L'occhio del mondo
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L'occhio del MondoLa Ruota del Tempo gira e le Epoche si susseguono, lascian­do ricordi che divengono leggenda; la leggenda sbiadisce nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato, quando ritorna l'Epoca che lo vide nascere. In un'Epoca chiamata da alcuni Epoca Terza, un'Epoca ancora a venire, un'Epoca da gran tem­po trascorsa, il vento si alzò nelle Montagne di Nebbia. Il vento non era l'inizio. Non c'è inizio né fine, al girare della Ruota del Tempo. Ma fu comunque un inizio.

Nato al di sotto delle vette sempre coperte dalle nuvole da cui quelle montagne presero il nome, il vento soffiò verso levante, sopra le Colline Sabbiose che un tempo, prima della Frattura del Mondo, erano la riva d'un grande oceano; scese a sferzare la ter­ra dei Fiumi Gemelli e la fitta foresta detta Westwood, Bosco Occidentale, e colpì i due uomini che procedevano con carretto e cavallo lungo una pista disseminata di pietre, la Strada della Cava. L'arrivo della primavera tardava ormai da un mese buono e il vento era gelido, come se portasse invece la neve.

 Le raffiche incollarono alla schiena di Rand al'Thor il man­tello e gli sbatterono contro le gambe la lana color terra, poi la fecero svolazzare dietro di lui. Rand rimpianse di non avere una giubba più pesante o una camicia in più. Quando cercava di stringersi addosso il mantello, finiva quasi sempre per farlo im­pigliare nella faretra appesa al fianco; e non valeva la pena cercare di tenerlo fermo con una mano sola, dal momento che nel­l'altra reggeva l'arco, con la freccia già incoccata, pronto all'uso. Una raffica particolarmente violenta gli strappò di mano il man­tello. Rand lanciò un'occhiata a Tam, suo padre, che cammina­va dall'altro lato dell'irsuta giumenta saura, quasi ad assicurarsi che fosse sempre li. Si senti un po' sciocco, ma era una di quelle giornate in cui si ha bisogno di conforto. Il vento ululava, quan­do aumentava d'intensità; ma, per il resto, il silenzio opprimeva il territorio. Il lieve cigolio dell'assale sembrava rumoroso, al confronto. Nella foresta non c'era cinguettio d'uccelli, né squittio di scoiattoli; ma a dire il vero Rand non se li aspettava, in una primavera come quella.

Solo quegli alberi che mantenevano foglie e aghi per tutto l'inverno mostravano un po' di verde. Un intrigo di rovi dell'anno prima diffondeva ragnatele marroni sugli affioramenti rocciosi, sotto gli alberi. Fra le erbacce, le ortiche erano quelle più nume­rose; le altre erano del tipo munito di lappole o di spine, oppure l'assafetida che lasciava un puzzo rancido sugli stivali dell'in­cauto che la calpestava. Qua e là ampie chiazze di neve punteg­giavano ancora il terreno, doVe fitti gruppi d'alberi creavano zone d'ombra costante. La luce non aveva forza né calore. Il pallido sole si librava al di sopra degli alberi, a oriente, ma irra­diava una luce smorta, come mista a ombra. Era un brutto matti­no, fatto per pensieri spiacevoli.

Senza accorgersene, Rand toccò la cocca della freccia: era pronto a tendere l'arco e portarsela alla guancia, con un solo mo­vimento fluido, come Tam gli aveva insegnato. L'inverno era stato già abbastanza brutto nelle fattorie, peggiore di quanto ri­cordassero anche i più anziani, ma senza dubbio era stato anche più duro fra le montagne, visto il numero di lupi spinti nella pia­na tra i Fiumi Gemelli. I lupi facevano scorrerie negli ovili e si aprivano a morsi la strada nelle stalle per assalire mucche e ca­valli. Anche gli orsi avevano razziato le pecore, in luoghi dove da anni non se ne vedeva uno. Era diventato pericoloso stare al­l'aperto dopo il crepuscolo. Le persone diventavano preda con la stessa frequenza delle pecore e non sempre era necessario che il sole fosse già calato.
Tam camminava a passo deciso dall'altro lato di Bela, la giu­menta, e adoperava come bastone la lancia, senza badare al vento che faceva sventolare come una bandiera il suo mantello mar­rone. Di tanto in tanto toccava il fianco della giumenta per spro­narla. Con la sua figura imponente e il suo viso aperto, in quel mattino Tam rappresentava qualcosa di estremamente reale, come una pietra in mezzo a un sogno.

Le sue guance abbronzate erano piene di rughe e i capelli un tempo neri erano ora quasi completamente grigi, ma Tam dava un'impressione di solidità, come se una piena potesse inondarlo senza fargli staccare i piedi da terra. Ora, impassibile, percorreva la strada. La presenza di lupi e di orsi era normale, diceva il suo atteggiamento; chiunque allevasse pecore doveva tenerne conto, ma era meglio che quel­le belve non provassero a impedire a Tam al'Thor di arrivare a Emond's Field.
Con un sobbalzo e una punta di colpevolezza Rand riprese a tenere d'occhio il suo lato di strada, richiamato al dovere dal re­alismo del padre. Lo superava in altezza di tutta la testa, ed era anche più alto di chiunque, in quel distretto; ma nel fisico gli as­somigliava ben poco, tranne forse nell'ampiezza delle spalle. Gli occhi grigi e la sfumatura rossastra dei capelli gli venivano dalla madre, diceva Tam. La donna era una forestiera e Rand ricorda­va ben poco di lei, a parte il viso sempre sorridente, ma depone­va fiori sulla sua tomba ogni anno, nella festa di Bel Tine, in pri­mavera, e nel Giorno del Sole, in estate.

Nel carro traballante c'erano due barilotti dell'acquavite di mele di Tam e otto barili di sidro, solo un poco asprigno dopo un inverno di stagionatura. Ogni anno Tam faceva l'identica consegna alla locanda Wine-spring. Fonte di Vino, per la festa di Bel Tine, e aveva dichiara­to che anche questa volta occorrevano ben più dei lupi o del ven­to gelido per impedirglielo. Tuttavia da settimane Tam e Rand non erano più andati al villaggio. In quei giorni nemmeno Tam girava molto. Si era impegnato a consegnare l'acquavite e il si­dro, ma aveva aspettato fino alla vigilia della festa. Mantenere la parola era molto importante per Tam. Rand invece era con­tento di allontanarsi dalla fattoria, quasi quanto era lieto dell'ar­rivo di Bel Tine.
Mentre teneva d'occhio il suo lato di strada, provò la crescen­te sensazione d'essere osservato. Per un poco cercò di non ba­darvi. Fra gli alberi, l'unico movimento e l'unico rumore erano quelli del vento. Però l'impressione rimase, anzi divenne più intensa. I capelli di Rand si rizzarono e senti un formicolio, come se la pelle gli prudesse dall'interno.
Irritato, cambiò di mano l'arco per strofinarsi le braccia e si disse di smetterla di fantasticare. Non c'era niente nei boschi, dalla sua parte, e Tam l'avrebbe avvertito se ci fosse stato qual­cosa dall'altro lato. Diede un'occhiata da sopra la spalla... e ri­mase di stucco. A non più di venti passi dietro di loro, una figu­ra avvolta nel mantello li seguiva a cavallo; cavaliere e cavallo erano d'un nero intenso, opaco.
Più per abitudine che per altro Rand continuò a camminare, con la testa girata, accanto al carretto.
Il mantello lungo fino agli stivali e il cappuccio tirato sugli occhi nascondevano completamente il cavaliere. Rand pensò va­gamente che in quell'uomo c'era qualcosa di bizzarro, ma fu af­fascinato soprattutto dalla buia apertura del cappuccio. Scorgeva solo i contorni vaghi d'un viso, ma provò l'impressione di guar­dare dritto negli occhi il cavaliere. E non riusciva a staccare lo sguardo. Senti un nodo allo stomaco. Nel cappuccio vedeva solo ombra, ma percepì un odio intenso, come se l'ombra celasse un viso ringhiante. Odio per ogni creatura. Odio per lui, fra tutti.
A un tratto inciampò in un sasso e fu costretto a distogliere lo sguardo dal cavaliere nero. Lasciò cadere l'arco e solo aggrap­pandosi ai finimenti di Bela riuscì a non finire lungo e disteso per terra. Sorpresa, la giumenta sbuffò, si fermò e girò la testa per vedere che cosa la trattenesse.
Dall'altra parte della strada Tam accigliato guardò Rand. «Tutto bene, ragazzo?»
«Un cavaliere» disse Rand, senza fiato, rimettendosi dritto. «Un forestiero. Ci segue.»
«Dov'è?» Tam alzò la lancia dalla lama larga e scrutò la stra­da, guardingo.
«Là, dietro di noi...» Si girò a indicare e rimase senza parole. Sulla strada non c'era nessuno. Incredulo, fissò la foresta ai lati. Gli alberi spogli non offrivano nascondigli, eppure non c'era traccia di cavallo e cavaliere. Rand guardò in viso il padre. «Era li» insistè. «Un uomo col mantello nero, in sella a un cavallo nero.»
«Ti credo, ragazzo, ma dov'è finito?»
«Non lo so. Però era dietro di noi.» Raccolse arco e freccia, controllò l'impennatura prima d'incoccare e tese l'arco a metà: poi rilasciò la corda. Non c'era niente da prendere di mira. «Era li» ripetè.
Tam scosse la testa brizzolata. «Se lo dici tu, ragazzo. Andia­mo a vedere, allora. Un cavallo lascia delle impronte, persino su questo terreno.» Si mosse verso il fondo del carretto, col man­tello che svolazzava al vento. «Se le troviamo, sapremo con cer­tezza che c'era. In caso contrario... be', di questi tempi è facile credere di vedere cose che non esistono.»
All'improvviso Rand capì cosa ci fosse di bizzarro nel cava­liere, a parte la presenza in quel posto: il vento che frustava lui e Tam non aveva mosso una piega del mantello nero. Si senti la gola secca. Era uno scherzo della fantasia, certo.
Tam non si era sbagliato: un mattino come quello stuzzicava l'immaginazione. Ma lui non era convinto. E come poteva dire al padre che l'uomo apparentemente svanito nell'aria portava un mantello che il vento non scuoteva?
Scrutò i boschi preoccupato: gli parvero diversi da prima. Fin da bambino girava nella foresta. I laghetti e i torrenti del Riverwood, il Bosco del Fiume, al di là delle ultime fattorie a est di Emond's Field, erano quelli dove aveva imparato a nuotare. Aveva esplorato le Colline Sabbiose, anche se molti dicevano che portasse sfortuna, e una volta era perfino arrivato ai piedi delle Montagne di Nebbia, in compagnia dei suoi migliori ami­ci, Mat Cauthon e Perrin Aybara. Ben poca gente di Emond's Field arrivava cosi lontano: un viaggio al villaggio vicino, su a Watch Hill o giù a Deven Ride, era già un grande evento. Da nessuna parte aveva trovato un posto che lo spaventasse. Oggi, però, il Westwood non era quello che ricordava. Un uomo in grado di sparire tanto rapidamente poteva ricomparire allo stes­so modo, forse proprio accanto a loro. «No, padre, non ce n'è bisogno» disse. Tam si fermò, sorpreso, e Rand nascose il rossore aggiustandosi il cappuccio. «Forse hai ragione. È inutile cercare impronte inesistenti; meglio arrivare il prima possibile al villaggio e metterci al riparo dal vento.»
«Non vedo l'ora di essere al caldo, a fumarmi la pipa seduto davanti a un buon boccale di birra» ammise Tam. A un tratto ri­dacchiò. «E sono sicuro che sei ansioso di rivedere Egwene.»
Rand rispose con un sorriso stentato. Di tutte le cose a cui voleva pensare in quel momento, la figlia del sindaco era all'ultimo posto. Non voleva altra confusione. Nell'ultimo anno la ra­gazza lo rendeva sempre più nervoso, ogni volta che stavano in­sieme. E, peggio ancora, pareva non accorgersi di niente. No, meglio non pensare a Egwene.
Si augurò che suo padre non notasse quant'era spaventato, ma Tam disse: «Ricorda la fiamma, ragazzo, e il vuoto.»
Si riferiva a una cosa bizzarra che gli aveva insegnato: concen­trarsi su di una singola fiamma e riversarvi tutte le passioni, - pau­ra, odio, rabbia - fino a svuotare la mente. Diventa tutt'uno con il vuoto, diceva Tam, e puoi fare qualsiasi cosa. Nessuno, a Emond's Field, faceva discorsi del genere. Però, con la fiamma e il vuoto, Tam vinceva ogni anno la gara di tiro con l'arco, alla festa di Bel Tine. Rand si disse che quest'anno anche lui aveva la possi­bilità di classificarsi fra i primi, se riusciva a mantenere nella mente il vuoto. Il fatto che Tam glielo ricordasse, significava che aveva notato la paura di Rand; ma l'uomo non aggiunse altro.
Invece, con uno schiocco della lingua, incitò Bela a muover­si; e padre e figlio ripresero il viaggio. Tam camminava come se nulla fosse accaduto e non ci fosse niente da temere. Rand avreb­be voluto imitarlo. Cercò di svuotare la mente, ma non riusciva a scacciare l'immagine del cavaliere dal mantello nero.
Voleva convincersi che Tam aveva ragione, che il cavaliere era soltanto frutto della sua fantasia, ma ricordava troppo bene quel senso di odio. Aveva visto davvero qualcuno, e quel qualcuno aveva cattive intenzioni nei suoi riguardi. Rand non smise di guardarsi indie­tro, finché non fu circondato dai tetti a punta, coperti di stoppie, di Emond's Field.
Il villaggio sorgeva nelle vicinanze del Westwood, dove la fo­resta si diradava e gli ultimi alberi crescevano tra le solide case dalla struttura in legno.
Il terreno era in leggera pendenza verso est. Per quanto non mancassero macchie d'alberi, fattorie e campi bordati di siepi e di pascoli che trapuntavano il teiTitorio al di là del villaggio, fino al Riverwood e all'intrico di ruscelli e di laghetti. A ovest il ter­reno era altrettanto fertile e i pascoli erano rigogliosi quasi ogni anno, ma nel Westwood c'era solo un piccolo numero di fattorie; e anch'esso si riduceva a zero, a poche miglia dalle Colline Sab­biose, per non parlare delle Montagne di Nebbia, che sovrastavano il bosco, lontane ma ben visibili da Emond's Field.

Alcuni dicevano che il suolo era troppo roccioso, come se non ci fosse­ro rocce dappertutto, nella terra dei Fiumi Gemelli; altri, che fos­sero terreni sfortunati. Pochi brontolavano che non aveva senso andare più vicino alle montagne di quanto occorresse. In ogni caso, solo gli uomini più duri coltivavano la terra nel Westwood.
Passata la prima fila di case, gruppi di bambini vocianti e di cani girarono intorno al carretto. Bela continuò a tirare paziente­mente, senza badare ai bambini che le passavano sotto il naso giocando a rincorrersi e a far rotolare il cerchio. Negli ultimi mesi avevano avuto poche occasioni di ridere e giocare: anche quando l'inverno si era fatto meno rigido, tanto da permettere di stare all'aperto, i genitori avevano continuato a tenere a casa i figli, per paura dei lupi. Ma sembrava che l'avvicinarsi della fe­sta di Bel Tine avesse insegnato ai bambini a giocare di nuovo.
La festa aveva contagiato anche gli adulti. Gli scuri erano spa­lancati e in quasi ogni casa la padrona era alla finestra, col grem­biule e con la lunga treccia raccolta in un fazzoletto, a sbattere lenzuola o mettere sul davanzale i materassi.
Che ci fossero o no foglie sugli alberi, prima della festa di Bel Tine ogni donna ultimava le pulizie di primavera. In ogni cortile i tappeti erano stesi a prendere aria e i bambini meno svelti a svi­gnarsela in strada sfogavano la rabbia a colpi di battipanni. Su ogni tetto il padrone di casa controllava la copertura di stoppie per decidere se i danni dell'inverno richiedevano l'intervento di Cenn Buie, l'anziano impagliatore.
Varie volte Tam si fermò a parlare con questo e con quello. Da alcune settimane lui e Rand non lasciavano la fattoria e tutti volevano essere aggiornati sull'andamento delle cose da quelle parti: negli ultimi tempi al villaggio si era vista poca gente del Westwood. Tam accennò ai danni dovuti alle bufere dell'inver­no, ciascuna peggiore della precedente, ad agnelli nati morti, a campi ancora brulli dove tardavano a spuntare le piantine delle messi e l'erba dei pascoli, a corvi che si radunavano dove negli anni precedenti venivano uccelli canori. Discorsi sgradevoli, mentre intorno fervevano i preparativi per la festa di Bel Tine, accompagnati da un ripetuto scuotere di teste. La situazione era identica da tutte le parti.
Gli uomini, per la maggior parte, scrollarono le spalle e dissero: «Be', sopravviveremo, se la Luce vuole.» Alcuni ridacchiarono e aggiunsero: «E se la Luce non vuole, sopravviveremo lo stesso.»
Era questo il modo di pensare di gran parte della gente dei Fiumi Gemelli, abituata a vedere la grandine rovinare i raccolti e i lupi portare via gli agnelli, abituata a cominciare ogni volta da capo, non importa per quanti anni, e a non cedere facilmente. Quasi tutti i meno tenaci se n'erano andati da tempo.
Tam non si sarebbe fermato a parlare con Wit Congar, se co­stui non fosse uscito nella via costringendoli a fermarsi o a la­sciare che Bela lo calpestasse. I Congar - e i Coplin: le due fa­miglie erano cosi strettamente imparentate che nessuno sapeva con esattezza dove iniziava l'una e terminava l'altra - erano noti, da Watch Hill a Deven Ride e forse perfino a Taren Ferry, come scontrosi e piantagrane. «Devo portare a Bran al'Vere questa roba, Wit» disse Tam, indicando con un cenno i barili; ma Wit, un tipo pelle e ossa, ri­mase al suo posto, con un'espressione acida dipinta sul viso. Poco prima se ne stava sdraiato sui gradini di casa, anziché con­trollare il tetto, anche se la copertura di stoppie pareva avesse un gran bisogno dell'intervento di mastro Buie. Sembrava sempre restio a rimettersi all'opera o a terminare un lavoro già iniziato. Quasi tutti i Coplin e i Congar erano come lui, se non peggio.
«Come la mettiamo con Nynaeve, al'Thor?» domandò Wit Congar. «Non possiamo tenerci una Sapiente come lei a Emond's Field.»
Tam sospirò. «Non tocca a noi, Wit. La Sapiente è roba da donne.»
«Be', sarà meglio fare qualcosa. Diceva che avremmo avuto un inverno mite. E un buon raccolto. Adesso, se le chiedi che cosa ode nel vento, ti guarda storto e se ne va.»
«Se ti sei rivolto a lei come fai di solito, Wit,» disse Tam pa­ziente «sei fortunato che non t'abbia colpito col bastone che por­ta sempre con sé. Ora, se non ti spiace, l'acquavite...»
«Nynaeve al'Meara è troppo giovane per essere una Sapiente. Se la Cerchia delle Donne non interviene, tocca al Consiglio del Villaggio.» «Cosa c'entri, tu, con la Sapiente, Wit Congar?» strepito una voce femminile. Wit trasalì, mentre sua moglie usciva di casa a passo di marcia...

Robert Jordan - L'occhio del Mondo (La ruota del tempo, libro primo)