Poesie StraniereLa chitarra

Incomincia il pianto della chitarra. Si rompono le coppe dell'alba. Incomincia il pianto della chitarra. È inutile farla tacere. È impossibile farla tacere. 
Continua...

RomanziNon è una cosa seria

Perazzetti? No. Quello poi era un genere particolare.Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui, guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura più meticolosa.È vero che...
Continua...

Poesie StraniereDivertente, strano e stupendo: Adīb Kamāl ad-Dīn (Iraq): Traduzione a cura di Asma Gherib

- 1 - - “Oh poeta come ti chiami ?” - “L’uccello”. - “E poi?” - “ Il pesce”. - “Il pesce?” - “Sì”. - ...
Continua...

Altri titoli
Il bambino che non sapeva mentire
(9 voti, media 3.67 di 5)
Il bambino che non sapeva mentireÈ gennaio, una cupa domenica d'inverno, e sono se­duto in cucina con mia madre e mio padre. Mio padre, spalle al tavolo, tiene i piedi contro la parete e un libro in grembo. Mia madre siede alla mia destra con il libro aperto sul tavolo. Io sto accanto a lei, e la mia sedia, di fronte alla finestra, è vicina al calore dei fornelli.
In mezzo al tavolo campeggia una teiera bollente e ciascuno di noi ha davanti a sé una tazza e un piatto. Nei piatti ci sono dei sandwich al prosciutto e al tacchino e in caso volessimo qualcos'altro da mangiare o da bere, non c'è problema. La dispensa è piena. Di tanto in tanto smettiamo di leggere e chiacchieria­mo. È una bella sensazione, come se fossimo un sol uomo intento a leggere un unico libro anziché tre indivi­dui distinti e isolati.
Questi sono i giorni perfetti.
Attraverso la piccola finestra quadrata vedo la stret­ta strada di campagna che porta a Gorey e oltre la stra­da un campo innevato. Oltre il campo innevato, anche se non riesco a vederlo, l'albero a cui passo davanti ogni mattina e, due miglia oltre l'albero, la Gorey Naional School, dove tornerò alla fine delle vacanze di Natale.
All'angolo della strada, a sinistra del cancello, c'è un palo con un cartello che indica la direzione di Dublino e sotto un altro cartello più piccolo che indica il cimitero. Ci restano due giorni da trascorrere insieme, solo noi tre, ed è esattamente ciò che voglio. Non voglio niente di di­verso.

Quando mia madre arriva all'ultima pagina del libro, prendo un mazzo di carte e lo spingo verso il suo gomi­to. Tra poco lei poserà il libro e mi chiederà di giocare. Osservo il suo viso aspettando fiducioso.
All'improvviso chiude il libro e si alza in piedi di scatto.
"John", esclama, "per favore vieni con me." Mi guida in corridoio, lontano da mio padre. Mi sottrae alla sua vista come se fossi spazzatura. "Vieni, e lascia lì il libro", puntualizza.
Ci fermiamo in fondo alla ripida scaletta che porta alla camera dei miei genitori, nella mansarda - l'unica stanza del piano di sopra - e lei si appoggia alla balaustra incrociando le braccia sul petto. La pelle delle sue mani è fredda e bianca come gesso.
"Ho qualcosa di diverso oggi?" domanda.
"No. Perché?"
"Mi stavi fissando. Mi stavi fissando ancora."
"Stavo solo guardando", ribatto.
Si allontana dalla balaustra e mi mette le mani sulle spalle. È alta un metro e settantasette centimetri e anche se io misuro solo quattro centimetri in meno, lei riesce a sovrastarmi obbligandomi a incurvare le spalle. Preme su di me con tutto il peso del corpo, facendo leva sulle gambe.
"Mi stavi fissando, John. Non dovresti fissare in quel modo."
"Perché non posso guardarti?"
"Perché ormai hai undici anni. Non sei più un bam­bino piccolo."
Vengo distratto dai miagolii della gatta, Critone, chiu­sa nell'armadio del sottoscala con i gattini appena nati. Vorrei andare da lei, ma mia madre non accenna a la­sciarmi.
"Ti stavo solo guardando", ripeto.
Vorrei dirle che non c'è niente di infantile nel guarda­re le cose, ma vacillo sotto la pressione delle sue braccia e i tremiti mi impediscono di parlare.
"Perché?" insiste lei. "Perché mi devi guardare in quel modo?"
Mi sta facendo male alle spalle, è inaspettatamente pesante. Sembra così leggera, e così bella, quando è se­duta al tavolo o in fondo al mio letto, e parla con me fa­cendomi ridere. In questo momento invece mi fa rabbia, perché è alta, perché è grande, perché è pesante, e per­ché considera grande anche me, più grande di quanto io non sia veramente.
"Non lo so. Perché mi piace, immagino", azzardo.
"Faresti meglio a perdere il vizio."
"Perché?"
"Perché è irritante. È impossibile rilassarsi quando qualcuno ti fissa in quel modo."
"Scusa", mormoro.
Lei si raddrizza e allenta la presa. Mi avvicino e le do un bacio vicino alla bocca.
"Bene, ci siamo capiti", dice.
La bacio un'altra volta, ma quando le passo le braccia intorno al collo per attirarla a me e stringerla forte, lei si ritrae. "Non adesso", dice. "Fa freddo qui fuori."
Gira sui tacchi e a me non resta che seguirla in cu­cina.
I capelli ricci e scuri di mio padre gli ricadono disor­dinatamente sulla fronte coprendogli gli occhi. "Chiudi la porta", ordina senza alzare lo sguardo dal libro.
"È già chiusa", osservo.
"Bene", approva. "Allora tienila chiusa."
Sorride rivolto al libro che sta leggendo: Frenologia e cranio criminale.
Mio padre non lavora da tre anni, da quando viviamo qui, nel cottage di sua madre. Prima che ci trasferissimo dalla nonna, faceva l'elettricista a Wexford, ma odiava il suo lavoro, come ripeteva ogni sera tornando a casa. Adesso, invece di andare al lavoro, legge. Dice che si sta preparando per l'esame di ammissione al Trinity College e che superarlo non dovrebbe essere un problema, dato che l'anno scorso si è sottoposto al test del Mensa e se l'è cavata egregiamente.
"Guarda fuori", dico a mia madre indicando la fine­stra. "Nevica di traverso."
"È vero", risponde. "Sembra farina passata al setac­cio."
"La farina passata al setaccio non cade di traverso",
ribatto.
La sua lingua fa capolino dalle labbra e va a inumidi­re un angolo della bocca, fermandosi in quel punto. Mi allungo sul tavolo per toccarla. "Hai la lingua fredda", osservo.
Mio padre ci guarda e le labbra di mia madre si chiu­dono di scatto.
"Come una lucertola", puntualizza.
Mi sorride e io le restituisco il sorriso.
"Che strana coppia", commenta mio padre.
Critone è tranquilla. Credo che le piaccia sentirci chiacchierare e sapere che ci siamo.
Torno alla lettura del mio libro preferito, il Guinness dei primati. Possiedo tutte le edizioni tranne quella del 1959. Ogni anno lo ricevo in regalo per Natale.
Mi mancano poche pagine della nuova edizione 1972 e ho quasi finito di leggere la sezione "Esseri umani" per la quarta volta. Il Guinness dei primati è pieno di feno­meni incredibili, come il prete cinese che detiene il re­cord delle unghie più lunghe. Gli ci sono voluti ventiset­te anni per farsi crescere unghie lunghe cinquantacinque centimetri, che nella fotografia appaiono nere e ricurve come corna d'ariete.
I migliori di tutti sono gli escapisti e gente come Blon­din, che ha attraversato le cascate del Niagara in equili­brio su un filo, o Johann Hurlinger, che ha camminato sulle mani per più di cinquanta giorni, percorrendo ben millequattrocento chilometri a testa in giù. Un giorno sarò anch'io nel Guinness dei primati, in­sieme a tutti coloro che non vogliono essere dimenticati o ignorati.

M.S. Hyland - Il bambino che non sapeva mentire.