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Il modo migliore di rovinarsi la vita...
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il modo migliore di rovinarsi la vita Questo capitolo è assai difficile da aprire, ma si deve pur capire come e dove nascono gli ingegneri. O forse è meglio dire dove si fabbrichino? Già perché, secondo me, la teoria dei cavoli, per questa categoria (anche la mia, ahimé), non può essere sufficiente a spiegarne la loro nascita, perché un ingegnere, il vero ingegnere, ha sempre qualcosa di differente dal resto del mondo umano.

Ricordo il giorno seguente aver guardato sui tabelloni della mia scuola superiore, l’ITIS A. Avogadro di Torino, fucina dei giovani virgulti tecnici del capoluogo piemontese, l’esisto della maturità.

Presi il tram per farmi un giro in centro. Occhiali da sole e, con aria circospetta, mi aggirai intorno a un enorme edificio, un po’ tenebroso a dire il vero: il Politecnico.
Da piccolo mi ricordo che andavo lì a giocare, visto che di fronte c’è un’ampia piazza pedonalizzata, dove noi ragazzini trascorrevamo i pomeriggi. Io un po’ meno, visto che dovevo attraversare la città con i mezzi pubblici prima di arrivare.

 Ricordo bene: un’ora abbondante per andare e un’altra per tornare a casa (completamente sudato e puzzolente). Ero cagionevole di salute, nonostante la mia aria paffutella e quindi bastava un colpo di vento per trascorrere, io e i miei genitori, una notte insonne, fra mille colpi di tosse.
  Quello che maggiormente mi infastidiva erano i loro richiami. Beh, comprendo anche il perché. Alla fine io giocavo e loro non dormivano, visto il frastuono che ogni volta combinavo.

Egoista!
Essendo andato a scuola in città, il prezzo che pagavo ad avere amici e compagni di classe lontani era proprio quello di essere “tagliato fuori”.
Beh, ora che ci penso, adesso che sono arrivato a trent’anni, mi rendo conto dei mille sacrifici che la mia famiglia ha fatto per allevarmi nel miglior modo possibile, almeno secondo quello che loro immaginavano fosse positivo per me. Forse rimpiango qualche carezza e i mancati dialoghi, ma questa è un’altra storia (o forse è proprio una storia comune a molti).
Quando si parlava, si finiva spesso a litigare e allora iniziai a vivere in un mondo parallelo. Questo aspetto del mondo “mio”, l’ho portato avanti negli anni. Creando una barriera di cartone. Forse, se la mia famiglia mi avesse coccolato un po’ di più, non sarei mai finito al Politecnico. O forse le forme di autolesionismo mi avrebbero comunque portato dove sono ora, in mezzo alle foreste equatoriali, fra scorpioni, serpenti killer, malaria, povertà estrema e malattie di ogni sorta. Della mia infanzia ho pochi ricordi, eccetto due!

Il primo lo trovo assai divertente, perché dissacratore. Forse avevo quattro, massimo cinque anni e si sa, in quel momento i bambini sono un’arma a doppio taglio: ogni parola che apprendono la ripetono, come se il loro cervello fosse un registratore. Scontato che il loro registratore non seleziona i vocaboli e, soprattutto, non sanno quando sia corretto o meno esprimere determinati termini (e di fronte a chi).
Questo mix micidiale mi portò un giorno, in oratorio, mentre una santa suora amica di famiglia mi “pacioccava” allegramente, io, per un non so quale inspiegabile motivo, alzo il musetto e, con un broncio tipico da bimbo infuriato, esprimo il mio: NON ROMPE ‘E PALLE!

Al sorridere della suora (forse per sdrammatizzare) e dei bimbi nelle vicinanze (forse per il mio musetto imbronciato), corrispose un netto cambio di colore del viso dei miei genitori, che sciorinarono tutti i toni dell’arcobaleno.
La cosa più buffa fu la mia risposta alla solita e immancabile frase di rito: «Non si dice! Chi te lo ha insegnato?» (così mi dicono le fonti ufficiali, ovvero i miei genitori).

La mia risposta, ingenua quanto omicida (in quel momento, vista la circostanza): «Ma se sei stato tu papà a insegnarmela. “Ricorda figliolo che quando qualcuno ti infastidisce, tu devi dire NON ROMPERE LE PALLE”».
Il secondo, meno buffo, lo associo alle solite frasi che un adulto deve porre ai bambini (quasi che la loro vita dipenda dalla loro risposta), ovvero, quando qualcuno mi chiedeva cosa volessi fare da grande, rispondevo con prontezza: «L’ingegnere...» non lo scorderò mai.
Scattavo quasi sull’attenti!
Con la mia matitina dietro l’orecchio (più da verduriere che da ing.), studiavo e disegnavo i miei progetti. Adoravo (e a dire il vero, ci gioco anche adesso) i Lego. E mi inventavo io, con i pezzi a disposizione, le navicelle più grandi, e mille altre fanta-macchine: ogni volta cose nuove. Sfidando la gravità e le forze della fisica... e della fantasia.
Guardare quel palazzone del Poli che mi ha sempre accompagnato negli anni della mia giovinezza, in modo quasi nascosto, mi metteva a disagio. Era così imponente.

Entrare con la consapevolezza che ci avrei trascorso molto del mio tempo, lascia uno strano groppo in gola.
Il primo impatto fu assai dissacrante. Mi ricordo che, vedendo questi “soggetti” che, come tante formichine organizzate, camminavano in modo ordinato e sincrono, mi faceva sorridere. Pensavo che io, con quegli automi, non avevo nulla da spartire (sognare non costava nulla). Alla fin fine era, ed è vero. Mi sono reso conto che, possono esservi persone che sono “ingegneri” dentro, quasi come se al termine si possa associare una forma fuori dal normale di meticolosità, ordinata follia, e organizzazione del lavoro.
Oggi però ho avanzato una nuova teoria. Non credo che sia il mondo dell’ingegneria a traviare certuni soggetti. Anzi, credo che la maschera da ingegnere serva solo a coprire, come i migliori lifting, le proprie rughe. Cosa è peggio delle due cose? Mah, nel dubbio proseguo il mio “trattato” sul giovane ingegnere. Alla fine, pur avendo visionato quel luogo occulto e ameno, andai a iscrivermi.

Non nego, ero assai emozionato il giorno del test d’ingresso. Eravamo in migliaia e migliaia. Oggi non ci penso più: altri test mi si sono sottoposti innanzi. Alcuni vinti, altri persi: così è la vita! Come si poteva prevedere, il nostro giovane ingegnere trascorre anni duri e logoranti. Contavo il trascorrere dei giorni come in carcere. Ogni esame sostenuto era fonte di stress, non perché ritenessi la vita da studente tremendamente dura e difficile, ma perché volevo uscire da quel luogo che mi avrebbe segnato come un tatuaggio. Infatti, non è mai importante il disegno rappresentato, ma conta solo e sempre quando lo si è fatto e soprattutto cosa rappresenta dentro di noi quel “marchio”. E così la vita accademica proseguiva. Forse ho iniziato a stare un po’ meglio da quando ho accompagnato allo studio attività parallele. Dai lavoretti per mantenermi, ai corsi extra universitari in sociologia per capire un po’ cosa significasse vivere4. Non ridete per quello che sto scrivendo, non è uno scherzo. Stare in mezzo ad altre persone mi aiutava a capire che il mondo squinternato degli aspiranti ingegneri è abbastanza monotematico e standardizzato. Ora capisco perché la catena di montaggio sia stata perfezionata proprio da ingegneri. Delusione! Tutti le stesse magliette, gli stessi gusti musicali, le stesse ragazze (anche il nome era pressoché lo stesso: Federica), lo stesso taglio di capelli.

E no, qui c’era una profonda varietà: dal capello in versione “oggi mi sono svegliato anarchico”, a quello che si era lavato appena tre minuti prima del suono della campana e non aveva avuto il tempo di asciugarsi, al giovane con la lampadina accesa (vista la giovane calvizie, i “pelati” come me erano tecnicamente battezzati “mister lampadina”... che gioia!), per finire al modello “zozzo è bello” con il capello unto e bisunto di chi ha litigato con l’igiene personale e proprio non vuole fare pace. Per concludere, lo stereotipo medio dell’aspirante ingegnere indossa occhiali spessi e ha una folta barba. Io stesso ricordo che a volte andavo all’università con la barba di venti giorni.

A volte, per tagliarla, dovevo chiamare i vigili del fuoco e chiedere loro in prestito la sega elettrica o la fiamma ossi-acetilenica. Anche politicamente le idee erano pressoché analoghe. O tutti a sinistra o tutti al centro o a destra5. Poche idee, ma ben confuse! Beh, ora cosa vi aspettate che dica? Che ho trascorso i migliori anni della mia vita all’università? Che ho conosciuto le persone migliori? Che ho avviato stupendi rapporti di amicizia coi miei “colleghi” di studio? Ovviamente... no! Anche se alcune amicizie le ho mantenute anche grazie ai potenti mezzi informatici. Forse perché, fortuna vuole, che non tutti siano così, e qualche persona simile a me esisteva. Per ironia, oltre ad un paio di amici di cui parlerò successivamente, il migliore rapporto l’ho coltivato con i miei docenti. Beh, da uno che veniva battezzato alle superiori “gola profonda” perché “colluso” con il potere, cosa ci si può aspettare? Questo soprannome di “gola profonda” nasce durante il periodo delle scuole superiori, affibbiatomi piuttosto ingiustamente, considerando il fatto che in realtà (la mia realtà), si deve combattere per gli ideali e i valori in cui uno crede; io però non ero sempre contro, ma discernevo, cercando di non farmi manipolare dal sistema. E il sistema è variegato: lo popolano sia i cattivi che i cattivi.

No, non è un errore, perché non possono esserci figure buone quando c’è di mezzo la manipolazione di un giovane. Per me, costoro, sono tutti cattivi! E spesso, vedevo “giovani” universitari venire fuori dai cancelli ad aizzare noi ragazzotti, pensando che quattro parole focose potessero bastare a incendiare il “popolino”. Comunque, il Politecnico mi forgiava e mi temprava. Forse il periodo più “bello” del “Poli” è rappresentato da quando ho iniziato la tesi fino al giorno della laurea. Un anno e mezzo intenso, emozionante. Forse il perché di questo mutamento è da ascriversi all’aver cambiato fidanzata. Non più la fedele Federica, che lasciò il posto prima a Susanna, e poi a Rossana.

Le ho dedicato anche il mio sforzo conclusivo della tesi. Grazie all’energia profusa dall’amore, sono riuscito in dieci mesi a sostenere (passandoli) sei esami più la tesi. Come insegna la fisica: a ogni azione esiste una reazione uguale e contraria. Infatti, considerando il fatto che il poco tempo libero che avevo lo investivo in lavoretti, in quei mesi ho praticamente abbandonato la compagnia degli amici. Un giorno mi fecero pervenire una mia caricatura dove mi davano per ricercato. Non la trovo più, peccato, ma il ricordo resta. Indimenticabili i due giorni in versione tour de force per la consegna della tesi in segreteria. Lo scrivano fiorentino del libro Cuore di De Amicis, mi ha fatto un baffo. Non dormii per quarantotto ore consecutive, ma alla fine conclusi tutto: gli sforzi furono ripagati. Quando tornai a casa, dormii sedici ore. Però mi sentivo bene! Gli ultimi giorni, li trascorsi più che altro a organizzare la festicciola.

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