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Lettura a cura di: Lupo SolitarioPubblicata con consenso.Paul Eluard - Libertà
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I nostri raccontiFuga

Ne è passato di tempo, ma che vuol dire. Quando senti dire "tanto tutto passa", è vero, tutto passa. Però anche la vita passa, no? Dalle mie parti passò un terremoto, una volta. Poi finì, ma...
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RomanziL'uomo che cambiò i cieli

Non esco da settimane. Quando la vita ti precipita addosso, non ti concede scampo. La luce della candela affonda fievo­li tralci nella dura tenebra, guida lo sguardo nell'oltretempo, alla linfa...
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L'ellisse templare
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l'ellisse templareLe sagome velate dalla nebbia procedevano verso ponente. I loro passi frettolosi seguivano il calare della luce. Avanzavano verso quel luogo, la fine della Terra, oltre il quale non si poteva andare, dove enormi e terrificanti bastioni torreg­giavano all'orizzonte come le mura dell'universo, prima della Grande Cateratta che svuotava i mari nel fragore del vortice al limite del mondo.
Camminavano per terre selvagge, nella scarsa luce delle giornate accorciate dalle nebbie. Il verde perenne delle valli saliva verso le mon­tagne. Le indicazioni che avevano i viandanti erano scarse; non parla­vano di quella valle scoscesa, né del fiume plumbeo che scorreva sul fondo come una lingua scolpita fra le montagne, a malapena visibile nella foschia: Sil, così l'avevano chiamato gli antichi invasori romani.

Non avevano seguito il Cammino di Santiago, per evitare i percorsi più battuti e per non richiamare l'attenzione. Dieci viandanti vestiti da monaci che percorrevano il Cammino sarebbero stati annunciati a Com­postela, mentre la missione che era stata loro affidata richiedeva la massima segretezza.
Le istruzioni al riguardo erano precise: dovevano tenersi lontano dai territori più popolati, evitare gli itinerari più noti e, soprattutto, arrivare alla data stabilita. A qualunque costo.
La valle sembrava invalicabile, la boscaglia e il burrone impedivano il passaggio, anche se garantivano di non essere visti. Il pendio sull'al­tra sponda del fiume era scolpito a terrazze: muri di pietra sosteneva­no, una sopra l'altra, terrazze un tempo coltivate a vigneti. Dodici se­coli prima, gli occupanti romani avevano portato ogni anno a Roma quel vino squisito per dimostrare quanto quelle terre in capo al mondo fossero utili all'Impero.
Terrazze e muri, ora in rovina, sembravano reclamare di nuovo il la­voro dei cinquemila schiavi che avevano costruito quell'opera colossale.
Non potevano perdere tempo. La posta in gioco per l'Occidente era molto alta, e se tardavano il piano rischiava di fallire. Dovevano rag­giungere il castello di Lemos quando il sole fosse tramontato per la seconda volta sulla fine del mondo. Non era un'impresa facile, per questo erano ricorsi a loro. La mis­sione era rischiosa, difficile perfino per dei templari: avrebbe dato vita a un processo che, una volta avviato, niente e nessuno avrebbe più po­tuto fermare.
"Ci divideremo in tre gruppi", disse uno dei monaci, di mezza età, magro ma dalla corporatura vigorosa, con la pelle bruciata dal sole. "Uno percorrerà una lega verso nord, un altro andrà a sud e il resto degli uomini rimarrà con me. Cercheremo gente del luogo che ci aiuti ad attraversare il fiume in barca. Ci riuniremo sulla cima del monte terrazzato", concluse indicando il fianco della montagna davanti a loro.
Ogni raccomandazione di cautela era superflua: il lungo cammino che avevano percorso partendo dalle umide e fredde terre dell'est della Germania aveva reso quegli uomini, reclutati in diverse parti d'Euro­pa, un drappello compatto e affiatato. Tutti conoscevano il loro compi­to, erano stati scelti personalmente dal Gran Maestro Thibauld de Gaudin. Dieci uomini che appartenevano al Tempio da molti anni e aveva­no combattuto nelle crociate, in Turchia e in Algeria; che erano stati feriti, fatti prigionieri, avevano patito stenti, avevano guidato eserciti, erano stati forgiati dall'esperienza della guerra. Il fatto che proprio loro fossero stati scelti rivelava l'importanza della missione.
Quando il Gran Maestro li aveva convocati per istruirli dettagliata­mente, non avevano fatto domande. Conoscevano il loro dovere e l'avreb­bero compiuto, la loro vita era al servizio della cristianità. Enric di Westfalia era andato ad Algeri con l'obiettivo di accendere la rivolta dello sceicco Abdal, così che il mondo arabo si indebolisse, occupato in pro­blemi interni. In Turchia, Joseph era riuscito a suscitare una rivolta armata nella provincia di Ankara, paralizzando un esercito che stava muovendo contro i crociati. Avevano percorso l'Egitto, la Siria, la Gior­dania e la Mesopotamia con truppe armate o in veloci incursioni per distrarre le forze musulmane di sostegno a quelle che occupavano i Luoghi Santi. Anni di combattimenti a fianco dei soldati francesi, tedeschi e inglesi erano una garanzia del fedele servizio al Tempio.
Le istruzioni del Gran Maestro erano precise e non lasciavano niente al caso: l'obiettivo finale era il Cammino di Santiago, la via occidentale della cristianità.

"C'è una barca", disse uno dei quattro uomini rimasti con Enric. "Se rintracciamo il barcaiolo potremo trovare un luogo riparato per trascorrere la notte e riposare qualche ora".
Il barcaiolo, un uomo biondo, quasi fulvo, fu avaro di parole come i quattro templari. Salendo sulla barca si sentirono osservati, anche se l'uomo li guardava appena. Li avevano avvertiti: gli abitanti della Galizia erano perspicaci e misteriosi. Ebbero la sensazione che il barcaiolo sapesse che non erano pellegrini e, mentre attraversavano il fiume, il silenzio era palpabile. "Sono già al corrente, sanno che siamo qui", pensò Enric. "Come avranno fatto?".
Nella nebbia, che a contatto con l'acqua scura del fiume sembrava solidificarsi, Enric ebbe un moto di timore. Mancavano ancora due ore al tramonto. Quando sbarcarono, mentre pagava il compenso pattuito, il suo sguardo incrociò quello del barcaiolo e provò un brivido. Tutto sembrava irreale e immerso in una luce misteriosa.
Iniziarono a salire il ripido pendio. A metà strada il fiume scompar­ve improvvisamente ai loro sguardi; la nebbia lo nascose e si fece buio. Dovevano trovare un riparo per la notte; se gli altri avessero tardato, avrebbero dovuto dormire all'addiaccio. L'avevano fatto molte volte, an­che al freddo o con la pioggia; ma Enric non era tranquillo, continuava a sentire dei brividi lungo la schiena e preferiva riposare al riparo. Non lo sorprese sapere che i compagni avevano la sua stessa sensazione.
Non si sorprese nemmeno nel vedere, quando gli altri due gruppi li raggiunsero, che anche i loro compagni erano in preda a una strana inquietudine e preferivano tutti passare la notte al coperto.
Ebbero fortuna; trovarono una capanna in cui, al tempo della ven­demmia, si tenevano ceste per l'uva e tini per farla fermentare. Lì era­no al sicuro; nessuno li avrebbe visti. La cena fu frugale; mangiarono quello che rimaneva della carne del cervo che avevano cacciato sulle montagne del Leon e bevvero acqua. I Cavalieri del Tempio erano uomini sobri e austeri. Mangiarono in si­lenzio, mentre la nebbia penetrava nei più piccoli interstizi del rifugio. Un silenzio teso, strano. Erano in preda a un turbamento che non avevano mai provato; lo riconoscevano, lo condividevano. Erano come tra­sportati in un altro mondo, in un'altra terra.
Enric non dormì. Un senso di angoscia gravava sul suo spirito. Con il sangue freddo che lo caratterizzava, iniziò a riflettere.
Che cos'era cambiato per il solo fatto di aver attraversato il fiume? Il barcaiolo aveva pronunciato sì e no una decina di parole, ma allora per­ché quella sensazione di sentirsi scoperti? Forse era frutto della sua immaginazione e dell'effetto inquietante di quel fiume brumoso e me­tallico, dall'acqua così densa da far pensare di poterci camminare sopra. Il rapido arrivo della notte, che come un sipario aveva immerso il mondo nell'oscurità, aveva alterato la loro mente fino a sconvolgerla. Doveva essere così; quei fenomeni naturali e quella valle magnetica si erano impossessati di loro. Certo, un barcaiolo rozzo e incolto non poteva co­noscere e neppure intuire la loro missione. Era un pensiero assurdo. 

Solo loro dieci, il Gran Maestro e colui che doveva venire sapevano della posta in gioco e delle forze che stavano per scatenarsi. Dodici templari e il papa di Roma, nessun altro. Il Gran Maestro era stato perentorio: l'Occidente doveva mantene­re aperto il Cammino di Compostela, la grande rotta della cristianità. La croce templare aveva l'incarico di difendere il cristianesimo in tutte le terre minacciate dall'Isiam da Oriente a Occidente, ma l'Oriente era già perduto. I primi apostoli avevano definito il suo territorio: Pietro a Roma, Giacomo a Finisterre e Paolo in Oriente. Così era stato deciso e così doveva essere; niente e nessuno doveva cambiarlo.
Tuttavia, la minaccia stava diventando realtà. Alcuni l'avevano te­muto: se nel passaggio dal primo al secondo millennio i due estremi della civiltà cristiana fossero stati definitivamente e violentemente stac­cati dalla croce d'Occidente, l'attacco alle terre del nord sarebbe stato facile. I territori della Germania si sarebbero smembrati e avrebbe re­gnato nuovamente la barbarie, mentre Roma rimaneva isolata, ridotta all'ultimo, debole baluardo di quella grande civiltà.
Alcuni segni premonitori erano ormai evidenti: le crociate contro l'Isiam in Terra Santa si erano dimostrate incapaci di cacciare gli infe­deli. L'alleanza della Turchia con i musulmani del sud del Mediterra­neo non solo rafforzava la loro posizione nelle terre del Golan, ma co­stituiva una grave minaccia. Questi timori si erano rafforzati con l'ini­zio del nuovo millennio, e da allora erano già trascorsi quasi trecento anni. Correva l'anno del Signore 1295, il mondo guardava sempre di più a Compostela; per questo era necessario rafforzare il suo Cammi­no e il suo territorio. E bisognava farlo con prontezza e decisione.
Il piano era preciso. Non potevano commettere errori, erano stati scelti per questo; loro e colui che doveva venire. Lui si sarebbe unito al gruppo a un certo punto della missione e avrebbe preso il comando delle opera­zioni. Enric non conosceva il suo nome; gli avevano detto soltanto che, trovandosi al suo cospetto, lo avrebbe riconosciuto immediatamente. Non era dunque possibile che il barcaiolo sapesse qualcosa. Li ave­va semplicemente osservati: quattro monaci pellegrini che guadavano il Sil, e così lontani dalle strade per Compostela, destavano curiosità.

Erano timori insensati, frutto della sua immaginazione, ma quando le prime luci dell'alba penetrarono nel rifugio, l'inquietudine appe­santiva ancora gli animi.
La nebbia era svanita, scendendo verso la valle. Per la prima volta riuscirono a vedere il luogo in cui si trovavano: erano circondati da alte montagne e orizzonti chiusi, interrotti dalle gole scoscese scavate dal Sil, e là dietro, sull'altra sponda, il castello dei Castro che, anche se non figurava fra i luoghi pericolosi, si doveva evitare. La raccomanda­zione era di non far notare la loro presenza.
Ripresero il cammino con il sole alle spalle, avanzando di nuovo verso ponente con passo rapido e deciso. Ora il mondo era cambiato: tutto era immerso nella luce, il sole inondava la folta vegetazione facendo brillare i verdi boschi di castagno, che riflettevano i suoi raggi di nuovo verso il cielo. C'era un profumo di un'umidità pulita. Solo montagne, alberi e quel fulgore. Il silenzio dei boschi. Era stato tutto un sogno di nebbie, brume, tenebre e acque. Certamente frutto dell'immaginazione.
Restava solo un giorno di cammino, dovevano affrettarsi, e la matti­na chiara e limpida li invitava a procedere. I due giorni che avevano trascorso a Roncisvalle, il passo del miracolo dove l'infedele era stato fermato, pesavano come macigni sulla marcia appesantita da quel ri­tardo. Dovevano arrivare prima di sera e sarebbero arrivati. Terra meravigliosa quella che stavano scoprendo. Terra sconcer­tante, che poteva passare dalle ombre più cupe a cascate di luce. Per questo li avevano avvertiti: le attenzioni non bastavano mai.
Quando il sole non feriva più la vista di chi volgeva lo sguardo all'orizzonte, apparve la sagoma imponente del castello di Lemos sulla cima del monte da cui dominava le fertili pianure. Enric fu percorso da un brivido; sentiva l'odore di quella valle e sulla pelle la forza della terra che aveva davanti agli occhi, la stessa di quel fiume, il Sil. Il ca­stello si ergeva come se scaturisse dalle viscere della terra, bello e po­deroso. La magia fluttuava nell'aria: neppure a Damasco e a Roma ave­va mai visto nulla di simile. "Prima del tramonto saremo a destinazione", furono le uniche pa­role che Enric riuscì a pronunciare.
Nessuno replicò; il silenzio parlava per loro.