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Poesie ItalianeOdi Barbare

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La leggenda di Otori
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la leggenda di OtoriMia madre minacciava sempre di farmi a pezzi se rovesciavo il secchio dell'acqua o se al crepuscolo, tra il frinire delle cicale, fingevo di non sentirla quando mi gridava di tornare a casa. La sua voce aspra e dura echeggiava nella valle solitaria. Dov'è quel dannato bambino?

Aspetta che mi capiti tra le mani e lo faccio a pezzi! Ma appena tornavo, infangato per avere corso dal monte, ammaccato per i corpo a corpo con gli altri ragazzi, una volta perfino insanguinato per una ferita che mi ero fatto alla testa con un sasso appuntito (ho ancora l'unghiata argentea della cicatrice), trovavo il fuoco acceso e il brodo caldo, e mia madre non mi faceva a pezzi, ma mi abbracciava, mi puliva il viso, mi pettinava. Io mi divincolavo, guizzando qui e là come una lucertola, ma lei riusciva a mantenere la stretta perché era temprata dal pesante lavoro quotidiano.

 

Non era vecchia; all'epoca in cui mi aveva messo al mondo non aveva ancora diciassette anni. Tra le sue braccia, vedevo che avevamo la stessa pelle, ma per il resto non ci somigliavamo molto: lei aveva lineamenti piuttosto grossolani e l'aria serafica, mentre io (così almeno dicevano, perché a Mino, un isolato villaggio di montagna, non avevamo specchi) avevo un volto più fine e più, da falco. Dalla lotta di solito usciva vincitrice lei e per premio otteneva di abbracciarmi senza che tentassi di sfuggirle. Mi sussurrava all'orecchio la benedizione degli Occulti, e allora il mio patrigno le rimproverava blandamente di viziarmi e le mie piccole sorellastre ci saltellavano intorno per avere la loro parte di abbracci e coccole. Era evidente dunque che le minacce di mia madre non erano serie. Mino era un villaggio tranquillo, troppo isolato per essere toccato dalle furiose lotte tra clan. Non avevo mai pensato che uomini e donne potessero davvero essere fatti a pezzi, che le loro forti braccia e gambe color miele potessero essere strappate e buttate ai cani famelici. Cresciuto tra il popolo mite degli Occulti, non sapevo che gli uomini commettessero simili atrocità.


Quando compii quindici anni, mia madre cominciò a perdere le nostre gare di lotta. L'anno dopo ero cresciuto di quindici centimetri e superavo in altezza il mio patrigno, il quale cominciò a dire che dovevo sistemarmi, smettere di girovagare per i monti come una scimmia selvatica e sposare una giovane del villaggio. Non mi dispiaceva l'idea di sposare una delle ragazze con cui ero cresciuto e, quell'estate, lavorai più sodo al fianco del patrigno, deciso a prendere il mio posto tra gli uomini della nostra piccola comunità. Ma a volte non resistevo al fascino dei luoghi; nella luce obliqua del tramonto attraversavo il bosco di bambù alti e lisci, imboccavo il sentiero sassoso di là dal santuario del dio della montagna, dove i paesani lasciavano in offerta miglio e arance, e penetravo nella foresta di cedri e betulle. Lì guardavo i cervi e le volpi, ascoltavo l'armonioso canto del cuculo e dell'usignolo, mi lasciavo irretire dal melanconico richiamo dei nibbi. Una sera mi spinsi in un posto in cui crescevano i funghi migliori e ne raccolsi un intero telo. Erano in parte bianchi e sottili, in parte arancione scuro a forma di ventaglio, e pensavo che mia madre sarebbe stata assai contenta di cuocerli e che il patrigno avrebbe smesso di rimproverarmi. Mentre correvo tra i bambù e, dopo, nelle risaie dove erano già sbocciati i gigli rossi d'autunno, mi parve di sentire già in bocca il sapore dei funghi e di cogliere odore di cibi cotti nel vento. I cani del villaggio abbaiavano, come facevano sovente alla fine del giorno, e l'odore divenne più forte e acre. Non avevo paura, non ancora, ma appena vidi un incen­dio davanti a me ebbi un brutto presentimento e il cuore mi batté forte.


Scoppiavano spesso incendi nel villaggio, perché quasi tutte le nostre cose erano di legno e paglia, però stavolta non sentivo gridare e imprecare come accadeva di solito, né udivo il rumore dei secchi che venivano passati di mano in mano. Le cicale frinivano senza posa e le rane gracidavano nelle risaie. In lontananza, tra i monti, echeggiò un tuono. L'aria era umida e greve. Sudavo, ma il sudore mi si gelò sulla fronte. Saltai il fosso dell'ultimo campo terrazzato e guardai, a valle, la mia casa. Non c'era più.
Mi avvicinai. Tra le fiamme che lambivano ancora, alla base, le assi annerite, non vi era traccia di mia madre e delle mie sorelle. Provai a gridare i loro nomi, ma era co­me se d'un tratto la lingua fosse divenuta troppo grande per la bocca, e intanto il fumo mi faceva tossire e lacrimare. L'intero villaggio bruciava, ma dov'erano finiti tutti?
Fu allora che udii le urla.
Provenivano dal santuario, intorno al quale erano raggruppate quasi tutte le case, e ricordavano i latrati di dolore di un cane. Pareva quasi che un cane gridasse parole umane nello strazio dell'agonia e quando riconobbi in quei guaiti una preghiera degli Occulti, sentii rizzarmisi tutti i peli del petto e delle braccia. Muovendomi come un fantasma tra gli edifici in fiamme, mi diressi verso le grida.
Non c'era nessuno nel villaggio; non si capiva dove fossero andati tutti. Forse, mi dissi, erano scappati: mia madre aveva preso le mie sorelle e le aveva condotte al sicuro nella foresta. Sarei andato a cercarle appena avessi trovato chi urlava. In quel momento sbucai da un vicolo nella strada principale e vidi due uomini in terra. Sotto la pioggia che aveva cominciato a cadere nel crepuscolo, avevano un'aria stupita, come non capissero perché stavano lì sdraiati a inzupparsi. Ma ormai poco importava se i loro abiti si stavano bagnando, perché non si sarebbero mai più rialzati. Uno di loro era il mio patrigno.
In quel momento tutto cambiò radicalmente, per me. Vidi davanti agli occhi una sorta di nebbia e, quando si diradò, nulla mi parve reale. Sentii di avere varcato la porta di un altro mondo, il mondo che si trova accanto al nostro e che visitiamo nei sogni. Il mio patrigno indossava la sua veste più bella, di una stoffa indaco inscurita dal sangue e dalla pioggia. E pensare che di quell'abito, ora ridotto a uno straccio sporco, era stato così fiero...


Scavalcai i due corpi e, sotto la pioggia che mi batteva fredda sul viso, entrai nel santuario. Le urla intanto erano cessate di colpo.
Dentro il recinto c'erano degli sconosciuti a torso nudo che parevano intenti a un rito festoso. Avevano una fascia legata intorno alla testa e le braccia luccicavano di acqua e sudore. Ansimavano e grugnivano digrignando i denti, quasi che uccidere fosse faticoso come trasportare il raccolto di riso all'interno delle case.
Dalla vasca in cui ci lavavamo le mani e la bocca per purificarci prima di entrare nel santuario, gocciolava acqua. Prima di quell'orrore, quando il mondo era ancora normale, qualcuno doveva avere acceso l'incenso nel grande braciere e l'ultimo filo di fumo vagava per il cortile mischiandosi all'acre odore di sangue e morte.


Sulle pietre bagnate c'era un uomo fatto a pezzi. Lo riconobbi dalla testa, spiccata di netto dal busto: era Isao, il capo degli Occulti, con la bocca ancora aperta nello spasmo supremo. Gli assassini avevano lasciato le proprie giubbe accatastate ordinatamente contro una colonna.
Distinsi bene lo stemma con la tripla foglia di quercia ricamata sulle vesti: erano Tohan di Inuyama, la capitale del clan. Mi tornò in mente il viandante che, alla fine del settimo mese, era passato da Mino e aveva pernottato a casa nostra. Quando mia madre aveva detto la preghiera prima di mangiare, aveva cercato di zittirla. «Non sai che i Tohan odiano noi Occulti e hanno in animo di farci la guerra?» aveva sussurrato. «Il nobile Iida ha giurato di cancellarci dalla faccia della terra.» Il giorno dopo i miei genitori erano andati ad avvertire Isao, ma né lui né gli altri avevano prestato loro fede. Abitavamo lontani dalla capitale e non eravamo mai stati toccati dalle lotte di potere dei clan. Nel villaggio, noi Occulti vivevamo con tutti gli altri; avevamo lo stesso aspetto e le stesse consuetudini, a parte le preghiere, che erano differenti. Sembrava inconcepibile che qualcuno volesse distruggerci.
Inconcepibile mi sembrava ancora quell'odio mentre, impietrito, stavo accanto alla cisterna. L'acqua continuava a gocciolare e avrei voluto prenderne un poco per pulire a Isao il viso sporco di sangue e per chiudergli pietosamente la bocca; ma non riuscivo a muovermi. Sapevo che da un momento all'altro gli uomini del clan Tohan si sarebbero voltati, mi avrebbero visto e, senza alcuna compassione per la mia giovane età, mi avrebbero fatto a pezzi. Erano imbevuti di morte, contaminati dal suo lezzo per avere ucciso un uomo all'interno del santuario.


In lontananza udii distintamente il rimbombo di un cavallo al galoppo. Quando il rumore di zoccoli si fece più vicino, ebbi quel senso di premonizione che capita di avere nei sogni: intuii chi avrei visto comparire sulla porta del santuario. Non lo avevo mai incontrato in vita mia, ma mia madre lo aveva descritto a me e alle mie sorelle come un orco e con quell'immagine terribile ci aveva tante volte spaventato per indurci a obbedirle. «Non allontanatevi dal sentiero di montagna, se no Iida vi prende!» diceva. «Non giocate in riva al fiume, se no Iida vi porta via!» E adesso lo avevo davanti, il mostro, e lo riconobbi subito al suo apparire: Iida Sadamu, signore dei Tohan. Fiutando l'odore del sangue, il cavallo nitrì e s'impennò, ma lida lo governò con piglio fermo e tornò a sedersi immobile in sella, come una statua di bronzo. Coperto da un'armatura nera e da un elmo ornato di corna, aveva l'occhio acuto del cacciatore di cervi e una barbetta nera intorno alla bocca crudele. Gli occhi penetranti incrociarono i miei e capii subito due cose: quell'uomo non temeva nulla né in cielo né in terra e uccideva per il gusto di uccidere. Ora che, con la spada in pugno, mi aveva puntato, non avevo più speranza.


Tuttavia il cavallo non aveva alcuna voglia di varcare il cancello; s'impennò di nuovo, rinculando, e questo mi salvò. lida gridò. Gli uomini che erano già dentro il santuario si voltarono, mi videro e imprecarono con il volgare accento dei Tohan. Senza curarmi delle ustioni afferrai quel che restava dell'incenso e corsi fuori della porta. Il cavallo si impennò ancora a due passi da me e io gli gettai l'incenso fumante contro un fianco. Nitrì per il dolore e sollevò le grandi zampe anteriori direttamente sopra la mia testa. Udii il sibilo della spada di lida che mi calava addosso, mentre gli altri Tohan mi si stringevano intorno, pronti ad attaccarmi. Sembrava impossibile che potessi cavarmela, eppure, quando la spada di lida si abbatté su di me, non ne fui toccato, come se non fossi realmente lì, ma da un'altra parte. Scagliai di nuovo l'incenso in fiamme contro il fianco del cavallo, che nitrì più forte e ancora una volta si impennò. Perdendo l'equilibrio per aver vibrato il colpo di spada a vuoto, lida cascò avanti sulla criniera della sua cavalcatura e poi scivolò giù, cadendo pesantemente a terra.
Fui invaso dallo sgomento e dal panico: per colpa mia il signore dei Tohan era stato disarcionato! Per un simile atto mi sarebbero state inflitte torture indicibili. Non avevo altra scelta che gettarmi a terra e chiedere di morire, ma non volevo assolutamente morire. Mi sentivo rimescolare il sangue e una voce dentro di me diceva che non sarei morto prima di Iida, ma, al contrario, avrei visto Iida morire.
Non sapevo nulla delle guerre, delle faide e dei rigidi codici di comportamento dei clan. Da quando ero nato avevo conosciuto solo gli Occulti, che considerano un abominio uccidere e insegnano ai loro figli il perdono. Ma in quel momento la Vendetta mi prese sotto la sua ala e io la riconobbi e appresi all'istante la sua lezione. Era lei che volevo; era lei che mi avrebbe impedito, da allora in poi, di sentirmi un'ombra vivente. In quel preciso istante la ac­colsi interamente nel mio cuore. Sferrai un calcio nell'inguine all'uomo che mi stava più vicino, morsicai una mano che mi aveva agguantato il polso e fuggii da quella bolgia in direzione della foresta.


Mi inseguirono in tre, tutti più alti e più veloci di me, ma conoscevo il terreno e ormai stava scendendo la sera. Pioveva più forte, adesso, e i ripidi sentieri di montagna erano scivolosi e insidiosi. Due inseguitori mi lanciavano improperi il cui esatto significato potevo solo indovinare, e urlavano l'elenco delle torture che mi avrebbero inflitto con gran gusto appena mi avessero messo le mani addosso; il terzo, invece, correva in silenzio, ed era lui che temevo. Forse gli altri a un certo punto si sarebbero stancati e, affermando di avere perso le mie tracce in montagna, sarebbero tornati al loro liquore di granturco o alle altre disgustose bevande con cui si ubriacavano i Tohan; ma lui non avrebbe mai rinunciato alla caccia, non avrebbe smesso di inseguirmi che quando mi avesse ucciso.

Lian Hearn - La leggenda di Otori