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(6 voti, media 4.67 di 5)
La porta del fumoir era aperta alla nebbia del Nord Atlantico, mentre il grosso transatlantico rollava e beccheggiava, lanciando fischi acuti per indicare la sua presenza alla flotta dei battelli da pesca. - Quel ragazzo, Cheyne, è la peggior seccatura che potessimo trovare a bordo, - disse un signore avvolto in un mantello di lana grossa e ruvida, chiudendo la porta con un colpo; - nessuno lo desidera qui, è troppo insolente. Un tedesco dai capelli bianchi s’impadronì di un sandwich e brontolò fra un morso e l’altro: — Conosco quel genere, l’America ne è piena. Io fi tico tovreste importare fruste, e lipere talla tocana. - Puah! Non c’è poi gran che di male in lui; è più da compatirsi che altro, - rispose la voce strascicata di un signore di New York, che se ne stava lungo e disteso sui cuscini, sotto l’oblò gocciolante d’umidità. - Lo hanno trascinato in giro da un albergo all’altro fin da quando era ragazzino. Stamattina ho parlato con sua madre, che è assai carina, ma non ha nessuna pretesa di guidarlo. Ora sono in viaggio per l’Europa dove dovrebbe completare la sua educazione. |
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(6 voti, media 4.83 di 5)
C’era una volta.. Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura. |
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(9 voti, media 4.78 di 5)
Il viaggio
Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943.
Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione. |
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(10 voti, media 4.30 di 5)
Funghi in città
II vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre. Un giorno, sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram. |
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(5 voti, media 4.80 di 5)
Il ragazzo dai capelli biondi si calò giù. per l’ultimo tratto di roccia e cominciò a farsi strada verso la laguna. Benché si fosse tolto la maglia della scuola, che ora gli penzolava da una mano, la camicia grigia gli stava appiccicata addosso, e i capelli gli erano come incollati sulla fronte. Tutt’intorno a lui il lungo solco scavato nella giungla era un bagno a vapore. Procedeva a fatica tra le piante rampicanti e i tronchi spezzati, quando un uccello, una visione di rosso e di giallo, gli saettò davanti con un grido da strega; e un altro grido gli fece eco : “Ohe ! Aspetta un po’!” Qualcosa scuoteva il sottobosco da una parte del solco, e cadde crepitando una pioggia di gocce. “Aspetta un po’,” diceva una voce, “mi sono impigliato.”
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(15 voti, media 4.27 di 5)
Pochi giorni prima che morisse, la marchesa Borghi aveva voluto consultare, più per scrupolo di coscienza che per altro, anche il dottor Giunio Falci, per il proprio figlio Silvio, cieco da circa un anno. Lo aveva fatto visitare dai più illustri oculisti d’Italia e dell’estero e tutti le avevano detto che era afflitto d’un glaucoma, irrimediabile. Il dottor Giunio Falci aveva vinto da poco, per concorso, il posto di direttore della clinica oftalmica; ma sia per la sua aria stanca e sempre astratta, sia per la figura sgraziata, per quel suo modo di camminare tutto rilassato e dinoccolato, con la grossa testa precocemente calva, buttata indietro, non riusciva a cattivarsi né la simpatia né la confidenza d’alcuno. Egli lo sapeva e pareva ne godesse. Rivolgeva agli scolari, ai clienti domande curiose, penetranti, che aggelavano e sconcertavano; e troppo chiaramente lasciava intendere il concetto che s’era formato della vita, cosi nudo di tutte quelle intime e quasi necessarie ipocrisie, di quelle spontanee, inevitabili illusioni che ciascuno, senza volerlo, si crea e si compone per un bisogno istintivo, quasi di pudor sociale, che la sua compagnia diveniva a lungo andare insopportabile.
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(14 voti, media 4.79 di 5)
Un tempo i “Malavoglia” erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla.
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(7 voti, media 5.00 di 5)
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Nella via del Pallonetto di Santa Lucia trovate qualunque cosa, tranne che un giornalaio. Perché? Non fateci ridere con queste domande. In primo luogo onorateci, favorite, allungateci un’occhiata gentile, come se foste un barone di passaggio, o addirittura il sindaco Lauro. Ecco qua: la nostra via del Pallonetto è a “gradoni,” sale con l’affanno da Santa Lucia al Monte di Dio, sale con tre quarti di lingua in gola da un “basso” a un palazzetto e da un palazzetto a un “basso,” fino all’odore (sempre sia lodato) di lire e di signori della città alta.
Mi spiego? Alla conformazione del suolo, aggiungete l’affollamento. Chi non è nato senza gomiti, al Pallonetto, li ha nei fianchi del prossimo; e, d’inverno specialmente, ce li lascia. È chiaro? In secondo luogo, anche se qua un chiosco di giornali ci fosse, in bilico sull’orlo di uno scalino o appeso alla ringhiera di un balcone, il giornalaio morirebbe di fame o di collera. Noi quando abbiamo trenta lire non acquistiamo carta stampata, bensì quattro ulive o un pugno di lupini. In tutta la via del Pallonetto, dunque, campa un solo giornale, dico uno, e appartiene alla guardia notturna don Vito Cacace.
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