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Infernum 616
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Infernum 616New London, Connecticut

Sulla cittadina di New London pioveva a catinelle. Era una notte orribile e per le strade si vedeva soltanto qualche auto­mobile con i fari annebbiati dall'acquazzone. La donna aveva attraversato il muro d'acqua, correndo sino alla porta della chiesa cattolica polacca dei Santi Pietro e Paolo. Cercava di proteggersi con il berretto e il pesante impermeabile e tossiva forte. Fermatasi sotto l'arco che proteggeva l'ingresso, si scrol­lò come un cane inzuppato e suonò il campanello. Il trillo par­ve perdersi nel buio della notte solitaria. La donna insistette varie volte, finché da dentro risuonò una voce, che rimbombò tra i muri interni come un'eco proveniente dall'altro mondo. «Basta! Basta! Finirà per bruciarlo, quel campanello...» Un prete in pigiama e vestaglia aprì il pesante battente in le­gno della porta. Era un uomo di mezza età, canuto, con i capel­li in disordine e il viso largo. Era alquanto alto, nonostante un certo incurvamento delle spalle che si portava dietro sin dalla nascita. Superava di almeno venti centimetri l'altezza della donna che lo aveva svegliato a quell'ora così inopportuna.
«Che cosa vuole?» chiese il prete, senza riconoscere colei che tante volte era venuta in chiesa.
«Voglio confessarmi, padre. Ne ho bisogno. Adesso.»

«E sicura di non poter aspettare sino a domani mattina? Non credo che si trovi in pericolo di morte, tanto da chiedere di essere confessata a quest'ora.»
La donna accennò un sorriso amaro, e con tono angosciato rispose: «Glielo giuro su Dio, ne ho bisogno. Adesso».
«Su, entri. È bagnata fradicia», disse il prete, tirandosi da parte per farla passare. «E per favore non pronunci il nome di Dio invano.»
La donna era la psichiatra Audrey Barrett, e il nome di Dio non lo aveva pronunciato invano. Non quella notte. Nel momento in cui oltrepassò la soglia della chiesa, un tuono squarciò il cielo rabbioso. E la pioggia parve cadere con vio­lenza ancora maggiore. A quell'ora milioni di esseri umani stavano dormendo, placidi, senza sospettare l'inimmaginabi­le orrore racchiuso nel segreto che la dottoressa Barrett non avrebbe mai compreso.
Non sapeva come spiegare al parroco quello che era suc­cesso, quale fosse il segreto che custodiva nella propria ani­ma. Un segreto che nemmeno la morte avrebbe potuto cancel­lare. Qualcosa che aveva avuto inizio soltanto una settimana prima.

Boston, Massachusetts 

Fuoco. Le fiamme spuntavano sopra gli edifici, a dieci isolati di distanza. Il camion imboccò una curva a tutta velo­cità. Lo stridio degli pneumatici coprì l'ululato della sirena. Una donna, con un figlio piccolo, vide allontanarsi il camion dei pompieri che per poco non li aveva investiti. Per la forte sbandata, il ragazzo nuovo si era ferito la testa contro il telaio del finestrino. Sarebbe dovuto rimanere in caserma.
Era decisamente troppo per un novellino. Il suo volto era solcato da un rivolo di sangue: per gli altri era un segno di malaugurio. Si trattava di un brutto incendio. Nessuno lo di­ceva, ma tutti lo pensavano. Ce l'avevano stampato in faccia, e traspariva nella paura con cui osservavano le fiamme sem­pre più vicine. Speriamo che oggi non muoia nessuno, dice­vano quegli sguardi.
«Preparatevi!» gridò il caposquadra.
Il camion si fermò di fronte alle porte del convento. Quan­do saltarono in strada, i pompieri vennero investiti da una sferzata di calore. Furono i primi ad arrivare. Di fronte ai loro occhi c'era l'inferno e si sentiva un fragore sinistro. Le fiam­me illuminavano la notte, rendendo più profonde le ombre che non arrivavano a lambire.
«Dio mio!» sussurrò il novellino.
Si era messo un cerotto sulla testa, riuscendo a bloccare l'emorragia, ma il viso era ancora imbrattato di sangue.
«Non stare lì impalato come un imbecille! Srotola la ma­nichetta, oppure levati di mezzo!» Il pompiere che gridava ne aveva già visti tanti, di incendi. Nessuno come quello, però. Aveva la bocca asciutta, ma cercava in ogni modo di deglutire.
La croce del campanile era avvolta da fiamme che sem­bravano divorarla. Il fuoco è come un essere vivente. Tutti i pompieri lo sanno. Ma quell'incendio, quel fuoco avevano qualcosa che non andava... In quel momento era il caposqua­dra che si stava comportando come un imbecille. Piantato lì, a pensare idiozie. C'è qualcosa che non va in questo fuoco... si diceva. Non riusciva a evitare di pensarci.
«Andiamo, andiamo, andiamo!» gridò ai propri uomini. «Puntate la manichetta laggiù! No! Più a destra! State dor­mendo tutti quanti? Maledizione! Il fuoco non deve attraver­sare la strada!» Stava per aggiungere: Altrimenti sarà fuori controllo. Invece disse: «Fred, chiama subito altre due squa­dre».
Diede una botta sulla spalla a Fred, come se in quel modo potesse accelerare le cose.
Poi andò di corsa verso il punto in cui si raggruppavano i superstiti dell'incendio. Erano tutte suore. Strano. Guardava­no terrorizzate la propria casa che stava bruciando. Il pom­piere provava pena per loro, ma non si trovava lì per conso­larle. Non in quel momento.
«C'è ancora qualcuno, dentro?»
La giovane novizia cui rivolse la domanda non lo guardò nemmeno. Il caposquadra le si piazzò davanti e la prese per le braccia, con delicatezza.
«Mi ascolti, sorella, sa se c'è ancora qualcuno, là dentro?»
Parlò molto adagio, anche se avrebbe voluto strattonarla per costringerla a reagire. La suora non rispose, ma il pom­piere non poteva perdere altro tempo. Il tempo è tutto, in un incendio. Lasciò perdere la novizia e provò a domandare a un'altra suora. A quel punto sentì che la donna parlava con un filo di voce: «Stavamo... cenando. È cominciato in cuci­na. Suor Mary e io siamo andate a cercarlo, ma Daniel non è voluto uscire... Non trovava la sua rosa».
«Dove si trova quest'uomo?»
«Lo abbiamo dovuto lasciare lì. Non volevamo morire as­sieme a lui!»
La suora cominciò a singhiozzare, e di nuovo il pompiere dovette fare uno sforzo per trattenersi. «Sorella, mi dica dove si trova Daniel, forse possiamo an­cora salvarlo.»
«Sì?» Per la prima volta la novizia distolse lo sguardo dal fuoco e lo rivolse al caposquadra. «Sì, forse possiamo anco­ra. .. Era a casa sua. Dietro il convento. Non so se si trova an­cora lì.»
Il pompiere tornò di corsa verso il camion e prese un re­spiratore e un estintore portatile. «Due squadre complete sono già per strada, capo», disse il compagno che in quel momento stava uscendo dalla cabina.
«Bene. Aiuta Johnson e Peters con la manichetta, e sta' at­tento che...»
«...il fuoco non attraversi la strada, lo so. Lei dove sta an­dando?»
«C'è ancora un uomo, là dentro.»
L'altro pompiere osservò l'edificio in fiamme.
«A quest'ora sarà già morto.»
«È possibile. Fa' quello che ti ho detto.»
Il caposquadra si diresse verso l'entrata del convento. Senza voltarsi completamente, gridò: «Chiama anche un'am­bulanza... Se non sono tornato entro quindici minuti, nessu­no mi venga a cercare. È un ordine.»
Pensò ai due figli e provò il desiderio di non infilarsi in mezzo a quell'inferno. Non è facile essere disposto a sacrifi­carsi per un altro. Non lo è mai. Le fiamme sembravano rad­doppiare di intensità, come se gli stessero lanciando una sfi­da. Spuntavano dalle aperture delle finestre, accompagnate da un fumo nero e denso. Per terra c'era un caos di ceneri in­candescenti, legni bruciacchiati e vetri rotti.
Il pompiere cominciò a mormorare una preghiera che la madre gli aveva insegnato quando era bambino e che quasi non ricordava più. Ma Dio non l'avrebbe ascoltato. Dio era molto lontano da lì. Molto più di quanto il pompiere potesse immaginare.
Decise di fare il giro dell'edificio dal lato sinistro, dove il fuoco era meno violento. Si muoveva in fretta, ma con pru­denza. Un solo passo falso e due bambini sarebbero cresciuti senza padre. In momenti come quello l'uomo si chiedeva per quale motivo avesse scelto di diventare pompiere. Ma doveva allonta­nare da sé quei pensieri e concentrarsi su quello che stava fa­cendo: doveva stare il più distante possibile dalle finestre, te­nere d'occhio i cornicioni e il campanile... Poteva crollare da un momento all'altro.
Non espirò l'aria dai polmoni finché non raggiunse il cor­tile posteriore. Solo in quel momento si rese conto di avere trattenuto il respiro per tutto il tempo. Ancora un po' e la sua tuta protettiva avrebbe cominciato a bruciare per via dell'al­tissima temperatura. O, perlomeno, pensava che sarebbe po­tuto succedere. Si sentiva il corpo gonfio. La maschera d'os­sigeno era talmente stretta che il bordo gli doleva a contatto con il volto.
Anche i pompieri hanno paura, pensò. Ed era vero. Ma il pensiero non basta a farli mollare. Neppure nel caso di quel pompiere, che si stava lanciando di corsa verso il fondo del cortile.
Lì si trovava l'edificio di cui aveva parlato la novizia. Era stato raggiunto dal fuoco. La copertura in legno dava vita a un'ipnotica danza di fiamme. Sì, ormai quel Daniel doveva essere morto. Il pompiere aprì la porta con un calcio. Il fumo aveva saturato l'ambiente. Si vedeva a malapena. In alto, so­pra la sua testa, le fiamme si propagavano attraverso il tetto, accarezzando il legno prima di divorarlo. Accese la torcia e si addentrò nella stanza. «Daniel!»
Niente.
Uno scricchiolio gli fece arrestare il cuore. Si buttò a terra. Sentì un colpo fortissimo quando venne raggiunto da un pez­zo di trave in fiamme. Gli si era strappata la giacca, e il fuoco gli consumava il berretto. Non trovava l'estintore. Si sentiva ardere. Gli sembrava che il calore stesse raggiungendo la sua pelle, per bruciarla e si contorceva per liberarsi della trave e spegnere le fiamme. Gemeva come un bambino, mentre si to­glieva la giacca e posava la bombola.
Gli mancava l'aria. Indossava ancora la maschera, ma or­mai non era più collegata alla bombola . Se la strappò via dal­la faccia, e allo stesso tempo inspirò con tutte le proprie for­ze. Il fumo gli riempì i polmoni, facendolo ripiegare su se stesso e tossire con violenza. Riuscì a trattenere la nausea per un pelo. Se non avesse avuto la bombola, la trave gli avrebbe spezzato la schiena, ma l'impatto aveva rotto la valvola ren­dendola inservibile.
«Daniel!»
II fumo era più denso che mai. Gli occhi gli stavano an­dando a fuoco, e non riusciva a smettere di tossire. Il piano inferiore era ormai invaso dalle fiamme. Si sentiva in trappo­la. Ogni fibra del suo essere gli stava chiedendo di fuggire. Daniel doveva essersene andato, oppure era morto. Il suo cer­vello gli diceva quello.
Dove diavolo è? si domandò, tossendo.
Qualcosa si muoveva nel letto. Era soltanto un leggero fre­mito delle lenzuola. Il pompiere avanzò in quella direzione, schivando i mobili in fiamme e lanciando occhiate timorose verso il soffitto, che non avrebbe tardato a crollare.
Quando hanno paura, i bambini corrono a nascondersi sot­to il letto... Si chinò e sollevò le lenzuola. Due occhi enormi, pieni di terrore, ricambiarono il suo sguardo.
«Dobbiamo uscire di qui!» urlò il pompiere, sorpreso nel vedere che Daniel era un vecchio.
L'uomo lo guardò come se non lo capisse. Aveva il respiro affannoso, carico di angoscia.
«Non... trovo... la mia rosa...»
Nella mente del pompiere riaffiorarono le parole della no­vizia: Non è voluto uscire. Non trovava la sua rosa. Era una stupidaggine incredibile...

David Zurdo Angel Gutierrez - Infernum 616