Le Nostre PoesieFragile

Vani palpiti d'un cuore invecchiato tremori di un'anima inchiodata al vuoto grani di sale su ferite mai rimarginate carezze svanite sulla punta delle dita desideri...
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RomanziIl marito

Nel momento stesso in cui si nasce si comincia a morire. Gli uomini di solito non si accorgono del paziente corteggiamento della Morte finché, anziani e gravemente malati, la scorgono se­duta al...
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RomanziIl ritratto di Dorian Gray

Lo studio era pieno dell'odore intenso delle rose, e quando la brezza estiva passava tra gli alberi del giardino, penetrava dalla porta aperta il profumo pesante del glicine o la fragranza più...
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Altri titoli
Anna Karenina
(8 voti, media 4.25 di 5)
Anna KareninaTutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era in scompiglio in casa Oblònskij. La moglie aveva saputo che il marito intratteneva una relazione con la governante francese che era stata in casa loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere nella stessa casa con lui. Questa situazione durava già da più di due giorni ed era avvertita in modo doloroso dai coniugi e da tutti i membri della famiglia, nonché dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che la loro convivenza non aveva più senso e che persone riunite dal caso in una locanda qualsiasi erano più legate fra loro che non essi, familiari e domestici degli Oblònskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito non era in casa da più di due giorni. I bambini correvano abbandonati per la casa; la governante inglese aveva litigato con l’economa e scritto un biglietto a un’amica, pregandola di cercarle un nuovo posto; il cuoco se n’era andato già il giorno prima durante il pranzo; la sguattera e il cocchiere si erano licenziati.

Il terzo giorno dopo la lite, il principe Stepàn Arkàdic Oblònskij — Stiva, com’era chiamato in società — si svegliò alla solita ora, e cioè alle otto del mattino, non però nella camera da letto della moglie ma nel suo studio; sul divano di marocchino. Rigirò il corpo pieno e ben curato sulle molle dei divano, come se desiderasse addormentarsi di nuovo a lungo, abbracciò forte il cuscino e vi schiacciò sopra la guancia; ma d’un tratto balzò su, si sedette sul divano e aprì gli occhi.
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I Viaggi di gulliver
(5 voti, media 5.00 di 5)
i viaggi di GulliverMio padre aveva una piccola proprietà nel Nottingham shire; io ero il terzo dei suoi cinque figli.

Mi mandò, quattordicenne, al Collegio Emanuel, di Cambridge, e là io rimasi tre anni applicandomi assiduamente agli studi. Ma le spese del mio mantenimento (sebbene godessi di un trattamento ben magro) eran troppo gravose per la sua modesta fortuna; ed io fui costretto a fare il mio noviziato dal signor James Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi quattro anni.
Di tanto in tanto, mio padre mi inviava qualche sommetta, ed io me ne servivo per studiare navigazione e le altre scienze matematiche necessarie a chi vuol mettersi in mare; pensando che, prima o poi, sarebbe stato quello il mio destino. Lasciato il signor Bates, tornai da mio padre; e lì, con l’aiuto suo, di mio zio John e di qualche altro parente, misi insieme quaranta sterline con la promessa di altre trenta sterline l’anno per poter vivere a Leida. In questa città studiai medicina due anni e sette mesi, persuaso che quell’arte mi sarebbe stata utile nei lunghi viaggi.
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Qualcuno volò sul nido del cuculo
(7 voti, media 4.14 di 5)
Qualcuno volò sul nido del cuculoSono laggiù.
Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.
Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo dove si trovano, la gente per la quale devono lavorare.
Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano.
Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo sfavillio duro delle valvole nella parete posteriore di una vecchia radio.
“ecco il Capo. Il suuu-per Capo, compari. Il vecchio Capo Ramazza. Dove te ne vai, Capo Ramazza…”
Mi mettono uno straccio in mano, mi indicano il punto che vogliono farmi pulire oggi, e io vado. Uno di loro mi sferra un colpo con il manico della scopa sui polpacci affinchè mi affretti a passare.
“Ehilà, lo vedi come scappa? E’ alto abbastanza per mangiarmi le mele sulla testa e ha paura di me come un bambino.”
Ridono, poi li sento farfugliare alle mie spalle, accostando la testa gli uni agli altri. Ronzio di nere macchine, ronzanti odio e morte e altri segreti dell’ospedale. non si danno la pena di non parlare a voce alta dei loro segreti saturi d’odio, quando io mi trovo nei pressi, perchè mi credono sordo e muto. Lo credono tutti. Sono scaltro abbastanza per infinocchiarli fino a questo punto. Se mai l’essere un mezzo sangue pellerossa mi ha aiutato in qualche modo in questa sporca vita, mi ha aiutato con la scaltrezza, ecco come, in tutti questi anni…


Ken Kesey - Qualcuno volò sul nido del cuculo
 
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