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Atalanta
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AtalantaDella madre di Atalanta sappiamo soltanto che era una regina, ma una regina infelice perché non poteva dare un figlio al re, un erede al trono. A quei tempi, in Grecia, non vi era città grande o piccola che non avesse il suo re, la sua regina, i suoi principi. Piccoli borghi sperduti tra i mondi o in una spaccatura della costa avevano una reggia e una corte, cosi come i nostri villaggi più poveri hanno un campanile. Il regno di Jaso non era, in sostanza, molto più largo di un lenzuolo, ma il suo orgoglio di sovrano non aveva confini. Quando la balia gli portò Atalanta, nata da pochi istanti, non volle nemmeno vederla.
Via, - gridò pestando i piedi per la rabbia. E sputò sul pavimento:
- Una femmina...
- Una principessa, - si provò a balbettare la balia.

- Non voglio principesse, io. Voglio un figlio vero, un maschio, un cacciatore, un guerriero. Non permetterò che la Grecia rida di me, che chiami la mia casa una casa di femmine. -
La notizia della nascita di Atalanta non sarebbe arrivata più lontana di quel bosco laggiù, dove cominciava un altro regno, o dietro la collina, dove ne cominciava un terzo. La Grecia non avrebbe né riso né pianto. Ma Jaso, nel suo furore, aveva già deciso. Chiamò il più fidato dei suoi servi e gli ordinò:
- Stanotte, quando tutti dormiranno, prenderai quel mostriciattolo, lo metterai in una cesta, lo porterai in cima alla montagna e lo abbandonerai.
- Ma verranno le fiere. Volano le aquile, lassù.
- E tu lasciale volare. Torna a casa in fretta e che nessuno ti veda. La cosa rimarrà segreta tra me e te. Mi hai capito bene?
Il servo obbedì, perché non poteva fare diversamente. Quando fu notte, penetrò di nascosto nella camera della regina, tolse la neonata dalla culla, l'avvolse in una coperta perché non si udissero i suoi strilli, caso mai si fosse svegliata, e si incamminò per il sentiero della montagna. Fece tutto quello che gli era stato ordinato, tornò senza farsi vedere e non disse nulla a nessuno. La mattina dopo un'aquila fu vista volare reggendo tra gli artigli una coperta rossa. La balia riconobbe la coperta. Alla regina fu detto che un'aquila aveva rapito la sua bambina dalla culla. Forse cosi avevano voluto gli dei. A quei tempi la gente era pronta a dare la colpa agli dei del male che faceva o subiva, ma la regina pianse a lungo, in silenzio. Essa non credeva alla cattiveria degli dei, e conosceva bene suo marito.
Di lei la storia e la leggenda non dicono più nulla. È possibile che la poveretta sia morta di dolore.
Ma Atalanta non era finita in un nido di aquilotti affamati. Quando l'aquila si era calata a ghermire la preda, attratta dal colore vivo della coperta, la cesta era già vuota.
Un'orsa, prima dell'alba, era uscita in cerca di cibo per i suoi piccoli. Trovò la bimba ancora addormentata, la raccolse tenendo le fasce tra i denti e la portò nella sua caverna. Questo è quello che raccontano gli antichi, ed essi dovevano ben sapere come andarono le cose.
Forse fu la stessa Atalanta, dopo che fu tornata tra la gente, a raccontare come era cresciuta tra gli orsi. Una folta pelliccia bruna l'aveva riscaldata quando aveva freddo. Aveva lottato per gioco con gli orsacchiotti, rotolandosi tra l'erba e le foglie. Aveva imparato con loro ad acquattarsi per sfuggire ai cacciatori, a riconoscere gli animali amici, a schivare le fiere nemiche. Osservando il cielo e la natura aveva imparato a distinguere i segni del tempo e delle stagioni.

Anche a parlare aveva imparato da sola, spiando i cacciatori che bivaccavano nel bosco, nelle notti di caccia.
Un giorno mentre scherzava con una lepre e l'acchiappava con le mani per metterle paura, udì il sibilo di una freccia e si gettò faccia a terra, immobile.
Strano. I cacciatori non l'avevano mai colta di sorpresa, prima d'allora. E non aveva udito rumori di passi, né abbaiare di cani, né stormire di foglie e di cespugli smossi. Una carezza le sfiorò dolcemente i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle, ma non era la goffa e affettuosa zampa di mamma orsa. Questo fu l'incontro di Atalanta con Diana, dea della caccia e signora dei boschi.
La fanciulla alzò gli occhi e quello che vide decise della sua vita. Vide una giovinetta vestita come un ragazzo, con la tunica corta al ginocchio. Anche i suoi capelli erano corti, un cespuglio selvaggio con cui il vento giocava liberamente. Un cane, accucciato ai suoi piedi, fiutava inquieto l'aria. Ma soprattutto Atalanta vide l'arco che Diana reggeva in una mano, le frecce infilate nella faretra che portava sulla spalla seminuda.
- Vieni, - disse Diana, - farò di te una cacciatrice.
Non c'era già più bisogno di dirlo. «Voglio diventare come lei», aveva giurato Atalanta a se stessa. E senza nemmeno salutare l'orsa che le aveva fatto da madre segui la dea. Solo più tardi imparò che Diana era sorella di Apollo e figlia di Giove, padre degli dei; che poteva guidare con la stessa sicurezza un carro tirato da due gazzelle o un altro, con quattro leoni legati al giogo; che poteva essere un'amica dolcissima o una nemica spietata. Atalanta conobbe le compagne di Diana: Britomarti, Callisto, Titana e tante altre. Esse vivevano nei boschi come cacciatori, più abili del più abile cacciatore nello scoccare una freccia, nel tendere un agguato, instancabili nei lunghi inseguimenti delle fiere ferite. Atalanta diventò come loro. Ebbe una tunica corta e i capelli corti, l'arco, le frecce, il cane. Era felice. Qualche volta, seguendo il cane che fiutava una traccia, giunse alle porte di una città. Nascosta dietro un tronco, su un'altura, spiò la gente che affollava le viuzze, cercò di indovinare dalle finestre aperte la vita nelle case. Ma non provò mai il desiderio di andare a vivere tra gli uomini, e le case le sembravano tante prigioni.
- Là dentro - pensava - non riuscirei nemmeno a respirare.
Capitava, di quando in quando, che un cacciatore scorgesse tra gli alberi una ninfa e tentasse di inseguirla. Allora Atalanta (se era toccato a lei) fuggiva come una cerva e ben presto l'incauto cacciatore, col fiato grosso, era costretto a fermarsi. 

Ma non tutti i cacciatori si stancavano cosi presto. Povera Britomarti, per esempio, quando Minosse la sorprese arrampicata su un ulivo e la pregò dicendo:
- Non mi sfuggire. Io sono un re nella mia città e tu sarai regina se mi sposerai.
Minosse si aspettava che Britomarti gli rispondesse, non che balzasse a terra e schizzasse via, gettando l'arco per correre più leggera. Subito però egli la rincorse chiamandola, e dalla voce con cui chiamava Britomarti potè capire che la corsa non lo affaticava affatto. Giorni e giorni durò quella caccia, per monti e per burroni, per boschi e per campi. Alla fine Britomarti si trovò in cima a una roccia altissima, e al di là non c'era più nulla, soltanto il mare. Britomarti non seppe, o non volle, fermarsi, mentre già Minosse la incalzava, e cadde senza un grido.
La pescarono, più tardi, due vecchi marinai, e le diedero sepoltura sulla spiaggia. Minosse, seduto sullo scoglio, piangeva di dolore e di rabbia.

Gianni Rodari - Atalanta