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Il 24 febbraio 1815 la vedetta di Nostra Signora della Guardia segnalò il tre-alberi Pharaon che arrivava da Smirne, via Trieste e Napoli. Come al solito, un pilota costiero partì immediatamente...
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Le Nostre Poesie3#ANTIPASTI

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La notte perfetta per andare in Cina
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la notte perfetta per andare in cina Da quel momento non riuscii più a riprendere son­no. Quando suonò la sveglia qualche ora più tardi, ero già alzato, seduto sulla sponda del letto, il mento fra le mani. Ora mi sentirò malissimo per tutto il giorno, pensai.
Andai in fondo al corridoio a svegliare Simon. Si era tolto le coperte e dormiva con le braccia diritte so­pra la testa, quasi stesse per tuffarsi in una pozza d'ac­qua profonda.
Gli appoggiai una mano sulla guancia. - Simon, -dissi, - Simon -. Mi stesi accanto a lui e mi appisolai per qualche istante. Mi calmava solo a stargli vicino. Credo di avere persino sognato, un sogno breve, poi mi riscossi.


- Andiamo, dobbiamo alzarci, - gli dissi. Ma lui era già sveglio, se ne stava sdraiato con le mani sul petto, a fissare il soffitto. Era piuttosto insolito, un bambi­no di sei anni con le mani incrociate sul petto. Come un vecchio, o un morto nella bara.
Lo portai in bagno. A quell'ora della mattina non riusciva a prendere bene la mira, finiva col farla sul pa­vimento o sul bordo della tazza, perciò avevo preso l'a­bitudine di appoggiargli le mani sulle spalle, per gui­darlo mentre faceva pipi. Verso la fine con un unico sussulto si tirava su i pantaloni del pigiama, senza mai scuoterselo abbastanza, cosi che gli rimaneva una pic­cola macchia scura in alto, sulla gamba dei calzoni.
Gli dissi: - Dovresti dargli una scrollatina più ener­gica.-
- Va bene, - fece lui. Scesi di sotto e accesi le luci di cucina. Fuori era an­cora buio. Riempii il bollitore, sbatacchiai qui e là, ma dopo qualche minuto, non sentendo alcun rumore in camera di Simon, tornai di sopra a dare un'occhiata. Era seduto sul pavimento, una gamba sola infilata nei jeans, lo sguardo perso nel vuoto.
Chiamai: - Simon, - e lui sobbalzò, come se lo aves­si svegliato da un sogno. - A cosa stai pensando ? - A niente, - rispose, e infilò l'altra gamba nei cal­zoni.
Ero nell'anticamera e gli stavo mettendo i pantalo­ni da neve quando chiamò M. Si trovava ancora all'A­vana, a vendere un impianto telefonico di seconda mano. Migliaia e migliaia di telefoni usati. - Volevo solo sentire la sua voce, - disse. - E' ancora li? Per tutta la giornata mi sentii stanco, una specie di fiacchezza opprimente. Stavo da schifo e pensavo: Ah ecco, è cosi. E siccome ero stanco e quando si è stan­chi si fanno un sacco di pensieri ridicoli, mi ritrovai a dirmi che non era giusto: ero andato a letto presto, e ciononostante mi toccava una punizione. Tanto vale­va rimanere sveglio fino alle tre di notte a bere Mar­tini con un paralume in testa. Non in senso letterale, certo, ma rende l'idea. Non lo farò più, di mettermi a letto troppo presto, pensai.
Cosi quel giorno, quando andai a prendere Simon, fui un po' brusco con lui. Gli dissi: - Non mi sento be­ne oggi, perciò non farmi troppe domande, d'accor­do?
Possiamo prenderla lo stesso la mia ciambella ? - chiese lui.
Certo. Basta che non la facciamo troppo lunga, - risposi.
La sera, quando finii di fargli il bagno e di lavargli i capelli (con quei suoi occhi assonnati puntati addos­so) erano quasi le otto e mezzo. Dissi: - Sono troppo stanco per leggerti una storia, Simon. Dovrai guarda­re le figure da solo.
- Se sei stanco, perché non vai a dormire ? - fece lui.
Fui sul punto di dirgli che avevo fatto proprio così la sera prima, e per quello ero un po' scontroso, ma lui avrebbe colto l'occasione per contrattare.
Dissi solo: - Perché no.
Si infilò il pigiama e andò a letto, con i capelli an­cora umidi; gli diedi un bacio sulla guancia e poi, sen­za voltarmi, chiusi la porta. Dissi: - Tra un attimo ven­go a spegnerti la luce.
Cercai di guardare la televisione, ma non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ci risiamo, pensai. Andai in fondo al corridoio, presi una sigaretta dal pacchetto nel frigorifero e uscii sulla veranda. Ero li da qualche minuto quando udii una musica venire dal bar in fon­do alla strada. Mi piace la musica dal vivo, mi eccita come un segreto che sta per svelarsi. Mi tastai le ta­sche e trovai un biglietto da cinque dollari. Che for­tuna. Aprii la porta dell'anticamera e rimasi in ascol­to di eventuali rumori in cima alle scale. Niente, nem­meno il rantolo del frigorifero. Non mi infilai il cappotto o gli stivali, altrimenti sa­rebbe stata un'uscita in piena regola. Sgattaiolai in strada, con l'aria gelida che prendeva alla testa, la ne­ve fresca e luccicante che ricopriva il davanzale delle finestre, il cofano delle automobili, il sellino delle bi­ciclette e persino il bullonano quadrato in cima all'i­drante.

Era un baretto sciatto di Chinatown, lo conoscono tutti, mi sa, con i tavoli in formica di una volta, le fo­tografie dei clienti affezionati alle pareti, i camerieri pescati chissà dove. Difficile immaginare che quei ti­zi avessero una vita fuori di li. Persino l'aria era un­tuosa.

Nella sala grande suonava un gruppo tutto femmi­nile. Le avevo già viste; erano tipe toste, gente senza peli sulla lingua, e una di loro, la bassista, aveva un vi­so affilato da gatta e una spilla sulla giacca di pelle con su scritto: «Scordatelo». Quando entrai nel bar mi sor­rise. Non so se mi avesse riconosciuto o se per lei fos­si solo uno dei tanti che si presentavano sempre nei lo­cali in cui suonavano.
Un cameriere col naso rosso mi indicò un tavolo. Dissi di no. Ma presi un bicchiere dal suo vassoio, e rimasi accanto alla porta. Poi la gatta si avvicinò al mi­crofono e attaccò una ballata lenta. 1 don'tknow what love is. Tell me you'II show me the way. Avevo l'im­pressione che si rivolgesse a una donna seduta a un ta­volo in prima fila.
Non so quanto rimasi lì dentro, forse un quarto d'o­ra, ma una volta tornato fuori all'aria fredda, mentre camminavo veloce sul marciapiede, mi resi conto che quelle due birre mi avevano mandato su di giri. O forse erano tre. Qualche volta va così, qualche volta no. La porta di casa era aperta e ricordo di avere pensato che era stupido riscaldare l'appartamento per poi fare uscire tutto il calore dalla porta. Feci le scale di corsa ed entrai in cucina. Fu un sollievo, come se avessi trascorso tutta la notte fuori. Mi sfilai le scarpe, avevo i piedi freddi, e pensai: ora faccio scorrere l'acqua nel­la vasca, mi siedo sul bordo e metto i piedi a bagno nell'acqua calda. Come facevo da bambino, quando mi sedevo sul ciglio del molo. Ma prima andai in fondo al corridoio a controllare Simon. Amavo l'odore della sua camera, il suo corpicino caldo. Ma nel letto il suo corpicino caldo non c'era. Era scomparso.
Non voglio entrare nei dettagli spiegando che cosa accadde dopo. Non ce la faccio proprio a rivivere tut­to da capo e di sicuro non interessa a nessuno. Met­tiamola cosi. La polizia arrivò subito, due o tre auto quasi contemporaneamente. Percorsero la via in su e in giù, di porta in porta, bussarono, parlarono, chie­sero. E poi di nuovo ribussarono, riparlarono, richie­sero. Andai con loro. Una vicina di casa cinese, che parlava a malapena la nostra lingua, disse di avere vi­sto dalla sua finestra al terzo piano un ragazzino in pie­di sulla veranda. Era a piedi nudi. Là fuori, nella ne­ve. Senza scarpe. Molto male, oscillò l'indice avanti e indietro. Molto male. Il tempo di scendere le scale e il bambino se n'era andato. Doveva essere rientrato in casa. Cosi tradusse la nipote.
Quella notte si sentì di continuo la voce al megafo­no che si spostava lentamente lungo la strada inneva­ta, chiedendo informazioni su un bambino piccolo e biondo, di sei anni, in pigiama. Una voce metallica da film di fantascienza che ti faceva venire voglia di ob­bedire.

Un poliziotto con i capelli unti disse: - Credo che ci siano buone probabilità che qualcuno si stia prenden­do cura di lui -. Il suo collega continuava a fissarmi. M. tornò in aereo il mattino dopo; non ci furono re­criminazioni. Per timore che avvelenare l'atmosfera portasse sfortuna, credo. Poi arrivarono altri poliziot­ti, sbattendo i piedi nell'anticamera di sotto. Torna­vano nella via, avanti e indietro, per poi passare all'i­solato successivo. Talvolta M. li seguiva; talvolta li se­guivo io. Chiamò Howard Glass. - Adesso non posso parlare, - gli dissi.
Intorno a mezzogiorno si presentò altra gente. Un giovane e la moglie avevano cenato allo Shangai Gardens, dietro l'angolo; stavano tornando alla macchina quando avevano visto, in piedi sulla veranda di una ca­sa grigia, un ragazzino che chiamava suo padre. Guar­dava su e giù per la via chiamando - Papa? Papa? -Era scappato dentro quando avevano cercato di avvi­cinarlo. Avevano pensato di bussare alla porta, per as­sicurarsi che fosse tutto a posto, ma poi avevano ri­nunciato.
Un terzo poliziotto, con un taglio di capelli alla mo­da e un abito verde elegante, disse: - Dev'essere usci­to di nuovo -. M. sedeva immobile sul divano come se quell'immagine, Simon in pigiama sulla veranda, le avesse bloccato il cervello e non fosse più in grado di pensare.
Il poliziotto con i capelli unti disse: - Una volta ci è capitato il caso di un bambino che ha attraversato la strada, si è infilato in un appartamento e si è addormentato. L'abbiamo trovato diciotto ore dopo -. Il po­liziotto con i capelli alla moda gli lanciò un'occhiata, ma era troppo tardi. Conoscevo la storia delle venti­quattro ore: passate quelle, le cose si fanno più... dif­ficili.
Una giornalista del «Globe and Mail» venne a pren­dere una foto. Puzzava di sigaretta; doveva averla spenta poco prima di salire. - Questa ci aiuterà, ci aiu­terà di certo, - disse.
La rivogliamo, quella foto, - l'avverti M.
Naturalmente, - fece la donna. - Siamo molto at­tenti a queste cose.
Vidi la foto al telegiornale delle otto quella sera, un ragazzino con i capelli biondo cenere e lo sguardo as­sonnato. M. gliel'aveva scattata qualche settimana pri­ma, quando era raffreddato ed era rimasto in pigiama tutto il giorno.

Di quando in quando, nel corso di quella seconda giornata, trovandomi solo e in assoluto silenzio, ebbi la sensazione che Simon mi parlasse, sentivo la sua vocina infantile che mi sussurrava all'orecchio come quando dormiva nel nostro letto. Shh, Simon, è ora dì dormire. Ma non riuscivo a capire quello che diceva. Sentivo anche un altro rumore, come di vetri infran­ti. Solo più attutito. Non avrei saputo dire con esat­tezza che cosa fosse. Perciò quella notte aspettai che la polizia se ne an­dasse e poi uscii da solo. Rimasi in piedi, nel mezzo della strada innevata, allargai le braccia e aspettai che mi parlasse. La donna cinese mi guardava dalla sua fi­nestra al terzo piano. Aspettai e aspettai.

David Gilmour - La notte perfetta per andare in Cina