| La notte perfetta per andare in Cina |
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- Andiamo, dobbiamo alzarci, - gli dissi. Ma lui era già sveglio, se ne stava sdraiato con le mani sul petto, a fissare il soffitto. Era piuttosto insolito, un bambino di sei anni con le mani incrociate sul petto. Come un vecchio, o un morto nella bara. Lo portai in bagno. A quell'ora della mattina non riusciva a prendere bene la mira, finiva col farla sul pavimento o sul bordo della tazza, perciò avevo preso l'abitudine di appoggiargli le mani sulle spalle, per guidarlo mentre faceva pipi. Verso la fine con un unico sussulto si tirava su i pantaloni del pigiama, senza mai scuoterselo abbastanza, cosi che gli rimaneva una piccola macchia scura in alto, sulla gamba dei calzoni. Gli dissi: - Dovresti dargli una scrollatina più energica.- - Va bene, - fece lui. Scesi di sotto e accesi le luci di cucina. Fuori era ancora buio. Riempii il bollitore, sbatacchiai qui e là, ma dopo qualche minuto, non sentendo alcun rumore in camera di Simon, tornai di sopra a dare un'occhiata. Era seduto sul pavimento, una gamba sola infilata nei jeans, lo sguardo perso nel vuoto. Chiamai: - Simon, - e lui sobbalzò, come se lo avessi svegliato da un sogno. - A cosa stai pensando ? - A niente, - rispose, e infilò l'altra gamba nei calzoni. Ero nell'anticamera e gli stavo mettendo i pantaloni da neve quando chiamò M. Si trovava ancora all'Avana, a vendere un impianto telefonico di seconda mano. Migliaia e migliaia di telefoni usati. - Volevo solo sentire la sua voce, - disse. - E' ancora li? Per tutta la giornata mi sentii stanco, una specie di fiacchezza opprimente. Stavo da schifo e pensavo: Ah ecco, è cosi. E siccome ero stanco e quando si è stanchi si fanno un sacco di pensieri ridicoli, mi ritrovai a dirmi che non era giusto: ero andato a letto presto, e ciononostante mi toccava una punizione. Tanto valeva rimanere sveglio fino alle tre di notte a bere Martini con un paralume in testa. Non in senso letterale, certo, ma rende l'idea. Non lo farò più, di mettermi a letto troppo presto, pensai. Cosi quel giorno, quando andai a prendere Simon, fui un po' brusco con lui. Gli dissi: - Non mi sento bene oggi, perciò non farmi troppe domande, d'accordo? Possiamo prenderla lo stesso la mia ciambella ? - chiese lui. Certo. Basta che non la facciamo troppo lunga, - risposi. La sera, quando finii di fargli il bagno e di lavargli i capelli (con quei suoi occhi assonnati puntati addosso) erano quasi le otto e mezzo. Dissi: - Sono troppo stanco per leggerti una storia, Simon. Dovrai guardare le figure da solo. - Se sei stanco, perché non vai a dormire ? - fece lui. Fui sul punto di dirgli che avevo fatto proprio così la sera prima, e per quello ero un po' scontroso, ma lui avrebbe colto l'occasione per contrattare. Dissi solo: - Perché no. Si infilò il pigiama e andò a letto, con i capelli ancora umidi; gli diedi un bacio sulla guancia e poi, senza voltarmi, chiusi la porta. Dissi: - Tra un attimo vengo a spegnerti la luce. Cercai di guardare la televisione, ma non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ci risiamo, pensai. Andai in fondo al corridoio, presi una sigaretta dal pacchetto nel frigorifero e uscii sulla veranda. Ero li da qualche minuto quando udii una musica venire dal bar in fondo alla strada. Mi piace la musica dal vivo, mi eccita come un segreto che sta per svelarsi. Mi tastai le tasche e trovai un biglietto da cinque dollari. Che fortuna. Aprii la porta dell'anticamera e rimasi in ascolto di eventuali rumori in cima alle scale. Niente, nemmeno il rantolo del frigorifero. Non mi infilai il cappotto o gli stivali, altrimenti sarebbe stata un'uscita in piena regola. Sgattaiolai in strada, con l'aria gelida che prendeva alla testa, la neve fresca e luccicante che ricopriva il davanzale delle finestre, il cofano delle automobili, il sellino delle biciclette e persino il bullonano quadrato in cima all'idrante. Era un baretto sciatto di Chinatown, lo conoscono tutti, mi sa, con i tavoli in formica di una volta, le fotografie dei clienti affezionati alle pareti, i camerieri pescati chissà dove. Difficile immaginare che quei tizi avessero una vita fuori di li. Persino l'aria era untuosa. Nella sala grande suonava un gruppo tutto femminile. Le avevo già viste; erano tipe toste, gente senza peli sulla lingua, e una di loro, la bassista, aveva un viso affilato da gatta e una spilla sulla giacca di pelle con su scritto: «Scordatelo». Quando entrai nel bar mi sorrise. Non so se mi avesse riconosciuto o se per lei fossi solo uno dei tanti che si presentavano sempre nei locali in cui suonavano. Un poliziotto con i capelli unti disse: - Credo che ci siano buone probabilità che qualcuno si stia prendendo cura di lui -. Il suo collega continuava a fissarmi. M. tornò in aereo il mattino dopo; non ci furono recriminazioni. Per timore che avvelenare l'atmosfera portasse sfortuna, credo. Poi arrivarono altri poliziotti, sbattendo i piedi nell'anticamera di sotto. Tornavano nella via, avanti e indietro, per poi passare all'isolato successivo. Talvolta M. li seguiva; talvolta li seguivo io. Chiamò Howard Glass. - Adesso non posso parlare, - gli dissi. Di quando in quando, nel corso di quella seconda giornata, trovandomi solo e in assoluto silenzio, ebbi la sensazione che Simon mi parlasse, sentivo la sua vocina infantile che mi sussurrava all'orecchio come quando dormiva nel nostro letto. Shh, Simon, è ora dì dormire. Ma non riuscivo a capire quello che diceva. Sentivo anche un altro rumore, come di vetri infranti. Solo più attutito. Non avrei saputo dire con esattezza che cosa fosse. Perciò quella notte aspettai che la polizia se ne andasse e poi uscii da solo. Rimasi in piedi, nel mezzo della strada innevata, allargai le braccia e aspettai che mi parlasse. La donna cinese mi guardava dalla sua finestra al terzo piano. Aspettai e aspettai. David Gilmour - La notte perfetta per andare in Cina |

Da quel momento non riuscii più a riprendere sonno. Quando suonò la sveglia qualche ora più tardi, ero già alzato, seduto sulla sponda del letto, il mento fra le mani. Ora mi sentirò malissimo per tutto il giorno, pensai.