|
Non esco da settimane. Quando la vita ti precipita addosso, non ti concede scampo. La luce della candela affonda fievoli tralci nella dura tenebra, guida lo sguardo nell'oltretempo, alla linfa della terra.
L'illusorio silenzio s'infrange tra i gemiti della casa, dentro all'eterno riassetto delle sue articolazioni maltrattate dai venti e dall'incuria. Il sibilo della fiammella sullo stoppino si scompone nel raschio del pennino sui fogli. Il pagliericcio, dove mi distendo a riposare le poche ore nelle quali il sonno si sostituisce alla mia veglia balbuziente, emana un odore vegetale di decomposizione ripudiata.
Dalla sua monacale sobrietà promana un che di insalubre. Forse ha assimilato l'odore del mio corpo macerato, o forse l'odore della mia età estenuata. Al buio gli odori diventano più acuti, si fanno dominanti, hanno contorni precisi. Alla luce del sole invece sfumano, perdono compattezza. La luce disvela e mistifica perché dispensa un ardore che eccita e confonde. Mi sono risolto a scrivere perché tutto è compiuto e l'ombra lunga della morte calpesta da settimane il mio sentiero. Tossisco. La fiammella della candela oscilla. Gli occhi mi dolgono. Me li strofino con la mano libera. Non immaginavo che ricordare richiedesse fatica e dolore. Esistono amarezze che si formano per accumulo e poi dilagano, diventano incontenibili, agiscono come un veleno somministrato con oculatezza da mano esperta. Il vento si appropria delle stanze vuote, introducendosi attraverso fessure e squarci, sfruttando ogni minimo spiraglio; dove il terreno spiana corre verso l'0resund, trascina la bruma, scuote i cespugli, scompone la superficie degli acquitrini e delle vasche per i pesci mezze interrate. Un tempo, qui sotto, nel ventre della casa, non si percepiva il fischio del vento. Il solo rumore era quello del fuoco, incessante e monotono. Le fornaci restavano accese giorno e notte, la legna non si esauriva, imbarcazioni la trasportavano dalle foreste della costa, e ovunque era rumore di febbrili attività, di inesausto movimento. Ora le aperture dei forni sono bocche vuote, senza denti, orifizi che vomitano un soffio gelido, alito di morte. Tutto è intaccato dalla lebbra della distruzione. La fattoria è crollata, la cartiera è stata abbattuta, la fucina depredata, le dighe si sono aperte, gli orti e i frutteti sono incolti. La casa è un guscio vuoto che tutti hanno abbandonato. Odo animali camminare negli angoli e, poco dietro, il passo dei predatori che li cacciano. Sono i soli a percorrere i corridoi gelati, le stanze spoglie che riecheggiano i suoni. A volte fantastico che siano il riverbero di passi lontani che hanno forzato le onde del tempo, il rimasuglio di suoni antichi rimasti prigionieri dentro al lento perimetro dei muri, incapaci di trovare una via d'uscita. Dove sono Flemlose, maestro di letture, dove Sophie ed Erik, maestri d'alchimia, e Morsing, il compilatore del libro del tempo? Dove Gellius, Longomontano, Gemperle il pittore e Labenwolf il costruttore di fontane? E la vecchia Live, la silenziosa Kirsten, l'altera Elizabeth, l'astuto Tengnagel, la bella Magdalene? Le loro voci e le loro risa non si rincorrono attorno alla tavola imbandita, il loro assorto silenzio non scivola dentro le pagine aperte dei libri, il loro sguardo non si leva ai cieli con ansia indagatrice. Sussistono nell'imperfezione della memoria come figure affievolite che si muovono con passi che hanno perduto ogni vigore. Alcuni sono partiti per un viaggio che non ha ritorno e covo nell'animo una pungente invidia per la loro sorte: ai loro occhi non è toccato conoscere la rovina dopo lo splendore. Il passato scorre in un suo alveo ben definito senza debordare mai. Per lunghi anni mi sono illuso che la mia presenza fosse sufficiente a evitare la distruzione, che le mie pratiche alchemiche e i miei elisir bastassero a trattenere il rancore degli abitanti, che la mia volontà servisse a continuare un lavoro che nessuno mi ha mai affidato. Un uomo si affanna per generare solo tracce destinate a scomparire, tracce che segnano il mondo solo per momenti brevi e inconcludenti. E impotente, perché nulla può contro il deperimento che lo consuma giorno dopo giorno. Hans si aggira nei dintorni, mi porta qualche rara volta del cibo, cerca di intuire le mie condizioni di salute, però rimane sulla soglia, in cima alla scala. La vista del mio corpo deformato credo gli provochi ribrezzo. Mi teme per un malcelato senso di superstizione, per lontane parole che un giorno, in sua presenza, scambiai con la madre. Altrimenti mi avrebbe già calpestato. Non è certo uomo che si lasci ostacolare da un nano. Gli avanzi che depone all'ingresso salgo a prenderli quando sono certo che non può scorgermi. La sua finta pietà non m'inganna, è una forma di elemosina che ho già sperimentato. Appena si allontana sparla di me, racconta che faccio malefici, che nel buio dei sotterranei pratico ogni genere di stregoneria. Se un essere immondo e deforme è latore di tanta sapienza, è solo perché ha stipulato un patto con il diavolo, sibila nelle assemblee pubbliche all'orecchio del pastore e del balivo. Perché dovrei indignarmi? È il degno comportamento del figlio di una meretrice, che ha avuto in dote questa terra per il solo privilegio d'essere stata una delle puttane del re; una delle tante, invero, e nemmeno tra le favorite. Come l'alterna fortuna che domina il mondo innalza e distrugge seguendo il proprio impenetrabile capriccio! I comportamenti degli uomini rivelano, più delle parole e dell'ipocrisia alla quale si sottomettono, la meschinità che alberga nel loro cuore. È anche merito delle maldicenze di Hans se gli abitanti dell'isola hanno maturato nei miei confronti una diffidenza che, in una certa misura, giustifico. È la comprensibile diffidenza verso chi è stato nelle stesse condizioni, anzi era bersaglio del pubblico disprezzo, e poi ha imparato il latino e a studiare i cieli e ha avuto accesso a ciò che era impensabile. La loro parlata rauca e insicura, dissonante negli accenti terminali, che ben si accosta alla lentezza del loro pensare, tradisce il timore e l'astio che gli anni hanno imputridito. Hanno iniziato a demolire l'ala settentrionale, dove stavano la cucina e il pozzo che scendeva nella terra come una ferita mai chiusa. Di giorno sento i rumori delle pareti che crollano, delle pietre che si frantumano incuranti. Le pietre possiedono una rassegnazione che le rende eterne, si lasciano prendere e portare via senza opporre resistenza. Hanno un'anima minerale di Zolfo e Mercurio forgiata dal fuoco dei secoli che ha precipitato la materia in una forma definita, sono immagine della Grande Opera macerata dal calore latente dell'athanor. Niente le può veramente scalfire o spezzare. Hans vuole costruire una nuova dimora solo per sé e la sua famiglia, e non gli importa di chi c'era prima di lui, di ciò che abbatte per edificare la suprema allegoria della propria arroganza. È il nuovo signore, e i nuovi padroni seppelliscono i vecchi molto in fretta, cancellandone i resti e anche i ricordi. La sua dimora sarà il simbolo del suo potere, così come Uraniborg è stata il simbolo del potere di Tycho. Ma si tratta di poteri diversi, fondati su modi diversi di intendere la vita e il pensiero. Non credo nemmeno che Hans sia in grado di capire quale centro del sapere per l'intera Europa siano state quest'isola minuscola e questa casa. A nulla giovano torce, luci o perspicillum a chi non può vedere. Lo riconosco, è giusto cosi. Il tempo accomoda le cose, riassegna a ciascuno il proprio ruolo, spiana le asperità, riduce a insignificanti rilievi cime insormontabili. Le vicende degli uomini hanno un inizio e una fine che ben descrivono la loro limitatezza e, forse, anche la loro superbia. Ho ricordi solo del tempo con Tycho. Gli anni con lui sono abbacinanti, quasi bianchi nel loro chiarore sfolgorante, mentre ho cancellato il resto. C'era ben poco da conservare. Di mia madre ricordo il corpo disfatto dalla fatica e lo sguardo da serva, umile e rassegnato. La povertà è un male che ti rende marginale, sostituibile, ti abitua al disprezzo altrui. Forse non ero nemmeno figlio suo, forse ero stato abbandonato e lei mi aveva amorevolmente accolto nonostante il mio aspetto ripugnante. Nelle lunghe notti delle mie osservazioni solitàrie mi sono perfino immaginato creatura nata da Tycho, dal rigonfiamento di una sua costola, da una pustola del suo corpo. E a questo parto innaturale ho anche attribuito la mia deformità, la gobba che mi crocchia sulla schiena, il corpo da nano, il mio aspetto ridicolo. Un buffone. Chi nasce deforme è condannato a una vita deforme, esasperata nel bene e nel male, nel tragico e nel ridicolo. Francesco Ongaro - L'uomo che cambiò i cieli |