RomanziI tre moschettieri

Il primo lunedì del mese d'aprile 1625, il paese di Meung, dove nacque l'autore del Roman de la Rose, appariva in completo subbuglio, proprio come se gli ugonotti fossero venuti a tentare una...
Continua...

I nostri raccontiDeserto

Chip deterse il proprio sudore con il braccio. La camicia bianca, un tempo pulita, era chiazzata di terra, sudore e sangue.La giacca del completo nuovo di cui andava tanto orgoglioso, era buttata per...
Continua...

RomanziAnna Karenina

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.Tutto era in scompiglio in casa Oblònskij. La moglie aveva saputo che il marito intratteneva una...
Continua...

Altri titoli
Nove Gradi di Libertà
(4 voti, media 2.75 di 5)

Nove Gradi di LibertàChi mi sta soffiando sul collo?
Mi voltai. Le porte a vetri satinati si chiusero con un sibilo. La luce era forte. Le felci sintetiche oscillavano, adagio adagio, nell'atrio vuoto. Nel parcheggio baciato dal sole niente si muoveva. Più in là, una fila di palme e la profondità del cielo.
«Lei è il signor...?»
Mi voltai. La receptionist aspettava, porgendomi una penna e un sorriso stirato come la sua uniforme. Le vidi i pori della pelle sotto il fondotinta, udii il silenzio sotto la filodiffusione, l'andirivieni sotto il silenzio.
«Kobayashi. Ho chiamato poco fa dall'aeroporto. Per prenotare una stanza.» Formicolio sui palmi delle mani. Tante piccole spine.

«Ah, sì. Il signor Kobayashi...» E se non mi credeva? Gli impuri si registrano di continuo sotto falso nome negli hotel per fornicare con degli estranei. «Se gentilmente volesse scrivere qui nome e indirizzo, signore... e la sua professione.»
Le mostrai la mano fasciata. «Temo che dovrà compilare il modulo per me.»
«Ma certo... Oh... e come è successo?» «Mi è rimasta chiusa in mezzo a una porta.»
La donna sussultò di partecipazione e girò il modulo verso di sé. «La sua professione, signor Kobayashi?» «Tecnico informatico. Sviluppo prodotti software per diver­se società, con contratti a termine.» Corrugò la fronte. Non rientravo nel suo modulo. «Capi­sco... quindi non lavora per una sola società...» «Può scrivere quella per cui lavoro in questo momento.» Fa­cile. La divisione tecnologica della Confraternita prowederà a confermare.
«Bene, signor Kobayashi... Benvenuto al Garden Hotel di Okinawa.»
«Grazie.»
«E venuto a Okinawa per affari o per turismo, signor Ko­bayashi?»
Per caso nel suo sorriso c'era una punta di perplessità? O di sospetto sulla sua faccia?
«In parte per affari, in parte per turismo.» Dispiegai la mia voce da alfa controllo.
«Le auguriamo un piacevole soggiorno. Ecco la sua chiave, signore. Stanza 307. Se possiamo esserle utili in qualche modo, non esiti a chiedere la nostra assistenza.»
Voi? Assistere me? «Grazie.»
Impuri, impuri. I giapponesi di Okinawa non erano mai stati giapponesi puri. Antenati diversi, più deboli. Mentre mi voltavo e mi avviavo verso l'ascensore, le mie ESP dissero che la recep­tionist stava sorridendo tra sé e sé. Non avrebbe sorriso tanto se avesse saputo con che razza di mente aveva a che fare. Sarebbe arrivato il momento anche per lei, come per tutti gli altri.
Nel gigantesco hotel non circolava anima viva. Corridoi si­lenziosi si allungavano nella distanza del mezzogiorno, vuoti come catacombe.

 

Nella mia camera non c'è aria. Al Monastero l'uso del condi­zionatore è proibito perché indebolisce le onde alfa. Perciò lo disinserii in segno di solidarietà con i fratelli e le sorelle, e aprii le finestre. Le tende le lasciai tirate. Non si può mai sapere da quali teleobiettivi si è osservati.
Guardai il disco del sole. Naha è una città brutta, ordinaria. Se non fosse per la striscia di Oceano Pacifico color acquamari­na sullo sfondo, questo potrebbe essere un qualsiasi tentacolo di Tokyo. Il solito ripetitore televisivo bianco e rosso, che tra­smetteva le frequenze governative di controllo subliminale. I soliti grandi magazzini, che si ergevano come templi senza fine­stre abbagliando gli impuri nell'acquiescenza. I quartieri urba­ni, le fabbriche che pompavano veleno nell'aria e nelle riserve idriche. Frigoriferi abbandonati nelle discariche. Che innesti di bruttura sono le loro città! Immagino la Nuova Terra spazzare via questo schifo marcescente come una potente ramazza che restituisce il terreno al suo stato virginale. Poi la Confraternita creerà qualcosa che noi meritiamo, che i sopravvissuti custodi­ranno amorevolmente per l'eternità.
Mi pulii ed esaminai la mia faccia nello specchio del bagno. Tu sei uno di quei sopravvissuti, Quasar. Lineamenti marcati, che esaltano le mie origini di samurai. Sopracciglia arcuate. Na­so aquilino. Quasar, il precursore. La scelta di questo nome da parte di Sua Serendipità era stata profetica. Il mio ruolo era pulsare ai margini dell'universo dei fedeli, solo, nell'oscurità. Un'avanguardia. Un araldo.
L'aspiratore ronzava. Da qualche parte, oltre quel ronzio, riuscii a udire una bimba, una bimba che piangeva. Quanta sofferenza in questo mondo contorto. Cominciai a radermi.
Mi svegliai presto, e per qualche secondo non riuscii a ricor­dare dov'ero. Sparpagliati intorno a me come tessere di un puzzle, i frammenti dei miei sogni. C'era il signor Ikeda, il mio insegnante alla scuola superiore, e due o tre dei bulletti peg­giori. Anche il mio genitore biologico aveva fatto la sua appari­zione. Ripensai al giorno in cui quei bulletti avevano costretto l'intera classe a fingere che fossi morto. Nel pomeriggio il gio­chetto aveva già fatto il giro della scuola e tutti facevano finta di non vedermi. Quando parlavo fingevano di non sentirmi. La vicenda era arrivata alle orecchie del signor Ikeda, custode di giovani menti ufficialmente incaricato, e lui che cosa si era pre­so la briga di fare? Alla fine della giornata, lo stronzo aveva of­ficiato il mio funerale davanti a tutti. Con tanto di incenso, lita­nie e tutto il resto.
Prima che Sua Serendipità illuminasse la mia vita, ero un ra­gazzo indifeso. Ero scoppiato a piangere e urlavo a tutti di smetterla, ma nessuno mi vedeva. Ero morto.
Quando fui completamente sveglio, mi scoprii tormentato da un'erezione. Eccessiva interferenza di onde gamma. Meditai sotto il ritratto di Sua Serendipità finché non scomparve.
Se sono funerali ciò che gli impuri vogliono, durante le Not­ti Bianche ne avranno in abbondanza, prima che Sua Serendi­pità si levi a reclamare il suo regno. Funerali senza partecipanti.
Percorsi la Kokusai Dori, la strada principale della città, a zig zag, per depistare chiunque fosse sulle mie tracce. Purtrop­po il mio alfa potenziale è ancora troppo debole per ottenere l'in visibilità, perciò devo eludere gli inseguitori con i vecchi si­stemi. Quando fui certo che nessuno mi stesse seguendo, mi in­filai in una sala giochi, e poi subito in una cabina telefonica. È piuttosto improbabile che gli apparecchi pubblici siano sotto controllo.
«Fratello, sono Quasar. Per favore, mettimi in contatto con il ministro della Difesa.» «Subito, fratello. Il ministro ti stava aspettando. Consentimi di congratularmi con te per il successo della recente missione.»
Rimasi in attesa per un paio di secondi. Il ministro della Di­fesa è uno dei favoriti di Sua Serendipità. Si è laureato all'Uni­versità Imperiale. Prima di rispondere alla chiamata di Sua Se­rendipità era un giudice. È un leader nato. «Ah, Quasar. Ottimo lavoro. Sei in buona salute?» «Al servizio di Sua Serendipità, ministro. Sono sempre in buona salute. Ho superato le mie allergie e ormai da nove mesi non ho più...»
«Siamo felici per te. Sua Serendipità è potentemente impressionato dalla profondità della tua fede. Potentemente. In que­sto momento sta meditando sulla tua anima, dal suo ritiro. Solo sulla tua, per fortificarla e arricchirla.»
«Ministro! La prego di comunicare a Sua Serendipità il mio più profondo ringraziamento.» «Ne sarò lieto. Te lo sei guadagnato. È una guerra contro la miriade impura, e in essa gli atti di coraggio non devono restare senza riconoscimento, senza premio. Ora... immagino ti starai chiedendo per quanto tempo dovrai rimanere lontano dalla tua famiglia. Il Gabinetto ritiene bastino sette giorni.»
«Capisco, ministro.» Mi produssi in un profondo inchino.
«Hai visto i notiziari televisivi?»
«Evito le menzogne dello stato impuro, ministro. 'Per quale motivo il serpente dovrebbe prestare volontariamente attenzio­ne alla voce dell'incantatore di serpenti?' Anche se sono lonta­no dal Monastero, le istruzioni di Sua Serendipità sono iscritte nel mio cuore. Immagino che avremo sollevato un vespaio.»
«Puoi dirlo. Stanno parlando di terrorismo, e mostrano di avere l'impura schiuma alla bocca. Quelle povere bestie sono quasi da compatire. Quasi. Come aveva predetto Sua Serendi­pità, a loro sfugge un particolare fondamentale, e cioè che que­sti sono i loro peccati che ricadono sulle loro teste. Sii orgoglio­so, Quasar, di essere stato prescelto fra gli amministratori della giustizia! Secondo la Trentanovesima Rivelazione Sacra, 'L'or­goglio per il proprio sacrificio non è peccato ma rispetto per se stessi'. In ogni caso, non dare troppo nell'occhio. Confonditi. Fa' il turista. Spero che il tuo fondo spese sia sufficiente.»
«Il tesoriere è stato molto generoso, e i miei bisogni sono semplici.»
«Molto bene. Ricontattaci tra sette giorni. La Confraternita attende con ansia di poter riaccogliere il suo amato fratello.»
Tornai all'hotel per la pulizia e la meditazione di mezzogior­no. Mangiai qualche galletta, uno snack alle alghe e alcuni anacardi, accompagnati da una tazza di té verde presa da un distributore automatico fuori dalla mia stanza.

Dopo pranzo uscii di nuovo, e l'impura receptionist mi diede una cartina su cui scel­si il luogo turistico da visitare.
Il quartier generale delle forze navali giapponesi si trovava in un parco dalla vegetazione bassa, sulla collina che guardava Naha, a nord. Durante la guerra era così ben nascosto che gli invasori americani, dopo aver preso Okinawa, impiegarono tre settimane per scoprirlo. Gli americani non sono una razza granché intelligente. Si lasciano sfuggire le cose più ovvie. Una decina di anni prima, la loro ambasciata ebbe la sfrontatezza di negare la residenza a Sua Serendipità. Ora, è ovvio che Sua Serendipità ha facoltà di andare e venire dove gli pare ricorrendo alle tecniche di conversione subspaziale. Ha già visitato la Ca­sa Bianca diverse volte, senza incontrare nessuna difficoltà.
Pagai il biglietto e scesi i gradini, accolto da un'ombrosa fre­scura. Da qualche parte una tubatura perdeva. Gli invasori americani erano stati accolti da un'altra sorpresa. Per avere una morte onorevole, l'intero contingente di quattromila uomini si era tolto la vita. Venti giorni prima. Onore. Che cosa può capire dell'onore il mondo degli impu­ri, così frivolo e minato dalla selva dei suoi idoli? Camminavo lungo i cunicoli, accarezzando i muri con le dita. Accarezzavo le cicatrici della pietra, lasciate dalle granate e dai picconi che i soldati avevano usato per scavare la loro roccaforte, e sentii tra noi una profonda affinità. La stessa affinità che sento al Mona­stero. Con il mio alfa quoziente potenziato stavo attingendo ai residui delle loro anime. Vagai per i cunicoli finché non persi la cognizione del tempo.
Mentre lasciavo quel monumento alla nobiltà d'animo, ar­rivò un pullman di turisti. Li guardai, con le loro macchine fo­tografiche, i pacchetti di patatine, le stupide espressioni di chi arriva dalla zona di Osaka e Kyoto, e i cervelli destrutturati, con meno alfa potenziale di una mosca. Avrei voluto ancora una fiala di fluido purificatore, per lanciargliela addosso una volta che fossero in fondo alle scale, e poi chiuderli dentro. Sa­rebbero stati purificati, come'era successo agli accecati dal denaro, a Tokyo. E questo avrebbe pacificato le anime di quei giovani soldati morti in nome dei loro ideali decine di anni pri­ma, com'ero anch'io stato pronto a fare solo settantadue ore prima. Loro erano stati traditi dai governi fantoccio che aveva­no saccheggiato la nostra terra dopo la guerra. Tutti noi siamo stati traditi da una società trasformata in un mercato per Di­sney e McDonald's. Tutto quel sacrificio per costruire che co­sa? Per costruire un inaffondabile vettore aereo per gli Stati Uniti.
Ma fiale non ne avevo più, e così dovetti sopportare quei cretini impuri e tutto il loro ciarlare, defecare, moltiplicarsi, contaminare. Mi mancava letteralmente l'aria.

Discesi la collina camminando sotto le palme.
Sul palmo della mano sinistra c'è un punto alfa ricettore. Quando Sua Serendipità mi concesse per la prima volta un'u­dienza personale, mi prese la mano aperta e delicatamente pre­mette l'alfa ricettore con il Suo indice. Sentii uno strano ronzio, come una piacevole scarica elettrica, e in seguito scoprii che il mio potenziale di concentrazione era quadruplicato.
Pioveva, quel preziosissimo giorno di tre anni e mezzo pri­ma. Le nuvole scendevano dal monte Fuji, e da est il vento sof­fiava sugli ondulati campi coltivati intorno al Monastero. Ero entrato nel Programma di accoglienza della Confraternita do­dici settimane prima, e quella mattina avevo sbrigato una fac­cenda con uno dei sottosegretari al Tesoro della Confraternita. Avevo firmato i documenti che mi avrebbero liberato dalla pri­gione del materialismo. Ormai la Confraternita possedeva la mia casa e tutto quello che c'era dentro, i miei risparmi, il fon­do pensione, la tessera associativa al club di golf e l'automobi­le. Mi sentivo libero come non credevo fosse possibile. La mia famiglia - la mia famiglia impura, biologica, la mia famiglia di sangue - com'era prevedibile, non aveva capito. Per tutta la vi­ta mi avevano misurato ogni millimetro di successi e fallimenti, ed ecco che ribaltavo le loro regole. Con la sua ultima lettera, mia madre mi informava che mio padre mi aveva escluso dal te­stamento. Ma nella Settantunesima Rivelazione Sacra, Sua Serendipità scrive che: «La furia dei dannati è impotente quanto un topo che rode una montagna sacra».
In ogni caso, non mi avevano mai voluto bene. Per loro la parola bene non sarebbe mai esistita, se non l'avessero sentita alla televisione.
Sua Serendipità scese le scale accompagnato dal ministro della Sicurezza. Quando si avvicinò all'ufficio, la luce divenne più bianca. Dapprima gli vidi i sandali e la tunica purpurea, poi mi apparve il resto delle sue amate forme. Mi sorrise, scopren­do telepaticamente chi ero e ciò che avevo fatto. «Io sono il Guru.» E mi concesse di baciare il suo anello di rubino mentre mi inginocchiavo. Sentii le sue alfa emozioni come una bussola sente il Nord magnetico. «Maestro», risposi. «Sono arrivato a casa.»

Sua Serendipità mi parlò con chiarezza e soavità, e le sue pa­role nacquero dai suoi stessi occhi. «Tu ti sei liberato dal mani­comio degli impuri. Piccolo fratello. Oggi sei entrato in una nuova famiglia. Hai trasceso la tua vecchia famiglia di sangue e sei entrato in una nuova famiglia dello spirito. Da oggi hai die­cimila nuovi fratelli e sorelle. Entro la fine del mondo, questa famiglia conterà milioni di persone. E si allargherà sempre di più, e metterà radici in tutte le nazioni. Noi cerchiamo terreni fertili in terre straniere. La nostra famiglia crescerà fino a quan­do il mondo esteriore non sarà il mondo intcriore. Questa non è una profezia. Questa è l'inevitabile realtà futura. Come ti sen­ti, nuovo figlio della nostra nazione senza confini e senza soffe­renza?» «Fortunato, Vostra Serendipità. Molto fortunato di essere ammesso a bere alla fontana della verità, quando ancora non ho compiuto i trent'anni.»
«Mio piccolo fratello, sappiamo entrambi che non è stata la fortuna ad averti portato qui. È stato l'amore a condurti fino a noi.» Dopodiché mi baciò, e io baciai la bocca della vita eterna. «Non si può mai dire», disse il mio maestro. «Se continuerai la tua auto alfa amplificazione con la stessa rapidità di cui ci ha ri­ferito il ministro dell'Istruzione, in futuro potresti essere incari­cato di una missione molto speciale...» Il mio cuore volò anco­ra più in alto. Avevano parlato di me! Ero ancora un novizio, e già parlavano di me!
Nei bar, nei negozi, negli uffici, nelle scuole, sugli schermi giganti dei centri commerciali, in ogni appartamento dei palaz­zi conigliera, la gente guardava le notizie sulla purificazione. La cameriera che puliva la mia stanza non finiva più di parlarne. La lasciai blaterare. Mi chiese che cosa ne pensavo. Dissi che ero un semplice tecnico informatico di Nagoya e che di quelle cose non capivo niente. Ma alla donna l'indifferenza non basta­va: ci volevano gli insulti. Per evitare d'insospettirla, fu neces­saria una piccola commedia. La donna parlò della Confraterni­ta. Pare che nel nostro paese gli odiosi mezzi d'informazione abbiano puntato su di noi il loro dito lebbroso, nonostante i nostri passati avvertimenti.
A metà pomeriggio uscii a comprare shampoo e sapone. La receptionist sedeva con la schiena all'atrio, incollata al televiso­re. La televisione è solo un cumulo di impure menzogne, e dan­neggia l'alfa corteccia. Comunque sia, pensai che qualche mi­nuto non mi avrebbe fatto male, così guardai lo schermo assieme a lei. Ventuno purificati, e diverse centinaia di parzial­mente purificati. Un avvertimento inequivocabile allo Stato de­gli impuri.
«Non riesco a credere che sia successo in Giappone», disse la receptionist. «In America, sì. Ma qui da noi?» Un gruppo di «esperti» stava discutendo dell'«atrocità»...

David Mitchell - Nove gradi di libertà