| Il modo migliore di rovinarsi la vita... |
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Ricordo il giorno seguente aver guardato sui tabelloni della mia scuola superiore, l’ITIS A. Avogadro di Torino, fucina dei giovani virgulti tecnici del capoluogo piemontese, l’esisto della maturità. Presi il tram per farmi un giro in centro. Occhiali da sole e, con aria circospetta, mi aggirai intorno a un enorme edificio, un po’ tenebroso a dire il vero: il Politecnico. Da piccolo mi ricordo che andavo lì a giocare, visto che di fronte c’è un’ampia piazza pedonalizzata, dove noi ragazzini trascorrevamo i pomeriggi. Io un po’ meno, visto che dovevo attraversare la città con i mezzi pubblici prima di arrivare. Ricordo bene: un’ora abbondante per andare e un’altra per tornare a casa (completamente sudato e puzzolente). Ero cagionevole di salute, nonostante la mia aria paffutella e quindi bastava un colpo di vento per trascorrere, io e i miei genitori, una notte insonne, fra mille colpi di tosse. Egoista! Il primo lo trovo assai divertente, perché dissacratore. Forse avevo quattro, massimo cinque anni e si sa, in quel momento i bambini sono un’arma a doppio taglio: ogni parola che apprendono la ripetono, come se il loro cervello fosse un registratore. Scontato che il loro registratore non seleziona i vocaboli e, soprattutto, non sanno quando sia corretto o meno esprimere determinati termini (e di fronte a chi). Al sorridere della suora (forse per sdrammatizzare) e dei bimbi nelle vicinanze (forse per il mio musetto imbronciato), corrispose un netto cambio di colore del viso dei miei genitori, che sciorinarono tutti i toni dell’arcobaleno. Entrare con la consapevolezza che ci avrei trascorso molto del mio tempo, lascia uno strano groppo in gola. Non nego, ero assai emozionato il giorno del test d’ingresso. Eravamo in migliaia e migliaia. Oggi non ci penso più: altri test mi si sono sottoposti innanzi. Alcuni vinti, altri persi: così è la vita! Come si poteva prevedere, il nostro giovane ingegnere trascorre anni duri e logoranti. Contavo il trascorrere dei giorni come in carcere. Ogni esame sostenuto era fonte di stress, non perché ritenessi la vita da studente tremendamente dura e difficile, ma perché volevo uscire da quel luogo che mi avrebbe segnato come un tatuaggio. Infatti, non è mai importante il disegno rappresentato, ma conta solo e sempre quando lo si è fatto e soprattutto cosa rappresenta dentro di noi quel “marchio”. E così la vita accademica proseguiva. Forse ho iniziato a stare un po’ meglio da quando ho accompagnato allo studio attività parallele. Dai lavoretti per mantenermi, ai corsi extra universitari in sociologia per capire un po’ cosa significasse vivere4. Non ridete per quello che sto scrivendo, non è uno scherzo. Stare in mezzo ad altre persone mi aiutava a capire che il mondo squinternato degli aspiranti ingegneri è abbastanza monotematico e standardizzato. Ora capisco perché la catena di montaggio sia stata perfezionata proprio da ingegneri. Delusione! Tutti le stesse magliette, gli stessi gusti musicali, le stesse ragazze (anche il nome era pressoché lo stesso: Federica), lo stesso taglio di capelli. A volte, per tagliarla, dovevo chiamare i vigili del fuoco e chiedere loro in prestito la sega elettrica o la fiamma ossi-acetilenica. Anche politicamente le idee erano pressoché analoghe. O tutti a sinistra o tutti al centro o a destra5. Poche idee, ma ben confuse! Beh, ora cosa vi aspettate che dica? Che ho trascorso i migliori anni della mia vita all’università? Che ho conosciuto le persone migliori? Che ho avviato stupendi rapporti di amicizia coi miei “colleghi” di studio? Ovviamente... no! Anche se alcune amicizie le ho mantenute anche grazie ai potenti mezzi informatici. Forse perché, fortuna vuole, che non tutti siano così, e qualche persona simile a me esisteva. Per ironia, oltre ad un paio di amici di cui parlerò successivamente, il migliore rapporto l’ho coltivato con i miei docenti. Beh, da uno che veniva battezzato alle superiori “gola profonda” perché “colluso” con il potere, cosa ci si può aspettare? Questo soprannome di “gola profonda” nasce durante il periodo delle scuole superiori, affibbiatomi piuttosto ingiustamente, considerando il fatto che in realtà (la mia realtà), si deve combattere per gli ideali e i valori in cui uno crede; io però non ero sempre contro, ma discernevo, cercando di non farmi manipolare dal sistema. E il sistema è variegato: lo popolano sia i cattivi che i cattivi. No, non è un errore, perché non possono esserci figure buone quando c’è di mezzo la manipolazione di un giovane. Per me, costoro, sono tutti cattivi! E spesso, vedevo “giovani” universitari venire fuori dai cancelli ad aizzare noi ragazzotti, pensando che quattro parole focose potessero bastare a incendiare il “popolino”. Comunque, il Politecnico mi forgiava e mi temprava. Forse il periodo più “bello” del “Poli” è rappresentato da quando ho iniziato la tesi fino al giorno della laurea. Un anno e mezzo intenso, emozionante. Forse il perché di questo mutamento è da ascriversi all’aver cambiato fidanzata. Non più la fedele Federica, che lasciò il posto prima a Susanna, e poi a Rossana. Le ho dedicato anche il mio sforzo conclusivo della tesi. Grazie all’energia profusa dall’amore, sono riuscito in dieci mesi a sostenere (passandoli) sei esami più la tesi. Come insegna la fisica: a ogni azione esiste una reazione uguale e contraria. Infatti, considerando il fatto che il poco tempo libero che avevo lo investivo in lavoretti, in quei mesi ho praticamente abbandonato la compagnia degli amici. Un giorno mi fecero pervenire una mia caricatura dove mi davano per ricercato. Non la trovo più, peccato, ma il ricordo resta. Indimenticabili i due giorni in versione tour de force per la consegna della tesi in segreteria. Lo scrivano fiorentino del libro Cuore di De Amicis, mi ha fatto un baffo. Non dormii per quarantotto ore consecutive, ma alla fine conclusi tutto: gli sforzi furono ripagati. Quando tornai a casa, dormii sedici ore. Però mi sentivo bene! Gli ultimi giorni, li trascorsi più che altro a organizzare la festicciola. Avevo pianificato anche di star fuori la “prima” notte da Dott. Ing. in compagnia della mia lei... Flaviano Di Franza - IL MODO MIGLIORE DI ROVINARSI LA VITA (danneggiandola agli altri): ESSERE INGEGNERE... |
Questo capitolo è assai difficile da aprire, ma si deve pur capire come e dove nascono gli ingegneri. O forse è meglio dire dove si fabbrichino? Già perché, secondo me, la teoria dei cavoli, per questa categoria (anche la mia, ahimé), non può essere sufficiente a spiegarne la loro nascita, perché un ingegnere, il vero ingegnere, ha sempre qualcosa di differente dal resto del mondo umano.