| I tre moschettieri |
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I borghesi si armavano immancabilmente contro i rapinatori, contro i lupi, contro i servi, spesso contro i signori e gli ugonotti, talvolta contro il re; mai però contro il cardinale e lo Spagnolo. Risultò dunque da tale abitudine che, quel suddetto primo lunedì del mese a aprile 1625, i borghesi udendo tanto strepito e non vedendo né il guidone giallo e rosso, né la livrea del duca di Richelieu, si precipitarono verso la locanda del Frane Meunier. Una volta colà, ognuno potè vedere e riconoscere la causa del frastuono. Difatti il nostro giovanotto aveva una cavalcatura, e questa era cosi degna di nota che venne notata: era un ronzino del Béarn, già sui dodici o quattordici anni, giallo di mantello, senza crini alla coda ma non senza giarde alle zampe; pur procedendo con la testa più bassa delle ginocchia, cosa che rendeva inutile l'applicazione della correggia, faceva però Io stesso le sue otto leghe al giorno. Disgraziatamente le qualità di questo cavallo erano così ben nascoste sotto l'insolito pelame e sotto l'incongrua andatura, che in un tempo in cui tutti s'intendevano di cavalli, la comparsa del suddetto ronzino a Meung, dov'era entrato da circa un quarto d'ora per la porta di Beaugency, produsse una sfavorevole impressione, che si ripercosse sul suo cavaliere. - Figlio mio, - aveva detto il gentiluomo guascone in quel puro dialetto del Béarn dal quale Enrico IV non era mai riuscito a liberarsi. - figlio mio, questo cavallo è nato nella casa di vostro padre? or son quasi tredici anni, e da allora vi è rimasto, il che deve spingervi ad amarlo. Non vendetelo mai, lasciatelo morire tranquillamente e onorevolmente di vecchiaia; e se farete con lui una campagna, risparmiatelo come risparmiereste un vecchio servitore. A corte, - continuò d'Artagnan padre, - se pure avrete l'onore di andarci, onore a cui, d'altronde, la vostra antica nobiltà vi da diritto, sostenete degnamente il nome di gentiluomo, che degnamente fu portato dai vostri antenati per oltre cinquecento anni. Per voi e per i vostri, per vostri intendo i parenti e gli amici, non tollerate mai nulla tranne che dal cardinale e dal re. Con il coraggio, non dimenticate, con il coraggio soltanto un gentiluomo oggi si fa strada. Chiunque trema un attimo, lascia forse sfuggire l'esca che, proprio in quell'attimo, la fortuna gli tendeva. Siete giovane, dovete essere coraggioso per due motivi: primo, perché siete guascone, secondo, perché siete mio figlio. Non temete le occasioni e cercate le avventure. Vi ho fatto imparare a maneggiare la spada; avete garretti di ferro, pugno d'acciaio; battetevi per qualunque cosa; battetevi tanto più che i duelli sono proibiti, e che, di conseguenza, ci vuole doppio coraggio per battersi. Figliolo, non ho da darvi altro che quindici scudi, il mio cavallo e i consigli che or ora avete ascoltato. Vostra madre vi aggiungerà la ricetta di un certo unguento avuta da una zingara, che possiede la miracolosa virtù di guarire qualsiasi ferita che non raggiunga il cuore. Mettete a profitto tutto, e vivete felice e a lungo. Non mi rimane che da aggiungere una parola, ed è un esempio che vi propongo, non il mio, perché io non sono mai stato a corte e ho fatto soltanto le guerre di religione come volontario; voglio alludere a M. de Tréville, un tempo mio vicino, il quale ebbe l'onore di giocare da bambino con il nostro sovrano Luigi XIII, che Iddio lo conservi! Talvolta i loro giochi degeneravano in zuffe, e in quelle zuffe il re non era sempre il pili forte. Le stoccate ricevute gii diedero molta stima e amicizia per M. de Tréville. Più tardi, questi si batte con altri nel suo primo viaggio a Parigi, cinque volte; dopo la morte del defunto re fino alla maggiore età del giovane sovrano, senza contare le guerre e gli assedi, sette volte; e dalla maggiore età fino a oggi, forse cento volte! Cosi, nonostante gli editti, le ordinanze e i decreti, eccolo capitano dei moschettieri, cioè capo di una legione di Cesari che il re tiene in gran conto, che il cardinale teme, lui che non teme nulla o quasi, come ognun sa. Per di più M. de Tréville guadagna diecimila scudi all'anno; dunque è proprio un gran signore. Ha incominciato come voi; andate da lui con questa lettera, e seguite il suo esempio. Dopo di che d'Artagnan padre cinse al figlio la propria spada, Io baciò teneramente sulle guance e gli diede la benedizione. Con un simile vademecum, d'Artagnan si trovò a essere spiritualmente e fàsicamente una copia esatta dell'eroe di Cervantes, al quale l'abbiamo cosi felicemente paragonato quando i nostri doveri di storico ci hanno costretto a tracciarne il ritratto. Don Chisciotte scambiava i mulini a vento per giganti e i montoni per eserciti, d'Artagnan scambiò ogni sorriso per un insulto e ogni occhiata per una provocazione. Il risultato fu ch'egli tenne costantemente i pugni serrati da Tarbes fino a Meung, e che portò la mano all'impugnatura della spada circa dieci volte al giorno; i pugni però non colpirono nessuna mascella, né la spada venne tratta dal fodero. Non che la vista del malaugurato ronzino giallo non facesse spuntare più d'un sorriso sul volto dei passanti; ma, siccome al disopra del ronzino tintinnava una spada di ragguardevoli proporzioni e al disopra di essa brillava un occhio più feroce che fiero, i passanti reprimevano l'ilarità, o se questa aveva il sopravvento sulla prudenza, per lo meno cercavano di ridere con un solo angolo della bocca, come le maschere antiche. D'Artagnan mantenne quindi altera e inviolata la sua suscettibilità fino a quella disgraziata città di Meung. Ma colà, mentre smontava da cavallo alla porta del Frane Meunier senza che nessuno, locandiere, servitore o palafreniere, si fosse presentato a reggergli la staffa al montatoio, d'Artagnan adocchiò a una finestra socchiusa del pianterreno un gentiluomo ben fatto e di nobile aspetto, sebbene il volto esprimesse un lieve corruccio, il quale discorreva con due persone che sembravano ascoltarlo con deferenza. Naturalmente, secondo il suo solito, d'Artagnan credette di essere l'oggetto della conversazione e stette in ascolto. Questa volta s'era ingannato solo in parte: non si trattava di lui, ma del suo cavallo. Il gentiluomo sembrava elencarne agli uditori tutte le qualità, e poiché, come ho già detto, costoro mostravano nei confronti del narratore una gran deferenza, scoppiavano a ridere ogni momento. E siccome bastava un mezzo sorriso a destare l'irascibilità del giovanotto, si capisce quale effetto producesse su di lui quell'eccesso di ilarità rumorosa. Il gentiluomo ricondusse lentamente lo sguardo dalla cavalcatura al cavaliere, come se gli fosse occorso un certo tempo per capire che proprio a lui si rivolgevano cosi strani rimproveri; quindi, svanito ogni possibile dubbio, aggrottò lievemente le sopracciglia, e dopo una pausa piuttosto lunga, con un tono d'ironia e d'insolenzà impossibile a descrivere, rispose a d'Artagnan: Non parlo a voi, signore. Alexandre Dumas - i tre moschettieri |
Il primo lunedì del mese d'aprile 1625, il paese di Meung, dove nacque l'autore del Roman de la Rose, appariva in completo subbuglio, proprio come se gli ugonotti fossero venuti a tentare una seconda Rochelle. Parecchi borghesi, vedendo le donne scappare in direzione della Grande-Rue e sentendo i bambini strillare sulla soglia degli usci, si affrettavano a indossare la corazza e rafforzando il loro contegno alquanto esitante con un moschetto o con una partigiana, si dirigevano verso la locanda del Frane Meunier, davanti alla quale si affollava, infittendosi di momento in momento, un gruppo compatto, rumoroso e pieno di curiosità.