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Il guerriero di Roma - Fuoco a Oriente
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il guerriero di roma La guerra è un inferno. La guerra civile è ancora peggio. Quella guerra civile non stava andando bene. Niente stava andando secondo i piani. L'invasione dell'Italia si era arrestata.
Le truppe avevano dovuto affrontare l'attraversamento delle Alpi prima che nei passi il sole primaverile avesse sciolto le nevi. I soldati credevano che sarebbero stati accolti come liberatori. Era stato detto loro che sarebbe bastato semplicemente mettere piede in Italia per vedersi correre incontro la gente che tendeva rami d'ulivo, spingeva avanti i loro figli, e implorava misericordia gettandosi ai loro piedi. 

Non era successo quello che avevano sperato. Erano venuti giù dalle montagne per arrivare in un paesaggio vuoto. Gli abitanti erano fuggiti, portando via tutto quello che erano riusciti a spostare. Persino le porte delle loro case e dei templi non c'erano più. Le pianure normalmente animate erano deserte. Mentre i soldati attraversavano la città di Emona, l'unica cosa in vita che avevano incontrato era un branco di lupi.
Ora, l'esercito era rimasto accampato per oltre un mese fuori dalle mura della città dell'Italia settentrionale Aquileia. Le legioni e gli ausiliari erano affamati, assetati e stanchi. Le catene di rifornimenti, improvvisate frettolosamente, si erano spezzate. Sul luogo non c'era nulla da mangiare. Quello che i cittadini non avevano raccolto all'interno delle mura, l'avevano distrutto i soldati stessi al loro arrivo. Non avevano riparo. Tutti gli edifici della periferia erano stati buttati giù per procurare il materiale necessario per le opere di assedio. Il fiume era stato inquinato dai cadaveri di entrambi gli schieramenti.
L'assedio non faceva progressi. Non si riusciva a fare breccia nelle mura, non c'erano abbastanza macchine da assedio, la difesa era troppo efficace. Ogni tentativo di prendere d'assalto le mura con scale e torri mobili finiva in un sanguinoso fallimento.
E tuttavia non si poteva biasimare il coraggio del grande uomo. Ogni giorno l'imperatore Massimino Trace cavalcava intorno alla città, ben all'interno della portata del tiro d'arco del nemico, lanciando urla di incoraggiamento ai suoi uomini nelle linee d'assedio. Passando tra i ranghi, prometteva ai soldati la città e chiunque vi fosse dentro, per farci quello che volevano. Per quanto il suo coraggio non venisse mai messo in dubbio, la sua capacità di giudizio era sempre stata sospetta. A ogni nuova disfatta diventava più feroce. Simile a una bestia ferita o, come dicevano molti, al contadino per metà barbaro che sarebbe sempre rimasto, se la prendeva con quelli che lo circondavano. Gli ufficiali che guidavano i tentativi, destinati a fallire, di scalare le mura venivano giustiziati in modi sempre più originali. Un'ingegnosità speciale, poi, era riservata a coloro che provenivano dalla nobiltà.

Balista era ancora più affamato, assetato e stanco degli altri. Era un giovane alto, solo sedici inverni e oltre un metro e ottanta di altezza, e ancora cresceva. Nessuno sentiva la mancanza di cibo più intensamente di lui. I suoi lunghi capelli biondi correvano lisci lungo la sua schiena. Un residuo di nausea lo tratteneva dal lavarsi sulla sponda del fiume. Da ieri, un odore di bruciato, il fetore di carne carbonizzata, si era unito agli altri odori che aveva appiccicati addosso.
Nonostante la sua giovane età e lo stato di ostaggio diplomatico in rappresentanza della sua tribù, tutti avevano ritenuto giusto che uno con i suoi natali, uno della stirpe di Odino, dovesse guidare una delle unità di irregolari germanici. I romani avevano calcolato l'altezza del muro, avevano fornito ai soldati scale della giusta lunghezza e, con Balista in testa, quei circa cinquecento barbari sacrificabili erano stati mandati all'assalto. Gli uomini erano partiti in un balzo, piegati in avanti nella tempesta di dardi. I corpi ingombranti dei germanici e la loro mancanza di armature li avevano resi dei bersagli facili. Quel suono disgustoso, quello di un dardo che faceva centro, si ripeteva continuamente. Erano caduti in massa. I sopravvissuti avevano continuato ad avanzare impavidi. Presto, le mura levigate si erano presentate, svettanti, davanti a loro. Molti altri erano caduti mettendo da parte gli scudi per alzare le scale.

Balista era stato uno dei primi a salirci. Aveva cominciato ad arrampicarsi con una mano, lo scudo tenuto sopra la testa, la spada ancora nel fodero. Una pietra lanciata dall'alto aveva colpito il suo scudo, e per poco lui non era caduto dalla scala. Il rumore era stato indescrivibile. Balista aveva visto un lungo palo apparire oltre il muro e si era sporto all'infuori, verso la scala accanto. In cima al palo c'era una grossa anfora. Il palo fu lentamente girato, l'anfora capovolta, e un miscuglio fiammeggiante di catrame e olio, zolfo e bitume si era riversato come pioggia sui soldati in cima alla scala. Gli uomini gridavano, mentre i loro vestiti si bruciavano e si ritiravano, aderendo alla loro carne che arrostiva. Erano caduti uno dopo l'altro. Il liquido incendiario era schizzato anche su coloro che stavano a terra: battevano le fiamme con le loro mani e si rotolavano sul terreno. Non c'era modo di spegnere il fuoco.
Quando Balista alzò lo sguardo, c'era un'altra anfora sulla sua testa, e il palo che la reggeva stava cominciando a girare. Senza alcuna esitazione, Balista si era lanciato giù dalla scala. L'atterraggio fu violento. Per un momento aveva pensato di essersi rotto o slogato la caviglia e che sarebbe bruciato vivo. Ma l'istinto di conservazione aveva avuto la meglio sul dolore e, gridando ai suoi uomini di seguirlo, era scappato via.
Già da un po' di tempo Balista era convinto che una cospirazione fosse inevitabile. Per quanto gli fosse stata inculcata la disciplina romana, nessuno dei soldati avrebbe sopportato a lungo questo assedio. E dopo il disastro di quel giorno, Balista non si sorprese quando fu avvicinato.

Ora, nell'attesa di fare la sua parte, si rese conto di quanto fosse profonda la sua paura. Non desiderava fare l'eroe. Eppure non aveva scelta. Se non avesse agito, Massimino Trace l'avrebbe giustiziato, altrimenti i cospiratori l'avrebbero ucciso.
I cospiratori avevano ragione. C'erano pochissime guardie intorno alla tenda imperiale. Molti di loro dormivano. Era quell'ora sonnolenta subito dopo mezzogiorno. L'ora in cui l'assedio era in pausa. L'ora in cui l'imperatore e suo figlio riposavano.
Un cenno del capo di uno dei cospiratori e Balista si incamminò verso l'enorme tenda color porpora che aveva fuori gli stendardi. Improvvisamente si rese conto di che bella giornata fosse; un perfetto giorno di inizio giugno, un giugno italiano, caldo con una leggera brezza. Un'ape ronzò da una parte all'altra della sua strada. Le rondini volteggiavano nel cielo.
Una guardia pretoriana bloccò la strada di Balista con la sua lancia.
«Dove credi di andare, barbaro?»
«Ho bisogno di parlare con l'imperatore». Balista parlò in modo ragionevole, con un marcato accento latino.
«E chi non ne ha?». Il pretoriano era disinteressato. «Ora levati dalle palle, ragazzo».
«Sono a conoscenza di una cospirazione contro di lui». Balista abbassò la voce. «Alcuni tra gli ufficiali, i nobili, stanno complottando per ucciderlo». Scrutò l'evidente indecisione della guardia. Alla fine, il timore del potenziale pericolo di non informare un imperatore sospettoso e vendicativo su una possibile cospirazione superò la paura naturale di svegliare un uomo sempre più irascibile e violento, al quale le cose non stavano andando bene.
«Aspetta qui». Il pretoriano convocò un altro soldato per tenere d'occhio il barbaro e scomparve dentro la tenda.
Riapparve dopo poco e disse all'altro pretoriano di disarmare e perquisire il giovane barbaro. Dopo aver consegnato spada e pugnale, Balista fu accompagnato nella tenda; prima in un'anticamera, poi nella stanza privata più interna.
 
All'inizio, Balista riuscì a vedere poco. L'oscurità tinta di porpora nell'intimità della tenda era profonda, in confronto alla brillante luce del sole all'esterno. Appena i suoi occhi si adattarono al buio, riuscì a distinguere il fuoco sacro, sempre portato dinanzi all'imperatore regnante, che bruciava debolmente sul suo altare mobile. Poi riuscì a vedere un'ampia branda. Da essa emerse l'enorme faccia pallida dell'imperatore Gaio Giulio Vero Massimino, comunemente noto come Massimino Trace, Massimino della Tracia. Attorno al suo collo scintillava la famosa torque d'oro, che il suo valore come soldato privato dell'imperatore Settimo Severo gli aveva fatto guadagnare.
Dall'angolo più lontano della tenda una voce infranse il silenzio, «Prostrati in adorazione, proskynesis». Mentre veniva spinto sulle ginocchia dal pretoriano, Balista vide il bel figlio di Massimino Trace venire fuori dall'oscurità. Riluttante, si prostrò ai suoi piedi, poi, quando Massimino Trace gli porse la mano, baciò un pesante anello d'oro nel quale era incastonata una gemma con l'incisione di un'aquila.
Massimino Trace si sedette sul bordo della branda. Indossava una semplice tunica bianca. Suo figlio era in piedi, al suo fianco, con i suoi abiti abituali, decorati in modo elaborato, la corazza e la spada d'argento ornamentale, con il manico a forma di testa d'aquila. Balista rimase in ginocchio.
«Dèi del cielo, quanto puzza», disse il figlio, avvicinandosi un panno profumato al naso. Suo padre fece un cenno con la mano per zittirlo.
«Tu sei al corrente di un complotto contro la mia vita». I grandi occhi grigi di Massimino Trace esaminarono il volto di Balista. «Chi sono i traditori?»
«Gli ufficiali, gran parte dei tribuni, e alcuni tra i centurioni, della Legio II Partitica, dominus».
«Dimmi i loro nomi».
Balista sembrò riluttante.
«Non far attendere mio padre. Di' i loro nomi», disse il figlio.
«Si tratta di uomini potenti. Hanno molti amici, e molta influenza. Se venissero a sapere che li ho denunciati, mi farebbero del male».
Il grande uomo rise, un orribile suono stridente. «Se quello che dici è vero, non saranno più nella posizione di nuocere a te e a nessun altro. Se quello che dici non è vero, quello che potrebbero farti loro sarà l'ultima delle tue preoccupazioni».
Balista recitò lentamente una sfilza di nomi. «Flavio Vopisco, Giulio Capitolino, Elio Lampridio». Erano in tutto dodici nomi. Che si trattasse dei veri nomi degli uomini coinvolti nella cospirazione era, a quel punto, una questione di poco conto.
«Come fai a sapere che questi uomini vogliono uccidermi? Che prove hai?»
«Mi hanno chiesto di unirmi a loro». Balista parlò ad alta voce, nella speranza di distrarre l'attenzione dal rumore sempre più forte proveniente dall'esterno. «Ho chiesto loro delle istruzioni scritte. Le ho qui».
«Cos'è quella fila di gente?». Massimino Trace urlò, mentre il suo volto si contraeva nell'usuale espressione di nervosismo. «Pretoriano, di' loro di fare silenzio». Allungò una mano enorme verso i documenti che Balista gli stava porgendo.
«Come potete vedere». Balista continuò.
«Silenzio», ordinò l'imperatore.
Invece di affievolirsi, il rumore fuori dalla tenda crebbe. Massimino Trace, con la faccia ora contratta dalla rabbia, si rivolse a suo figlio. «Esci fuori e di' loro di tenere quelle maledette bocche chiuse».
Massimino Trace continuò a leggere. Quindi, un aumento improvviso di rumore gli fece sollevare la faccia pallida. Balista interpretò il gesto come il primo barlume di sospetto.
Balista saltò in piedi. Afferrò l'altare che portava il fuoco sacro e lo agitò in direzione della testa dell'imperatore. Massimino Trace afferrò il polso di Balista con una presa incredibilmente forte. Con la mano libera gli diede un pugno in faccia. La testa del giovane scattò di colpo all'indietro. Il grande uomo lo colpì allo stomaco. Balista crollò a terra. Con una mano, l'imperatore sollevò di nuovo Balista in piedi. Portò la sua faccia, simile a una roccia, vicino a quella di Balista. Il suo alito puzzava di aglio.
«Morirai lentamente, stronzetto».
Massimino Trace lanciò Balista lontano. Il giovane andò a schiantarsi contro alcune sedie e rovesciò un tavolo da campo.
Mentre l'imperatore prendeva la sua spada e si dirigeva verso la porta, Balista tentò disperatamente di cacciare un po' d'aria nei polmoni e rimettersi in piedi. Si guardò intorno alla ricerca di un'arma. Non trovandone alcuna, prese uno stilo da un tavolino da scrittura e seguì con passo esitante l'imperatore.
Dall'anticamera, l'intera scena all'esterno appariva incorniciata e chiaramente illuminata come se si fosse trattato di un dipinto in un tempio o in un portico. Lontano, gran parte dei pretoriani stava correndo. Altri si erano uniti ai legionari della Legio II e stavano tirando giù i ritratti imperiali dagli stendardi. Più vicino, c'era un tumulto di corpi intenti a picchiarsi. Subito al di là della soglia si ergeva la schiena potente di Massimino Trace. Spada in mano, la sua testa enorme si girava da una parte all'altra.
Il clamore si arrestò, e sulla folla si erse la testa mozzata del figlio di Massimino Trace, conficcata su una lancia. Anche se macchiata dal fango e dal sangue, era ancora bella.
Il rumore che fece l'imperatore non era umano. Prima che H grande uomo potesse muoversi, Balista si lanciò in modo malsicuro alla sua schiena. Come un cacciatore di bestie nell'arena che cerca di finire un toro, Balista infilzò lo stilo nel collo di Massimino Trace. Con un ampio movimento del braccio, il grande uomo schiantò Balista all'indietro, da una parte all'altra dell'anticamera. L'imperatore si voltò, cavò fuori lo stilo e lo scagliò, insanguinato, verso Balista. Poi alzò la spada, e avanzò.
Il giovane cercò tentoni di rimettersi in piedi, afferrò una sedia, tenendola davanti a lui come uno scudo improvvisato, e arretrò.
«Piccolo traditore, tu mi hai dato il tuo giuramento, il giuramento militare, il sacramentum». Il sangue scorreva a fiotti dal collo dell'imperatore, ma non sembrava frenarlo. Con due colpi di spada mandò in pezzi la sedia.
Balista si girò per evitare il colpo, ma sentì un dolore lancinante quando la spada si conficcò tra le sue costole. Sul pavimento, ora Balista teneva le braccia sulla ferita, e tentava di trascinarsi indietro. Massimino Trace stava in piedi davanti a lui, pronto a sferrare il colpo finale.
Una lancia si conficcò nella schiena indifesa dell'imperatore.
Barcollò involontariamente in avanti. Un'altra lancia si infilzò ancora nella sua schiena. Fece un altro passo, poi si rovesciò, atterrando su Balista. Il suo peso enorme stava schiacciando il giovane. Il suo fiato, caldo e fetido, era sulla guancia di Balista. Sollevò le dita per cavare gli occhi del ragazzo.
In qualche modo, lo stilo era di nuovo nella mano destra di Balista. Con una forza nata dalla disperazione, il giovane lo portò alla gola dell'imperatore. Il sangue schizzò fuori. Le dita dell'imperatore scattarono all'indietro. Il sangue punse gli occhi di Balista.
«Ci rivedremo». Il grande uomo proferì la sua minaccia finale in un ghigno ripugnante, con il sangue che gorgogliava e schiumava dalla bocca contorta.
Balista rimase a guardare mentre tiravano fuori il corpo. Si gettarono su di esso come un branco di cani da caccia che smembra la preda. La sua testa fu tagliata via e, come quella del figlio, innalzata su una lancia. Il corpo enorme fu lasciato sul posto affinché chiunque potesse calpestarlo e profanarlo, e gli uccelli e i cani lo facessero a pezzi.
Molto più tardi, le teste di Massimino Trace e di suo figlio furono mandate a Roma per essere esposte in pubblico. Quello che era rimasto dei loro corpi fu gettato nel fiume per negare loro la sepoltura, per negare il riposo alle loro anime.

Harry Sidebottom - Il guerriero di roma. Fuoco a Oriente.