RomanziCapitani coraggiosi

La porta del fumoir era aperta alla nebbia del Nord Atlantico, mentre il grosso transatlantico rollava e beccheggiava, lanciando fischi acuti per indicare la sua presenza alla flotta dei battelli da...
Continua...

RomanziStoria di Arthur Gordon Pym

Mi chiamo Arthur Gordon Pym. Mio padre era un rispettabile commerciante in generi marittimi di Nantucket, città dove io sono nato. Il mio nonno materno era un noto avvocato, cui la fortuna arrise in...
Continua...

Poesie ItalianeTedio invernale

Ma ci fu dunque un giornoSu questa terra il sole?Ci fur rose e viole,Luce, sorriso, ardor?Ma ci fu dunque un giornoLa dolce giovinezza,La gloria e la bellezza,Fede, virtude,...
Continua...

Altri titoli
L'uomo che cambiò i cieli
(5 voti, media 4.60 di 5)

l'uomo che cambiò i cieliNon esco da settimane. Quando la vita ti precipita addosso, non ti concede scampo. La luce della candela affonda fievo­li tralci nella dura tenebra, guida lo sguardo nell'oltretempo, alla linfa della terra.

L'illusorio silenzio s'infrange tra i gemi­ti della casa, dentro all'eterno riassetto delle sue articolazio­ni maltrattate dai venti e dall'incuria. Il sibilo della fiammella sullo stoppino si scompone nel raschio del pennino sui fogli. Il pagliericcio, dove mi distendo a riposare le poche ore nelle quali il sonno si sostituisce alla mia veglia balbu­ziente, emana un odore vegetale di decomposizione ripudia­ta.

Dalla sua monacale sobrietà promana un che di insalubre. Forse ha assimilato l'odore del mio corpo macerato, o forse l'odore della mia età estenuata. Al buio gli odori diventano più acuti, si fanno dominanti, hanno contorni precisi. Alla luce del sole invece sfumano, perdono compattezza. La luce disvela e mistifica perché dispensa un ardore che eccita e confonde.
Mi sono risolto a scrivere perché tutto è compiuto e l'om­bra lunga della morte calpesta da settimane il mio sentiero. Tossisco. La fiammella della candela oscilla. Gli occhi mi dolgono. Me li strofino con la mano libera. Non immagina­vo che ricordare richiedesse fatica e dolore. Esistono amarezze che si formano per accumulo e poi dilagano, diventa­no incontenibili, agiscono come un veleno somministrato con oculatezza da mano esperta.
Il vento si appropria delle stanze vuote, introducendosi attraverso fessure e squarci, sfruttando ogni minimo spira­glio; dove il terreno spiana corre verso l'0resund, trascina la bruma, scuote i cespugli, scompone la superficie degli acqui­trini e delle vasche per i pesci mezze interrate. Un tempo, qui sotto, nel ventre della casa, non si percepiva il fischio del vento. Il solo rumore era quello del fuoco, incessante e monotono. Le fornaci restavano accese giorno e notte, la legna non si esauriva, imbarcazioni la trasportavano dalle foreste della costa, e ovunque era rumore di febbrili attività, di inesausto movimento. Ora le aperture dei forni sono boc­che vuote, senza denti, orifizi che vomitano un soffio gelido, alito di morte. Tutto è intaccato dalla lebbra della distruzio­ne.

La fattoria è crollata, la cartiera è stata abbattuta, la fuci­na depredata, le dighe si sono aperte, gli orti e i frutteti sono incolti. La casa è un guscio vuoto che tutti hanno abbando­nato. Odo animali camminare negli angoli e, poco dietro, il passo dei predatori che li cacciano. Sono i soli a percorrere i corridoi gelati, le stanze spoglie che riecheggiano i suoni. A volte fantastico che siano il riverbero di passi lontani che hanno forzato le onde del tempo, il rimasuglio di suoni anti­chi rimasti prigionieri dentro al lento perimetro dei muri, incapaci di trovare una via d'uscita. Dove sono Flemlose, maestro di letture, dove Sophie ed Erik, maestri d'alchimia, e Morsing, il compilatore del libro del tempo? Dove Gellius, Longomontano, Gemperle il pittore e Labenwolf il costrut­tore di fontane? E la vecchia Live, la silenziosa Kirsten, l'al­tera Elizabeth, l'astuto Tengnagel, la bella Magdalene? Le loro voci e le loro risa non si rincorrono attorno alla tavola imbandita, il loro assorto silenzio non scivola dentro le pagi­ne aperte dei libri, il loro sguardo non si leva ai cieli con ansia indagatrice. Sussistono nell'imperfezione della memo­ria come figure affievolite che si muovono con passi che hanno perduto ogni vigore. Alcuni sono partiti per un viag­gio che non ha ritorno e covo nell'animo una pungente invi­dia per la loro sorte: ai loro occhi non è toccato conoscere la rovina dopo lo splendore.

Il passato scorre in un suo alveo ben definito senza debordare mai.
Per lunghi anni mi sono illuso che la mia presenza fosse suf­ficiente a evitare la distruzione, che le mie pratiche alchemiche e i miei elisir bastassero a trattenere il rancore degli abi­tanti, che la mia volontà servisse a continuare un lavoro che nessuno mi ha mai affidato. Un uomo si affanna per genera­re solo tracce destinate a scomparire, tracce che segnano il mondo solo per momenti brevi e inconcludenti. E impoten­te, perché nulla può contro il deperimento che lo consuma giorno dopo giorno.
Hans si aggira nei dintorni, mi porta qualche rara volta del cibo, cerca di intuire le mie condizioni di salute, però rimane sulla soglia, in cima alla scala. La vista del mio corpo defor­mato credo gli provochi ribrezzo. Mi teme per un malcelato senso di superstizione, per lontane parole che un giorno, in sua presenza, scambiai con la madre. Altrimenti mi avrebbe già calpestato. Non è certo uomo che si lasci ostacolare da un nano. Gli avanzi che depone all'ingresso salgo a prenderli quando sono certo che non può scorgermi. La sua finta pietà non m'inganna, è una forma di elemosina che ho già speri­mentato. Appena si allontana sparla di me, racconta che fac­cio malefici, che nel buio dei sotterranei pratico ogni genere di stregoneria. Se un essere immondo e deforme è latore di tanta sapienza, è solo perché ha stipulato un patto con il dia­volo, sibila nelle assemblee pubbliche all'orecchio del pastore e del balivo. Perché dovrei indignarmi? È il degno comporta­mento del figlio di una meretrice, che ha avuto in dote questa terra per il solo privilegio d'essere stata una delle puttane del re; una delle tante, invero, e nemmeno tra le favorite. Come l'alterna fortuna che domina il mondo innalza e distrugge seguendo il proprio impenetrabile capriccio! I comportamen­ti degli uomini rivelano, più delle parole e dell'ipocrisia alla quale si sottomettono, la meschinità che alberga nel loro cuore.

È anche merito delle maldicenze di Hans se gli abitanti dell'isola hanno maturato nei miei confronti una diffidenza che, in una certa misura, giustifico. È la comprensibile diffi­denza verso chi è stato nelle stesse condizioni, anzi era ber­saglio del pubblico disprezzo, e poi ha imparato il latino e a studiare i cieli e ha avuto accesso a ciò che era impensabile. La loro parlata rauca e insicura, dissonante negli accenti ter­minali, che ben si accosta alla lentezza del loro pensare, tra­disce il timore e l'astio che gli anni hanno imputridito.
Hanno iniziato a demolire l'ala settentrionale, dove stavano la cucina e il pozzo che scendeva nella terra come una ferita mai chiusa. Di giorno sento i rumori delle pareti che crollano, delle pietre che si frantumano incuranti. Le pietre possiedo­no una rassegnazione che le rende eterne, si lasciano prende­re e portare via senza opporre resistenza. Hanno un'anima minerale di Zolfo e Mercurio forgiata dal fuoco dei secoli che ha precipitato la materia in una forma definita, sono immagi­ne della Grande Opera macerata dal calore latente dell'athanor. Niente le può veramente scalfire o spezzare.
Hans vuole costruire una nuova dimora solo per sé e la sua famiglia, e non gli importa di chi c'era prima di lui, di ciò che abbatte per edificare la suprema allegoria della propria arroganza. È il nuovo signore, e i nuovi padroni seppelliscono i vecchi molto in fretta, cancellandone i resti e anche i ricordi. La sua dimora sarà il simbolo del suo potere, così come Uraniborg è stata il simbolo del potere di Tycho. Ma si tratta di poteri diversi, fondati su modi diversi di intendere la vita e il pensiero. Non credo nem­meno che Hans sia in grado di capire quale centro del sapere per l'intera Europa siano state quest'isola minusco­la e questa casa. A nulla giovano torce, luci o perspicillum a chi non può vedere. Lo riconosco, è giusto cosi. Il tempo accomoda le cose, riassegna a ciascuno il proprio ruolo, spiana le asperità, riduce a insignificanti rilievi cime insor­montabili. Le vicende degli uomini hanno un inizio e una fine che ben descrivono la loro limitatezza e, forse, anche la loro superbia.

Ho ricordi solo del tempo con Tycho. Gli anni con lui sono abbacinanti, quasi bianchi nel loro chiarore sfolgorante, mentre ho cancellato il resto. C'era ben poco da conservare. Di mia madre ricordo il corpo disfatto dalla fatica e lo sguar­do da serva, umile e rassegnato. La povertà è un male che ti rende marginale, sostituibile, ti abitua al disprezzo altrui. Forse non ero nemmeno figlio suo, forse ero stato abbando­nato e lei mi aveva amorevolmente accolto nonostante il mio aspetto ripugnante. Nelle lunghe notti delle mie osservazio­ni solitàrie mi sono perfino immaginato creatura nata da Tycho, dal rigonfiamento di una sua costola, da una pustola del suo corpo. E a questo parto innaturale ho anche attri­buito la mia deformità, la gobba che mi crocchia sulla schie­na, il corpo da nano, il mio aspetto ridicolo. Un buffone. Chi nasce deforme è condannato a una vita deforme, esasperata nel bene e nel male, nel tragico e nel ridicolo.

Francesco Ongaro - L'uomo che cambiò i cieli