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Conosci il dolore d’immaginarti in un destino diverso dal mio? Comprendi, anche solo per un attimo, cos’è la mia vita senza di te? Volevo amarti intensamente e con te l’universo tutto. Dividere tutte le emozioni che la vita offre. Essere al di sopra delle convenzioni, delle abitudini, dei clichè stupidi e inutili e trasformare ogni nuovo giorno in un dono dell’uno per l’altra. Il nostro amore è cominciato per gioco, quasi per caso. “Un donarsi delle anime”- come dicevi tu - “un qualcosa che abbiamo iniziato e che è diventato troppo serio e doloroso. Tutto perché ci siamo presi davvero con la nostra anima”.
L’estasi di appartenere l’uno all’altro: il rapimento dei sensi, l’ebbrezza di esistere, l’entusiasmo di affrontare il mondo intero senza timore, la voglia di costruire, di giocare insieme. L’amore che ci ha uniti non aveva ancora voglia di morire. Ma che importa ormai? Hai fatto in modo che assaporassi ancora una volta, attraverso la tua sofferenza, il dolore dell’abbandono. Eppure, amore accecato dalla vita, sordo ad ogni mio ragionamento, muto nell’anima, per te affronterei, ancora, il mondo intero. Tutto sembrava una ruota di trasformazioni, di novità trepidanti di vita vera, reale. Ce la siamo guadagnata faticando per secoli e incontrarci ancora è il dono per noi. Poi, il crollo inatteso che mi ammutolisce, che mi stordisce. D’ improvviso non mi hai più voluta e sei uscito dalla mia vita con la durezza che ti ha sempre contraddistinto. Ancora una volta non è stato come lo immaginavo questo momentaneo addio, non è stato come lo sognavo per rendere ineguagliabile il nostro incontro, unico il nostro lasciarsi, te diverso dalla massa. Il nostro addio è stato come quello degli altri, né più né meno. Impongo ai miei gesti di ritornare continuativi, alle mie mani di abbandonarsi sul grembo, ai pugni di chiudersi, è inutile la rabbia. Chiedo agli occhi di non vedere, quel che mi rimane non è da guardare. Sarà doloroso imporre al mio cuore di tacere. Non voglio, ma i miei desideri, devono morire. L’essere me stessa non mi dovrebbe appartenere, principalmente perché mi ha sempre allontanata da te. Più di ogni altra cosa non mi fa ricordare, perché non mi si vuole ricordare. Dà fastidio, crea problemi. Io ho voglia di continuare a lottare per te, ne ho ancora la forza. Non è il coraggio di combattere che mi manca, è l’impossibilità. Le tue decisioni, se ne avverte subito la forza, non ammettono contraddizioni, né interferenze. Con quanta superficialità ci porgiamo agli altri e non comprendiamo il danno che ne può derivare. La nostra leggerezza ci porta a dire cose che peseranno moltissimo nella vita della gente e noi non sapremo mai quanto. Possiamo offendere, umiliare, ferire senza comprenderlo. Chissà se hai mai compreso le pugnalate che mi hai inflitto. L’avvocato che è in me, tenta far risaltare questo concetto. Questo giovane ma non inesperto laureato, mi incoraggia a credere nella possibilità della tua inconsapevolezza. Tu, quale parcella, ricorda sempre e in ogni situazione che il nostro agire, il nostro argomentare, i sogni infranti, gli inganni, possono trafiggere per sempre. Le frasi, le parole d’amore recitate, perdonami questo termine paradossale, influenzano una vita, creano solchi nei cuori, catastrofi nei cervelli, offesa all’anima. Ricorda soprattutto il danno che ne avrebbero le persone semplici, ingenue, deboli. Coloro che non sanno difendersi, soccombono. Il mio orologio comincia a battere il tempo. Le ore, i giorni, i mesi, ritornano tutti uguali, esasperati nella visione della realtà, una realtà cruda nel suo disincanto. Ai giorni seguiranno poi lunghi mesi, forse anni di attesa, di dolore ma anche di comprensione. Qualcosa di confuso sta avvenendo. Inizia la discesa vorticosa. Sembra un baratro, un pericoloso precipizio. Cambia anche il colore del mondo. Il rosa, il rosso, il giallo lasciano il posto al grigio in tutte le sue sfumature.La gioia sembra lasciare il posto alla sconfitta, ai dubbi. Perchè questo dolore che sento dentro come una crosta, pare soffocarmi? Non avrei mai immaginato che, un giorno, dentro una così dolorosa piaga potessi esserci tu, invece ci sei fino in fondo. E’ frutto del tuo operato questo dolore, quindi non riesco ad accettarlo. Non è il figlio legittimo del nostro amore, tu non puoi esserne il padre. Ecco il motivo del mio rifiuto, ecco la ricerca della nostra verità. Subentra così quella che generalmente chiamiamo depressione. Io lo chiamo dolore, esperienza da cui trarne insegnamento ma stavolta mi tocca lavorare da sola, non più con te. Devo viverla questa pena per capire innanzi tutto me stessa, i miei errori, le colpe che devo addossarmi, i meriti che mi hanno distinta, le verità che ho constatato e quelle che non ho constatato. Comprendere, così, appieno il perché di ciò che ho vissuto e di quello che mi appresto a vivere, fosse anche per non sbagliare un’altra volta. Mi costruisco la mia bilancia immaginaria, vi deposito tutti i pro e i contro di te, di me e della nostra storia. La bilancia pende necessariamente in favore tuo, in difesa tua e mia. Devo credere in questo amore, devo stare dalla sua parte così come lo sono stata fino ad ora. Se lo merita, glielo devo. Almeno io devo, io voglio farlo. Lo coccolo io per un po’, lo tengo con me. Prendo in prestito brani del “De Profundis” di Oscar Wilde e li leggo quasi a volermene drogare. Nasce così il primo schermo di aiuto, coraggio, difesa e protezione. Un sostegno a cui aggrapparmi per non sentirmi l’unica illusa di sempre. “Solo i peccati dell’anima sono vergognosi. Credi davvero di essere stato degno dell’amore che ti portavo in un qualsiasi periodo della nostra amicizia, credi che per un solo momento io abbia pensato che tu lo fossi? Sapevo che non lo eri. Ma l’amore non si contratta al mercato né lo si misura con la bilancia del truffatore. La gioia che da esso ci proviene, come la gioia dell’intelletto, sta nel sentirsi vivi. Lo scopo dell’amore è l’amore: né più né meno. Tu mi fosti nemico: un nemico come mai ebbe un uomo. Ti avevo donato tutta la mia vita: tu la gettasti via. In meno di tre anni mi avevi completamente rovinato sotto ogni punto di vista. Per il mio bene non potevo fare altro che amarti. Sapevo che, se mi fossi abbandonato all’odio per te, nell’arido deserto dell’esistenza che mi attendeva, e che ancora calpesto, ogni roccia avrebbe perso la sua ombra, ogni palma si sarebbe avvizzita, ogni pozzo d’acqua avrebbe rivelato il tossico alla sorgente. Cominci a capire ancora un poco adesso? Si desta la tua immaginazione dal lungo letargo in cui è giaciuta? Cominci ad avvertire che cosa sia l’amore la sua natura? Non è troppo tardi affinché tu impari queste cose. Là dove è il dolore è terra benedetta. Un giorno capirai ciò che significa. Non saprai nulla della vita finché non avrai capito questo. La conclusione di tutto questo è che sono costretto a perdonarti. Lo devo fare. Non scrivo questa lettera per instillare amarezza nel tuo cuore ma per strapparla dal mio. Per il mio stesso bene devo perdonarti. Non si può continuare a nutrire una serpe in seno, non ci si può levare ogni notte per seminare spine nel giardino della propria anima. Non mi sarà difficile perdonarti se tu mi aiuterai un poco. Ora il mio perdono dovrebbe avere un significato profondo per te. Un giorno te ne renderai conto. Per quanto sia stato terribile quello che mi hai fatto, è stato ancora più terribile quello che io ho fatto a me stesso. Cessai di essere padrone di me. Non fui più io a governare la mia anima e non lo sapevo. A te permisi di dominarmi.” Oscar Wilde, mi offre il primo aiuto per iniziare a riflettere e anche tanto. I passi del De Profundis mi entrano nell’anima poi nel cuore addolcendolo. Lo reputo un dono del Cielo questo libro arrivato per caso nella mia vita quando il dolore mi distrugge. Non è per la tua indifferenza ma è la sofferenza per il tuo atteggiamento, per il tuo modo di fare, come sempre, sbrigativo e superficiale. Un esempio fra tanti, il più crudele, comunicarmi che un’altra donna aveva preso il mio posto. “La creatura di cui mi sono innamorato” la definisti. Un annuncio elargito in poche, sintetiche, superficiali parole precisate al telefono. La “creatura” che stavi mollando di brutto non aveva diritto a niente. La creatura mollata ogni qual volta ti ha fatto comodo non ha diritto a nulla, come sempre. Molti di noi si affidano a Dio, soltanto nei momenti difficili. Cerchiamo un appoggio nel Divino quasi a volerGli scaricare il dolore che non vogliamo. Lui può capirlo, Lui può viverlo, io no, non lo capisco, non so affrontarlo, non mi tocca. “Aiutami Tu, Dio. Mi hanno insegnato che sei grande, mi hanno detto che tutto puoi, prendilo tu questo mio dolore, prenditelo. Io non so come si fa, non so da che parte iniziare”. Così gli passiamo la palla, sicuri del risultato. Ma la risposta non può essere sempre quella che ci aspettiamo, sarebbe troppo facile. La soluzione ottimale? Smettiamo di credere. Finiamo di aver Fede. Lui ci ha deluso, ci ha abbandonati. “Chi sei Dio? Perché mi punisci? Perché sei sordo alle mie richieste, peggio ancora assente, distaccato? Dove sei, mio Dio?” Cattolica, Musulmana, Ebraica, fai tu. Ognuno ha il suo Credo. La Religione dovrebbe essere il Suo Verbo, qualcosa a cui aggrapparci, a cui credere. Qualcosa di sovraumano, ma un tutt’uno col nostro quotidiano. Dapprima ho iniziato a chiamarlo Presidente, colui che tutto può, l’ Altissimo. Non tutti i presidenti ci amano però, non tutti sono dalla nostra parte, non a tutti interessa il destino dei propri dipendenti. Comincio ad analizzare ben bene la faccenda. “Questo” Presidente deve essere al di sopra di tutti noi, ci vuole tutti uguali, senza discriminazione. Si batte per noi, per la nostra vita terrena e per la nostra purificazione, per la nostra anima. Elargisce doni, poiché Egli sa che ci aiutano. Spesso non ne veniamo mai a sapere nulla. Siamo convinti di essere dei fortunati o dei capaci, invece è Lui che silenzioso e quatto quatto si affaccia alla nostra vita. Ci ama soprattutto per le nostre imperfezioni e per aiutarci muove la grande Squadra del Cielo. Qualcosa in più doveva deve averla questa figura a cui il termine presidente non si addice. Come chiameremmo la figura più autorevole della nostra vita? Colui che, con amore e dedizione, cura cresce e sostiene i suoi figli? Colui a cui sta a cuore la felicità di ogni suo figlio? Padre. Sei carne del Suo ventre, Sei stilla del Mio Spirito. Sulla sua spalla voglio versare lacrime, da lui voglio correre per donargli le mie vittorie e accettare le mie sconfitte. A mio Padre voglio chiedere aiuto, tutto l’aiuto che mi occorre nella vita, dai beni materiali a quelli Spirituali. Un Padre non si concede malattie né malumori, non fa vacanza, mai. Un padre va anche ascoltato, però e infatti Papà Dio ha ragione. Mi ha tolto per darmi, per insegnarmi la grandiosità della vita, del mio amore per te. Agli occhi di molti mi ha levato, a quelli di pochi mi restituirà con gli interessi... Valeria Intelisano - il bacio delle anime |