| L'ellisse templare |
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Non avevano seguito il Cammino di Santiago, per evitare i percorsi più battuti e per non richiamare l'attenzione. Dieci viandanti vestiti da monaci che percorrevano il Cammino sarebbero stati annunciati a Compostela, mentre la missione che era stata loro affidata richiedeva la massima segretezza. Le istruzioni al riguardo erano precise: dovevano tenersi lontano dai territori più popolati, evitare gli itinerari più noti e, soprattutto, arrivare alla data stabilita. A qualunque costo. La valle sembrava invalicabile, la boscaglia e il burrone impedivano il passaggio, anche se garantivano di non essere visti. Il pendio sull'altra sponda del fiume era scolpito a terrazze: muri di pietra sostenevano, una sopra l'altra, terrazze un tempo coltivate a vigneti. Dodici secoli prima, gli occupanti romani avevano portato ogni anno a Roma quel vino squisito per dimostrare quanto quelle terre in capo al mondo fossero utili all'Impero. Terrazze e muri, ora in rovina, sembravano reclamare di nuovo il lavoro dei cinquemila schiavi che avevano costruito quell'opera colossale. Non potevano perdere tempo. La posta in gioco per l'Occidente era molto alta, e se tardavano il piano rischiava di fallire. Dovevano raggiungere il castello di Lemos quando il sole fosse tramontato per la seconda volta sulla fine del mondo. Non era un'impresa facile, per questo erano ricorsi a loro. La missione era rischiosa, difficile perfino per dei templari: avrebbe dato vita a un processo che, una volta avviato, niente e nessuno avrebbe più potuto fermare. "Ci divideremo in tre gruppi", disse uno dei monaci, di mezza età, magro ma dalla corporatura vigorosa, con la pelle bruciata dal sole. "Uno percorrerà una lega verso nord, un altro andrà a sud e il resto degli uomini rimarrà con me. Cercheremo gente del luogo che ci aiuti ad attraversare il fiume in barca. Ci riuniremo sulla cima del monte terrazzato", concluse indicando il fianco della montagna davanti a loro. Ogni raccomandazione di cautela era superflua: il lungo cammino che avevano percorso partendo dalle umide e fredde terre dell'est della Germania aveva reso quegli uomini, reclutati in diverse parti d'Europa, un drappello compatto e affiatato. Tutti conoscevano il loro compito, erano stati scelti personalmente dal Gran Maestro Thibauld de Gaudin. Dieci uomini che appartenevano al Tempio da molti anni e avevano combattuto nelle crociate, in Turchia e in Algeria; che erano stati feriti, fatti prigionieri, avevano patito stenti, avevano guidato eserciti, erano stati forgiati dall'esperienza della guerra. Il fatto che proprio loro fossero stati scelti rivelava l'importanza della missione. Quando il Gran Maestro li aveva convocati per istruirli dettagliatamente, non avevano fatto domande. Conoscevano il loro dovere e l'avrebbero compiuto, la loro vita era al servizio della cristianità. Enric di Westfalia era andato ad Algeri con l'obiettivo di accendere la rivolta dello sceicco Abdal, così che il mondo arabo si indebolisse, occupato in problemi interni. In Turchia, Joseph era riuscito a suscitare una rivolta armata nella provincia di Ankara, paralizzando un esercito che stava muovendo contro i crociati. Avevano percorso l'Egitto, la Siria, la Giordania e la Mesopotamia con truppe armate o in veloci incursioni per distrarre le forze musulmane di sostegno a quelle che occupavano i Luoghi Santi. Anni di combattimenti a fianco dei soldati francesi, tedeschi e inglesi erano una garanzia del fedele servizio al Tempio. Le istruzioni del Gran Maestro erano precise e non lasciavano niente al caso: l'obiettivo finale era il Cammino di Santiago, la via occidentale della cristianità. "C'è una barca", disse uno dei quattro uomini rimasti con Enric. "Se rintracciamo il barcaiolo potremo trovare un luogo riparato per trascorrere la notte e riposare qualche ora". Il barcaiolo, un uomo biondo, quasi fulvo, fu avaro di parole come i quattro templari. Salendo sulla barca si sentirono osservati, anche se l'uomo li guardava appena. Li avevano avvertiti: gli abitanti della Galizia erano perspicaci e misteriosi. Ebbero la sensazione che il barcaiolo sapesse che non erano pellegrini e, mentre attraversavano il fiume, il silenzio era palpabile. "Sono già al corrente, sanno che siamo qui", pensò Enric. "Come avranno fatto?". Nella nebbia, che a contatto con l'acqua scura del fiume sembrava solidificarsi, Enric ebbe un moto di timore. Mancavano ancora due ore al tramonto. Quando sbarcarono, mentre pagava il compenso pattuito, il suo sguardo incrociò quello del barcaiolo e provò un brivido. Tutto sembrava irreale e immerso in una luce misteriosa. Iniziarono a salire il ripido pendio. A metà strada il fiume scomparve improvvisamente ai loro sguardi; la nebbia lo nascose e si fece buio. Dovevano trovare un riparo per la notte; se gli altri avessero tardato, avrebbero dovuto dormire all'addiaccio. L'avevano fatto molte volte, anche al freddo o con la pioggia; ma Enric non era tranquillo, continuava a sentire dei brividi lungo la schiena e preferiva riposare al riparo. Non lo sorprese sapere che i compagni avevano la sua stessa sensazione. Non si sorprese nemmeno nel vedere, quando gli altri due gruppi li raggiunsero, che anche i loro compagni erano in preda a una strana inquietudine e preferivano tutti passare la notte al coperto. Ebbero fortuna; trovarono una capanna in cui, al tempo della vendemmia, si tenevano ceste per l'uva e tini per farla fermentare. Lì erano al sicuro; nessuno li avrebbe visti. La cena fu frugale; mangiarono quello che rimaneva della carne del cervo che avevano cacciato sulle montagne del Leon e bevvero acqua. I Cavalieri del Tempio erano uomini sobri e austeri. Mangiarono in silenzio, mentre la nebbia penetrava nei più piccoli interstizi del rifugio. Un silenzio teso, strano. Erano in preda a un turbamento che non avevano mai provato; lo riconoscevano, lo condividevano. Erano come trasportati in un altro mondo, in un'altra terra. Enric non dormì. Un senso di angoscia gravava sul suo spirito. Con il sangue freddo che lo caratterizzava, iniziò a riflettere. Che cos'era cambiato per il solo fatto di aver attraversato il fiume? Il barcaiolo aveva pronunciato sì e no una decina di parole, ma allora perché quella sensazione di sentirsi scoperti? Forse era frutto della sua immaginazione e dell'effetto inquietante di quel fiume brumoso e metallico, dall'acqua così densa da far pensare di poterci camminare sopra. Il rapido arrivo della notte, che come un sipario aveva immerso il mondo nell'oscurità, aveva alterato la loro mente fino a sconvolgerla. Doveva essere così; quei fenomeni naturali e quella valle magnetica si erano impossessati di loro. Certo, un barcaiolo rozzo e incolto non poteva conoscere e neppure intuire la loro missione. Era un pensiero assurdo. Solo loro dieci, il Gran Maestro e colui che doveva venire sapevano della posta in gioco e delle forze che stavano per scatenarsi. Dodici templari e il papa di Roma, nessun altro. Il Gran Maestro era stato perentorio: l'Occidente doveva mantenere aperto il Cammino di Compostela, la grande rotta della cristianità. La croce templare aveva l'incarico di difendere il cristianesimo in tutte le terre minacciate dall'Isiam da Oriente a Occidente, ma l'Oriente era già perduto. I primi apostoli avevano definito il suo territorio: Pietro a Roma, Giacomo a Finisterre e Paolo in Oriente. Così era stato deciso e così doveva essere; niente e nessuno doveva cambiarlo. Erano timori insensati, frutto della sua immaginazione, ma quando le prime luci dell'alba penetrarono nel rifugio, l'inquietudine appesantiva ancora gli animi. |

Le sagome velate dalla nebbia procedevano verso ponente. I loro passi frettolosi seguivano il calare della luce. Avanzavano verso quel luogo, la fine della Terra, oltre il quale non si poteva andare, dove enormi e terrificanti bastioni torreggiavano all'orizzonte come le mura dell'universo, prima della Grande Cateratta che svuotava i mari nel fragore del vortice al limite del mondo.