RomanziL’amico ritrovato

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più.Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha...
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Poesie ItalianeOssi di Seppia

Ciò che di me sapestenon fu che la scialbatura,la tonaca che rivestela nostra umana ventura.Ed era forse oltre il telol’azzurro tranquillo;vietava il limpido cielosolo un sigillo.
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RaccontiCalabi Yau

Chiamatela visione oppure no, ma prima ancora che lui si trasferisse nella grande casa bianca vicino al fiume, sapeva già che l’avrebbe incontrata. Quando passò per la prima volta vicino alla...
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Altri titoli
I Viaggi di gulliver
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i viaggi di GulliverMio padre aveva una piccola proprietà nel Nottingham shire; io ero il terzo dei suoi cinque figli.

Mi mandò, quattordicenne, al Collegio Emanuel, di Cambridge, e là io rimasi tre anni applicandomi assiduamente agli studi. Ma le spese del mio mantenimento (sebbene godessi di un trattamento ben magro) eran troppo gravose per la sua modesta fortuna; ed io fui costretto a fare il mio noviziato dal signor James Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi quattro anni.
Di tanto in tanto, mio padre mi inviava qualche sommetta, ed io me ne servivo per studiare navigazione e le altre scienze matematiche necessarie a chi vuol mettersi in mare; pensando che, prima o poi, sarebbe stato quello il mio destino. Lasciato il signor Bates, tornai da mio padre; e lì, con l’aiuto suo, di mio zio John e di qualche altro parente, misi insieme quaranta sterline con la promessa di altre trenta sterline l’anno per poter vivere a Leida. In questa città studiai medicina due anni e sette mesi, persuaso che quell’arte mi sarebbe stata utile nei lunghi viaggi.
Subito dopo il mio ritorno da Leida, per raccomandazione del mio buon maestro il signor Bates, fui assunto come chirurgo sulla Rondine, comandata dal capitano Abraham Pannel; con lui rimasi tre anni e mezzo, e andai una o due volte nel Levante e in vari altri luoghi. Tornato in patria, decisi di stabilirmi a Londra; il signor Bates, mio maestro, mi incoraggiò a prender questo partito e mi raccomandò ad alcuni dei suoi malati.
Presi in affitto un appartamentino nel quartiere di Old Jewry e, poiché mi consigliavano di mutar stato, sposai la signorina Mary Burton, seconda figlia del signor Edmund Burton, calzettaio di Newgate Street, la quale mi portò in dote quattrocento sterline.
Ma il mio buon maestro Bates morì due anni dopo; io avevo pochi amici e i miei affari cominciarono ad andar male: la coscienza mi impediva di imitare gli indegni sistemi di troppi miei confratelli. Risolsi così, dopo essermi consultato con mia moglie e con qualche amico, di rimettermi in mare.

Fui successivamente chirurgo su due vascelli e, per sei anni, feci molti viaggi nelle Indie orientali e occidentali aumentando un po’ il mio peculio. Trascorrevo le mie ore d’ozio leggendo i migliori autori antichi e moderni, poiché portavo sempre con me un buon numero di volumi; e, quando scendevo a terra, non trascuravo di osservare i costumi e le tendenze dei vari popoli, e di studiarne la lingua, cosa che facevo senza difficoltà grazie alla mia memoria eccellente.
L’ultimo di questi viaggi non fu molto fortunato; io mi stancai del mare e decisi di restare a casa con mia moglie e la mia famiglia. Lasciai Old Jewry per Fetter Lane e di qui andai più tardi a Wapping nella speranza di farmi una clientela tra i marinai; ma non mi andò bene. Dopo avere aspettato per tre anni che le cose prendessero una miglior piega, accettai una vantaggiosa offerta del capitano William Pritchard, comandante
dell’Antilope, che stava per salpare per i Mari del Sud. Facemmo vela da Bristol il 4 maggio 1699, e il viaggio fu dapprima assai felice.

Sarebbe davvero inutile annoiare il lettore con i particolari delle nostre avventure in questi mari: basterà informarlo che, passando nelle Indie orientali, fummo spinti da una violenta tempesta a nord-ovest della Terra di Van Diemen [Le coste nord-occidentali dell’Australia NDL]: ci trovavamo allora a trenta gradi e due minuti di
latitudine sud. Dodici dei nostri uomini erano morti per eccesso di fatica e cattivo nutrimento, gli altri erano assolutamente esausti. Il 5 novembre, inizio dell’estate in quei paesi, il cielo era così fosco di nebbie che i marinai scorsero una roccia solo quando non distava da noi più di una mezza gomena, e così impetuoso era il vento che vi fummo spinti direttamente contro e subito la nave andò in pezzi.
Sei dell’equipaggio, fra i quali mi trovavo, riusciti a mettere in mare una scialuppa, trovarono il modo di sbarazzarsi della nave e dello scoglio. Remammo, a occhio e croce, per circa tre leghe finché, già stremati dalla fatica fin da quando eravamo sul vascello, non potemmo continuare oltre.
Ci abbandonammo dunque alla mercé delle onde, e, circa una mezz’ora dopo, la scialuppa fu rovesciata da un improvviso colpo di vento proveniente dal nord.
Non posso dire quel che avvenne dei miei compagni di scialuppa e nemmeno di quelli che si salvarono sullo scoglio o che rimasero nella nave; ma penso che siano tutti periti. Per conto mio, nuotai a caso e fui spinto
verso terra dal vento e dalla marea. Spesso lasciavo cader le gambe senza però toccar fondo: ma, quando già mi sentivo perduto e incapace di lottare ancora, mi accorsi di toccare; frattanto la tempesta si era molto placata. La pendenza del fondo era così leggera che camminai circa un miglio prima di raggiunger la spiaggia; pensai che dovevano essere circa le otto di sera. Mi inoltrai allora per circa un mezzo miglio, ma non
scorsi traccia di abitazioni né di abitanti; per lo meno ero così estenuato che non me ne accorsi. Stanco morto com’ero, e per di più in una giornata calda e con in corpo circa mezza pinta di acquavite che avevo bevuto nel’abbandonare la nave, sentii una gran voglia di dormire.

Mi sdraiai sull’erba, finissima e soffice, e caddi nel più profondo sonno che mi ricordassi di aver mai gustato in vita mia; a conti fatti dovette durare un nove ore perché, quando mi svegliai, era giorno.
Cercai di alzarmi, ma non riuscii a far gesto; mi ero coricato sul dorso, e mi accorsi di aver le braccia e le gambe solidamente legate a terra dai due lati; anche i capelli, che avevo lunghi e folti, erano assicurati al suolo in egual modo. Sentii anche vari sottili legami che mi passavano sopra il corpo, dalle ascelle alle cosce. Potevo solo guardare in alto, ma il sole cominciava a farsi caldo e mi offendeva gli occhi col suo splendore; udivo intorno a me un confuso vocio, ma, nella posizione in cui giacevo, non potevo vedere che il cielo. Poco dopo, sentii qualche cosa di vivo che si muoveva sulla mia gamba sinistra e, camminandomi piano sul petto, mi arrivava quasi al mento; allora, volgendo gli occhi in giù più che potevo, scorsi una creatura umana, alta nemmeno sei pollici, con in mano un arco e una freccia, e una faretra sulle spalle. Nello stesso tempo sentii che almeno una quarantina della stessa specie (a quanto supponevo) seguivano il primo.

Stordito dallo stupore, gettai un tal grido che tutti se la diedero a gambe atterriti e alcuni di loro, come mi fu detto più tardi, si accopparon mezzi nel balzare precipitosamente a terra giù dal mio corpo. Comunque tornaron presto, e uno di loro, che aveva osato farsi tanto avanti da poter dare un’occhiata d’insieme al mio volto, alzò al cielo le mani e gli occhi in segno di ammirazione, e gridò con una vocetta aspra ma chiara: « Hekinah degul! ». Gli altri ripeteron più volte le stesse parole, ma, allora, non potevo capire quel che significassero[…]

Jonathan Swift - I Viaggi di gulliver in vari paesi Lontani del mondo