RomanziGli alunni del tempo

Nella via del Pallonetto di Santa Lucia trovate qualunque cosa, tranne che un giornalaio. Perché? Non fateci ridere con queste domande. In primo luogo onorateci, favorite, allungateci un’occhiata...
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Poesie ItalianeDue poesie

Per vivere ho scelto mille imbarcaderi incerti e ho ancorato la mia nave senza presunzioni né smarrimenti.Ho portato sempre il necessario dentro di me una piccola fiamma di luce brillante come un...
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Le Nostre PoesieIl dolore degli amanti

SOGNO Corro tra l’erba altaImmerso nella felicitàCon addosso gli anniDella mia spensieratezza SVEGLIO Questa mattinaRimango a letto a guardar le stelleDisteso...
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Altri titoli
Cell
(5 voti, media 4.80 di 5)

cellIl fenomeno che in seguito avrebbe preso il nome di Im­pulso ebbe inizio alle 15.03 del 1° ottobre, ora di New York. La definizione era naturalmente imprecisa, ma a dieci ore dall'evento quasi tutti gli scienziati in grado di farlo notare erano o morti o impazziti. In tutti i casi il no­me contava poco. Quello che contava era l'effetto.

Alle tre di quel pomeriggio, un giovane di non partico­lare importanza per la storia scendeva per Boylston Street, a Boston, con un passo elastico che era quasi una danza. Si chiamava Clayton Riddell. L'evidente espressione sod­disfatta che aveva sul viso s'accordava con la spigliatezza dell'andatura.

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Un mondo senza fine
(5 voti, media 4.20 di 5)

un mondo senza fineGwenda aveva otto anni, ma il buio non le faceva paura.
Quando aprì gli occhi non vide nulla, però non fu questo a spaventarla.

Sapeva di trovarsi al priorato di Kingsbridge, nel lungo edificio di pietra chiamato ospitale, stesa a terra su un giaciglio di paglia. Accanto a lei era sdraiata la ma­dre; dal tiepido profumo, Gwenda comprese che stava allat­tando il piccolo, ancora senza nome. Vicino alla mamma c'erano il papa e poi il fratello maggiore Philemon, di dodi­ci anni.

L'ospitale era affollato, e benché la bambina non riuscisse a vedere le altre famiglie coricate sul pavimento, stipate co­me pecore in un recinto, percepiva l'odore acre dei loro corpi caldi.

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Duma Key
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Duma KeyLa mia altra vita

Mi chiamo Edgar Freemantle. Sono stato un nome grosso nel settore edilizio, mi assegnavano appalti importanti. Questo avveniva nel Minnesota, nella mia altra vita. Ho imparato questa cosa della mia altra vita da Wireman. Voglio raccontarvi di Wireman, ma prima c’è il Minnesota.

Devo dirlo: lassù sono stato un vero eroe del sogno americano. Ho dato la scalata alla ditta dove avevo cominciato e, quando sono rimasto senza altri gradini da salire, me ne sono andato e ho avviato un’attività mia. Il grande capo mi rise in faccia, disse che mi sarei trovato al verde in meno di un anno. Credo che sia quello che dicono quasi tutti i grandi capi quando uno dei loro giovani rampanti li pianta per mettersi in proprio.
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L’amico ritrovato
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L’amico ritrovatoEntrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più.
Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti — giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.
Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione. Fu due giorni dopo il mio compleanno, alle tre di uno di quei pomeriggi grigi e bui, caratteristici dell’inverno tedesco.
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Non è una cosa seria
(6 voti, media 4.17 di 5)
Non è una cosa seriaPerazzetti? No. Quello poi era un genere particolare.
Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui, guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura più meticolosa.
È vero che poi, tutt’a un tratto, senz’alcuna ragione apparente… un’anatra, ecco, tal’e quale! scoppiava in certe risate, che parevano il verso di un’anatra; e ci guazzava dentro, proprio come un’anatra.
Moltissimi trovavano appunto in queste risate la prova più lampante della pazzia di Perazzetti.
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L’ultimo cavaliere
(10 voti, media 4.90 di 5)
L’ultimo cavaliereL’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
Il deserto era l’apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni. 

Bianco; accecante; arido; amorfo salvo che per l’abbozzo labile e nebuloso delle montagne all’orizzonte e l’erba canina ispiratrice di dolci sogni, incubi, morte. A indicare la via appariva di tanto in tanto una lapide, perché un tempo la pista semicancellata scavata nella spessa crosta alcalina era stata una strada di corriere. Da allora il mondo era andato avanti. Il mondo si era svuotato.
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Il ritorno del nativo
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Il ritorno del nativoIn un sabato pomeriggio di novembre stava calando il crepuscolo, e l’ampia distesa di terreno aperto e selvaggio nota col nome di brughiera di Kgdon si veniva facendo ogni momento più scura. In alto, il curvo strato di nubi biancastre che nascondeva il ciclo era come una tenda che avesse per pavimento tutta la brughiera.
La linea d’incontro tra il cielo velato da questo difìuso scialbo chiarore e la terra resa scurissima dalla vegetazione, era nettamente segnata all’orizzonte. Il contrasto era tale che sulla brughiera sembrava ormai giunta la notte con un anticipo sul tempo astronomico: vi dominava la tenebra, mentre nel cielo ancora indugiava il giorno.
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Momo
(6 voti, media 4.33 di 5)
momoLontano lontano nel tempo, quando gli uomini si esprimevano con lingue tanto diverse da quelle attuali, già esistevano, sulle terre di clima caldo, grandi e magnifiche città. Là si ergevano gli alti palazzi di re e imperatori, là si intersecavano larghe strade, vie anguste e vicoli tortuosi. Là s’innalzavano i mirabili templi adorni di statue d’oro e marmo dedicate agli dei, là stavano sia i mercati dai molti colori dove si offrivano le merci di tutti i paesi conosciuti, sia le vaste armoniose piazze dove le genti convenivano per discutere sulle novità, per pronunziare discorsi o per stare ad ascoltarli. E, soprattutto, là si trovavano i grandi teatri.
Erano molto simili ai circhi dei nostri giorni, salvo che erano totalmente costruiti con blocchi di pietra. Le file dei sedili per gli spettatori, una sull’altra a gradinate, formavano come un vasto cono capovolto. Viste dall’alto, alcune di queste costruzioni apparivano rotonde, altre ovali, mentre altre ancora erano a guisa di ampi semicerchi. Si chiamavano anfiteatri.
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