima casa, ma una donna, impreparata a quella vista, si spaventò e colpì la palla di riso con una scopa, frantuman­dola in mille pezzi. Al che il riso s'infuriò e uscì di casa gridando: «Vedrete se ritornerò per farmi cuocere! Ora dovrete uscire fuori nei campi e portarmi a casa, se volete mangiare!».
Quella fu l'unica volta che i vietnamiti ebbero l'opportunità di avere una ciotola di riso senza lavorare.
All'inizio di marzo e poi in agosto, raccoglievamo il riso maturo dei campi e lo lavoravamo per usarlo nel resto dell'anno. In marzo, quando il terreno era asciutto, tagliavamo il riso vicino alla terra per tenere viva la pianta. In agosto, quando il terreno era bagnato, ta­gliavamo la pianticella a metà, il che rendeva il lavoro molto più fa­cile.
La separazione dei chicchi e degli steli avveniva in un'aia accanto a casa. Il riso era stato reciso da poco, e perciò doveva essiccare al sole per parecchi giorni. La separazione vera e propria era compiuta dai nostri bufali d'acqua che giravano sui covoni tagliati finché il chicco cadeva facilmente dallo stelo. Poi raccoglievamo gli steli, li le­gavamo in mazzi e li usavamo per aggiustare il tetto o accendere il fuoco. Il buon riso di colore chiaro, chiamato lua chet, era poi separa­to da quello cattivo di colore scuro, lua lep, ed era portato a casa per l'ulteriore lavorazione. Il riso di migliore qualità, lo restituivamo na­turalmente alla madre terra. Questi semi di riso, chiamati lua giong, li ponevamo dentro grandi giare che riempivamo di acqua. Il riso ancora bagnato era poi ammucchiato sotto covoni di fieno per essere tenuto al caldo. I fertilizzanti, l'umidità e il calore facevano germo­gliare i semi di riso, e dopo tre giorni, durante i quali innaffiavamo e concimavano il semenzaio come un'aiuola, riprendevamo le giare e gettavamo i fertili semi geo ma nella terra. Ma questo era il riso che avremmo mangiato in futuro; adesso la cosa più urgente era la pre­parazione del riso da consumare subito.

Le Ly Hayslip / Jay Wurts: Quando cielo e terra cambiarono posto