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Il candidato
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david baldacci il candidato

Settembre 1996

Fu soltanto una frazione di secondo, anche se a Sean King, agente del Servizio segreto, sembrò la frazione di secondo più lunga della sua vita.
Era il periodo della campagna elettorale e si trovavano in un anonimo hotel per l'incontro del candidato alla presidenza con i suoi sostenitori, in una località così fuori mano che per telefonare alla più vicina area rurale bisognava fare un'interurbana. Alle spalle del suo protetto, King scrutava la folla e ascoltava nell'auricolare il ronzio di informazioni sporadiche e prive di importanza. Faceva un caldo afoso nella grande sala piena di gente eccitata che agitava cartelli con la scritta vota CLYDE RITTER.

Molti bambini venivano sollevati e tesi verso il candidato sorridente, cosa che King odiava perché dietro ognuno di loro poteva nascondersi facilmente un'arma da fuoco. Ma la presentazione dei piccoli continuava, Clyde li baciava tutti e, osservando quello spettacolo potenzialmente pericoloso, a King sembrava quasi di sentire formarglisi delle ulcere nello stomaco.

La folla si fece ancora più vicina, fino a toccare i sostegni del grosso cordone di velluto, efficace quanto una linea tracciata sulla sabbia. King d'istinto si avvicinò ancora di più a Ritter e gli piantò il palmo della mano tesa sulla schiena sudata e senza giacca, in modo da poterlo buttare immediatamente a terra nel caso fosse successo qualcosa. Non poteva certo mettersi davanti a lui: il candidato apparteneva alla gente. La routine di Ritter non cambiava mai: stringere mani, fare cenni di saluto, sorridere, declamare una frase a effetto in tempo per il notiziario delle sei, sporgere di nuovo le labbra e baciare un altro bambino grasso. Il tutto mentre King, con una mano sulla camicia fradicia di Ritter, osservava in silenzio la folla in cerca di possibili minacce.
Qualcuno dal fondo della sala gridò una battuta. Ritter replicò in maniera scherzosa e la folla rise allegramente, o almeno gran parte di essa. C'era gente che odiava Ritter e tutto ciò che rappresentava. I volti non mentono, non a coloro che sono addestrati a leggerli, e King sapeva leggere un viso con la stessa facilità con cui sapeva sparare. Era quello che aveva fatto per tutta la sua vita professionale: leggere i cuori e le anime della gente attraverso gli occhi, i tic fisici.

Si concentrò in particolare su due uomini alla sua destra, distanti circa tre metri. Avevano l'aria di rappresentare potenziali guai, anche se entrambi indossavano camicie a maniche corte e pantaloni aderenti in cui era impossibile nascondere un'arma, il che li faceva scendere di parecchi gradini nella scala della pericolosità. Gli attentatori tendevano a preferire un abbigliamento ingombrante e armi di piccole dimensioni. In ogni caso King sussurrò qualcosa nel microfono, riferendo anche agli altri la sua preoccupazione. Poi spostò lo sguardo sull'orologio appeso alla parete. Erano le dieci e trentadue. Ancora pochi minuti e sarebbero stati in viaggio verso la città successiva, e di nuovo strette di mano, frasi a effetto, baci ai bambini e lettura delle facce.
Lo sguardo di King si spostò in direzione del nuovo rumore e poi della nuova visione, qualcosa di completamente inaspettato. Rivolto verso la folla e alle spalle di Ritter, indaffarato nella sua autopromozione politica, King era l'unico nella sala in grado di vedere la scena. La sua attenzione rimase agganciata per un battito di cuore, due, tre: troppo, troppo tempo. E tuttavia chi avrebbe potuto biasimarlo per non essere riuscito a distogliere lo sguardo? Tutti, come poi risultò, compreso se stesso.

Udì il bang, simile al tonfo di un libro che cade. Sentì la mano bagnata, là dove aveva toccato la schiena di Ritter. Ma adesso il bagnato non era più soltanto sudore e la mano gli bruciava. La pallottola fuoriuscita dal corpo del candidato gli aveva portato via un pezzo di carne dal dito medio, prima di conficcarsi nella parete. Mentre Ritter cadeva a terra, King si sentì come una cometa che corresse inarrestabile verso la sua destinazione, impiegando però un miliardo di anni luce per arrivare.
Dalla folla si alzarono urla, che poi sembrarono dissolversi in un unico, lungo lamento senz'anima. I visi si allungarono, torcendosi in espressioni strane, come si vedono solo in una casa degli specchi al luna park. Poi il subbuglio investì King con la forza di un'esplosione, mentre i piedi correvano, i corpi si giravano e le urla gli arrivavano da ogni direzione. La gente spingeva e tirava, chinata per evitare altri colpi. In seguito King ricordò di avere pensato che non c'è caos maggiore di quando un'improvvisa morte violenta avviene in mezzo a una folla che non sospetta nulla.
E adesso il candidato presidenziale Clyde Ritter giaceva ai suoi piedi sul pavimento di legno, con il cuore perforato da un proiettile. Lo sguardo di King passò dal cadavere all'uomo che aveva sparato: un tipo alto con gli occhiali, piuttosto attraente, che indossava una giacca di tweed. La sua Smith & Wesson calibro .44 era ancora puntata verso la posizione in cui si trovava Ritter, come in attesa che il bersaglio si rialzasse per potere sparare di nuovo. La massa di persone in preda al panico bloccava gli agenti che cercavano di passare, per cui la festa era a esclusivo beneficio di King e del killer.

King puntò la pistola al petto dell'attentatore. Non gli diede alcun preavviso, non gli enunciò nessuno dei diritti costituzionali concessi a un assassino dalla legislazione americana. Il suo dovere era chiaro. Fece fuoco una volta, poi un'altra, anche se il primo colpo era stato sufficiente. L'uomo crollò a terra nel punto stesso in cui si trovava. Non disse una parola, quasi si fosse aspettato di morire per ciò che aveva fatto e avesse accettato stoicamente il suo destino, come si conviene a un buon martire. E tutti i martiri lasciano dietro di sé persone come King, persone alle quali viene poi data la colpa di quanto è successo. Quel giorno in realtà morirono tre uomini, e King fu uno di loro.
Sean Ignatius King, nato il primo agosto 1960 e morto il 26 settembre 1996, in un posto che non aveva mai sentito nominare prima dell'ultimo giorno della sua vita. E a lui andò peggio che agli altri due caduti. Loro furono accuratamente sistemati nelle rispettive bare e compianti per sempre dalle persone che li avevano amati, o che per lo meno avevano amato ciò che essi rappresentavano. King, entro breve ex agente del Servizio segreto, non ebbe una fortuna del genere. Dopo la sua morte, il suo improbabile fardello fu quello di continuare a vivere.
 

Otto anni dopo

Il corteo di auto invase il parcheggio ombreggiato dagli alberi e riversò all'esterno parecchie persone dall'aria accaldata, stanca e decisamente infelice. Il piccolo esercito marciò verso la brutta costruzione in mattoni bianchi. Nel corso degli anni l'edificio aveva svolto funzioni diverse; al momento ospitava un'impresa di pompe funebri, che prosperava solo in virtù del fatto che nel raggio di cinquanta chilometri non c'erano altre strutture del genere e i morti, naturalmente, da qualche parte dovevano pur andare. Signori in abito nero dall'espressione opportunamente triste se ne stavano in piedi accanto ai carri funebri. Dalla porta usciva ogni tanto qualcuno che singhiozzava con discrezione nel fazzoletto. Seduto su una panchina accanto all'ingresso principale, un vecchio con un abito logoro e troppo largo, e un decrepito stetson untuoso in testa, intagliava un pezzetto di legno. Era quel tipo di posto rurale fino al midollo: soltanto corse di stock car e ballate country.

Il vecchio sollevò lo sguardo con curiosità quando gli passò accanto la processione, al centro della quale c'era un uomo alto dall'aspetto distinto. Davanti a quello spettacolo, l'anziano si limitò a scuotere la testa e a sogghignare, mettendo in mostra i pochi denti che gli erano rimasti, macchiati di tabacco. Bevve un sorso ristoratore dalla fiaschetta che aveva estratto dalla tasca e poi tornò al suo artistico lavoro d'intaglio.
La donna in tailleur pantalone nero che seguiva di un passo l'uomo alto era poco più che trentenne. In passato la grossa pistola nella fondina appesa alla cintura, sfregandole fastidiosamente sul fianco, le aveva causato un'irritazione. Per rimediare all'inconveniente aveva provveduto a cucire uno strato di tessuto all'interno delle camicette e imparato a convivere con qualsiasi prolungato arrossamento della pelle. Le era capitato per caso di sentire scherzare i suoi uomini, secondo i quali sarebbe stato meglio che le agenti avessero portato due fondine da spalla, cosa che le avrebbe fatte sembrare delle maggiorate anche senza costosi interventi di chirurgia plastica. Sì, nel suo mondo il testosterone era ben presente.
La carriera dell'agente del Servizio segreto Michelle Maxwell procedeva alla massima velocità, in corsia di sorpasso. Non era ancora stata assegnata alla Casa Bianca, a protezione del presidente degli Stati Uniti, ma ormai ci era vicina. Appena nove anni nel Servizio ed era già a capo di una scorta. Quasi tutti gli agenti dovevano svolgere lavoro investigativo sul campo per una decina d'anni solo per qualificarsi come membro di una squadra di protezione, ma Michelle Maxwell era abituata ad arrivare a destinazione prima degli altri.

Questa era la sua grande anteprima, che precedeva un quasi certo trasferimento alla Casa Bianca, e lei si sentiva preoccupata. La fermata era imprevista, il che significava nessuna squadra in avanscoperta e limitata copertura. Tuttavia, trattandosi di un cambiamento di programma dell'ultimo minuto, il lato positivo era che nessuno poteva sapere che sarebbero stati lì.
Arrivati all'ingresso, Michelle posò con fermezza una mano sul braccio dell'uomo alto e gli disse di aspettare mentre lei e i suoi davano un'occhiata all'interno.
Il posto era silenzioso, e sapeva di morte e di disperazione nelle silenziose sacche di sofferenza attorno ai feretri nelle varie camere ardenti. Michelle piazzò agenti nei punti chiave lungo il percorso del suo protetto: "piantare i piedi", come si diceva nel gergo del Servizio. La semplice precauzione di sistemare davanti a una porta un professionista armato e in grado di comunicare poteva fare meraviglie.
Parlò nel walkie-talkie e l'uomo alto, John Bruno, venne fatto entrare.

Michelle lo scortò lungo il corridoio, mentre gli sguardi della gente nelle camere ardenti puntavano su di loro. Un politico e relativo entourage in campagna elettorale sono come un branco di elefanti: non viaggiano leggeri. Calpestano massicci la terra con il peso di guardie, personale dello staff, portavoce, scrittori di discorsi, addetti alle pubbliche relazioni, portaborse e q uant'altro. È uno spettacolo che, se non fa ridere, può suscitale una notevole preoccupazione sul futuro del paese.
John Bruno si presentava per la carica di presidente degli Stati Uniti e non aveva la minima possibilità di vittoria. Molto più giovanile dei suoi cinquantasei anni, era un candidato indipendente che era riuscito a qualificarsi per il ballottaggio nazionale in ogni Stato grazie all'appoggio di una piccola ma chiassosa percentuale di elettorato ormai nauseata da chiunque appartenesse ai partiti principali. E così gli era stata concessa la protezione del Servizio segreto, anche se con uno spiegamento di forze meno ingente rispetto a quello riservato a un vero candidato. Era compito di Michelle Maxwell mantenere il candidato in vita
fino alle elezioni. E lei contava i giorni che mancavano.

Ex pubblico accusatore, Bruno si era fatto moltissimi nemici, alcuni dei quali al momento dietro le sbarre. La sua piattaforma politica era piuttosto semplice. Dichiarava di voler soltanto togliere il peso dello Stato dalle spalle della gente e lasciar governare la libera iniziativa. Per quanto riguardava i poveri, i deboli e tutti quelli non all'altezza di una competizione sfrenala, be', in tutte le altre specie viventi i deboli muoiono e i più Torti prevalgono, quindi perché doveva essere diverso per gli esseri umani? Era soprattutto a causa di questa visione politica che Bruno non aveva alcuna chance di vittoria. Anche se l'America amava i suoi uomini duri e decisi, non era disposta a votare per un leader che mostrava una totale mancanza di comprensione per gli oppressi e gli sventurati, dato che questi, un giorno, avrebbero potuto costituire la maggioranza.
I problemi cominciarono quando Bruno entrò nella camera ardente seguito dal capo dello staff, due aiutanti, Michelle e altri tre agenti. La vedova, seduta davanti alla bara del marito, alzò lo sguardo di scatto. Michelle non riuscì a leggere l'espressione della dorma dietro il velo che le copriva il viso, ma pensò che fosse sorpresa nel vedere quell'orda di intrusi invadere il sacro suolo. L'anziana donna si alzò in piedi e si ritirò in un angolo, tremando visibilmente.
II candidato si voltò subito verso Michelle: «Era un mio caro amico» attaccò deciso «e non ho intenzione di marciare qui dentro con un esercito. Uscite» aggiunse seccamente.
«Io resto qui» ribatté Michelle. «Soltanto io.»
L'uomo scosse la testa. Si erano già trovati spesso in situazioni del genere. Bruno sapeva che la sua candidatura era una scommessa senza speranza, ma proprio per questo ci provava con ancor più determinazione. Il ritmo della campagna era stato brutale, la logistica della protezione un incubo.
«No, questo è un fatto privato» ringhiò. Si voltò verso la donna che tremava in un angolo. «Mio Dio, la state spaventando a morte. È disgustoso.»
Michelle insistette, ma Bruno rifiutò di nuovo e accompagnò tutti fuori, rimproverandoli. Cosa diavolo poteva capitargli in un'impresa di pompe funebri? C'era il rischio che la vedova ottantenne l'aggredisse? Il defunto sarebbe tornato in vita? Michelle intuiva che il suo protetto era arrabbiatissimo perché lei gli stava facendo sprecare tempo prezioso. Tuttavia non era stata sua l'idea di andare lì. Comunque, Bruno non era certo dell'umore giusto per sentirselo dire.
Non aveva la minima possibilità di vittoria, eppure si comportava come se fosse stato il re dei re. Naturalmente il giorno del voto gli elettori, Michelle compresa, lo avrebbero buttato fuori a calci nel sedere.
Come soluzione di compromesso, gli chiese due minuti per controllare la stanza. Le vennero concessi e gli agenti procedettero all'ispezione, mentre dentro di sé Michelle ribolliva, dicendosi che doveva risparmiare le munizioni per le battaglie davvero importanti.
I suoi uomini uscirono centoventi secondi dopo e riferirono che era tutto a posto. Una sola porta per entrare e uscire. Niente finestre. Unici occupanti, la vecchia e il morto. Era tutto tranquillo. Non perfetto, ma okay. Michelle annuì in direzione del candidato. Bruno poteva avere il suo momento privato, dopodiché sarebbero ripartiti.
Una volta entrato nella camera ardente, Bruno chiuse la porta e si avvicinò alla bara aperta. Ce n'era un'altra appoggiata alla parete opposta, aperta anch'essa, ma vuota. Quella del defunto era sistemata sopra una piattaforma rialzata ricoperta di tessuto bianco e circondata da un assortimento di fiori. Bruno rese omaggio alla salma, poi mormorò: «Addio, Bill» e si voltò verso la vedova, che era tornata alla sua sedia. Si inginocchiò davanti a lei e le prese gentilmente una mano tra le sue.
«Mi dispiace, Mildred, mi dispiace moltissimo. Era una bra-va persona.»
Dietro il velo, la vedova alzò lo sguardo su Bruno, sorrise e poi riabbassò gli occhi. Il candidato cambiò espressione e si guardò intorno, anche se l'unico altro occupante la stanza non era in condizione di origliare. «Dunque, hai accennato a qualcosa
di cui volevi parlarmi. In privato.»
«Sì» confermò la donna a bassa voce.
«Temo di non avere molto tempo, Mildred. Di cosa si tratta?»
In risposta, la vedova gli mise una mano su una guancia e poi le dita scesero a toccare il collo. Bruno fece una smorfia quando sentì la puntura e subito dopo scivolò a terra, privo di sensi.

David Baldacci - Il candidato.