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Gli alunni del tempo
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Alunni del SoleNella via del Pallonetto di Santa Lucia trovate qualunque cosa, tranne che un giornalaio. Perché? Non fateci ridere con queste domande. In primo luogo onorateci, favorite, allungateci un’occhiata gentile, come se foste un barone di passaggio, o addirittura il sindaco Lauro. Ecco qua: la nostra via del Pallonetto è a “gradoni,” sale con l’affanno da Santa Lucia al Monte di Dio, sale con tre quarti di lingua in gola da un “basso” a un palazzetto e da un palazzetto a un “basso,” fino all’odore (sempre sia lodato) di lire e di signori della città alta.

Mi spiego? Alla conformazione del suolo, aggiungete l’affollamento. Chi non è nato senza gomiti, al Pallonetto, li ha nei fianchi del prossimo; e, d’inverno specialmente, ce li lascia. È chiaro? In secondo luo­go, anche se qua un chiosco di giornali ci fosse, in bilico sull’orlo di uno scalino o appeso alla ringhiera di un balcone, il giornalaio morirebbe di fame o di collera. Noi quando abbiamo trenta lire non ac­quistiamo carta stampata, bensì quattro ulive o un pugno di lupini. In tutta la via del Pallonetto, dunque, campa un solo giornale, dico uno, e appartiene alla guardia notturna don Vito Cacace.

Don Vito si alza alle quattordici in punto: mangia e beve, salute a lui, sulla soglia del “basso,” e intanto legge; quando ha finito ci guarda, sputa, borbotta: “Che tei capi!” e ci mette al corrente.
“Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria! Questo Edward Gein, di Wautoma nel Wisconsin, è senza paragone il massimo fetente che abbiamo sulla faccia della terra.”
Don Fulvio Cardillo, don Leopoldo Inzerra, donna Giulia Capezzuto, Armanduccio Galeota ed io, subito gonfi di curiosità, ci raggnippiamo intorno a lui come una famiglia di cozze. Forse volete sapere chi siamo? Agli ordini.

Don Fulvio è venditore ambulante di luna. Dice: “Io per mestiere compro e vendo luna.” È la verità. Un giorno, sentite, nella zona più caotica di via Tribunali, davanti a un baule spalancato, riconobbi don Fulvio che gridava: “Tutti i colori e tutti i sapori! Occhio alla scelta! Polsini per camicia, dieci lire!” E polsini erano, di ogni tinta e tessuto. Privi, naturalmente, delle camicie relative: uno stock di polsini orfani, ma nuovi, soli al mondo, e chi lo nega ?, però di ottima qualità.

Ognuno cercava ansiosamente quelli di colore più somigliante al colore della propria camicia, e li comprava. Niente, a Napoli, va perduto: ed ecco perché, tutto sommato, Napoli sopravvive a qualunque abbondanza e a qualunque miseria. Ne convenite ? Don Leopoldo Inzerra è mantenuto dalla moglie, guan-taia. Dice: “Gesù, ma io, se non ero disoccupato, mi sposavo?”. Donna Giulia Capezzuto ha una pensione di quindicimila lire, come vedova di un operaio dell’acquedotto. Armanduccio Galeota, quattordicenne, poliomielitico, è figlio di pescatori: le sue gambe morte dondolano mentre egli vola sulle grucce da un capo all’altro del Pallonetto; i suoi genitori, per dedicarsi interamente a lui, giurarono di non avere altri figli e ci riuscirono; tutto il resto, dolore o gioia, è capriccio del mare nel quale, da via Ca-racciolo, immergono le reti.
Don Fulvio:
“Edward Gein, di Wautoma nel Wisconsin? Mai sentito nominare. Don Vito, siamo giusti: avete la certezza matematica che questo Gein è fetente in sommo grado?”
Don Vito, risentendosi e agitando il giornale:
“Ho mai diffamato qualcuno? Intanto è americano e quelli hanno, beati loro, la mangiatoia bassa. Don Leopoldo, consideriamo. Qui è tutto precisato. Carogna. Carognone. Aveva non so quante moggia di terra. Né genitori, né moglie e né figli da nutrire. Casa, alberi, animali, tutto suo. Diceva latte? E centinaia di mucche rispondevano: ‘Latte sia.’ Voleva carne? E subito un manzo, rassegnato, diceva a un altro manzo: ‘Decidiamo, compare… ci vai tu, al macello, o per questa volta ci vado io?’ All’alba, un’aria fina fina baciava in fronte mister Gein; la sera i grilli, cri cri cri cri, gli tenevano compagnia. E quando c’era un po’ di luna…’
Donna Giulia, interrompendo:
“Neh, don Vito, non sia per offesa… ma voi come lo sapete? Pure questo c’è scritto nel giornale?”
Don Vito, aggrottando le sopracciglia:
“Non c’è scritto… e allora? Donna Giulia, non vi intromettete. Nessuno riesce a dire tutto quello che vorrebbe dire, e perciò la stampa è un accordo amichevole fra chi ha scritto e chi legge. Dove non sono arrivato io, arrivaci tu… dunque l’obbligo nostro è di completare mentalmente i discorsi iniziati dai giornali e dai libri.”

Giuseppe Marotta - Gli alunni del tempo