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(2 voti, media 3.50 di 5)
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Eghimor, la veste stracciata e macchiata di sangue, si alzò dal ceppo di ulivo sul quale era seduto e, tenendo lo sguardo fisso al suolo, disse: «Era tardi e dormivamo già tutti. All'improvviso, delle grida mi hanno svegliato. Ho infilato rapidamente la tunica e sono uscito dalla tenda: quello che ho visto mi ha raggelato il cuore. Uomini a cavallo, un'intera guarnigione filistea, avevano circondato il nostro accampamento e ci lanciavano grida di scherno: "Israeliti straccioni! Uscite dalle vostre squallide tende e fatevi vedere, se siete uomini! Non vi faremo niente, non vale la pena sporcarsi le mani con dei pecorai!" insultavano. Potete immaginare il terrore che ci prese nell'udire quelle parole di sfida...».
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Il bambino che non sapeva mentire |
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(4 voti, media 3.25 di 5)
 È gennaio, una cupa domenica d'inverno, e sono seduto in cucina con mia madre e mio padre. Mio padre, spalle al tavolo, tiene i piedi contro la parete e un libro in grembo. Mia madre siede alla mia destra con il libro aperto sul tavolo. Io sto accanto a lei, e la mia sedia, di fronte alla finestra, è vicina al calore dei fornelli. In mezzo al tavolo campeggia una teiera bollente e ciascuno di noi ha davanti a sé una tazza e un piatto. Nei piatti ci sono dei sandwich al prosciutto e al tacchino e in caso volessimo qualcos'altro da mangiare o da bere, non c'è problema. La dispensa è piena. Di tanto in tanto smettiamo di leggere e chiacchieriamo. È una bella sensazione, come se fossimo un sol uomo intento a leggere un unico libro anziché tre individui distinti e isolati. |
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(9 voti, media 3.56 di 5)
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Se mi accadrà di essere io stesso l'eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualche altro, lo diranno queste pagine. Per iniziare la mia vita proprio dal principio, ricorderò che nacqui (così mi hanno informato e cosi credo) un venerdì, a mezzanotte. Si notò che il pendolo prese a battere e io a strillare, simultaneamente. Tenuto conto del giorno e dell'ora della mia nascita, la levatrice, e certe discrete comari del vicinato che s'erano vivamente interessate di me vari mesi prima che ci fosse possibilità alcuna che facessimo una personale conoscenza, dichiararono — primo — ch'ero destinato nella mia vita alla sventura, e — secondo — che avevo la prerogativa di vedere fantasmi e spiriti: doni questi, l'uno e l'altro, che vanno inevitabilmente legati, com'esse credevano, a tutti gli infelici pargoli dell'uno e dell'altro sesso che nascono nelle ore piccole della notte del venerdì.
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(2 voti, media 3.50 di 5)
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Nella piccola casa esplose la luce, un bagliore che fece sembrare giorno la mezzanotte. Il candelaio barbuto e sua moglie si misero a sedere di scatto. «Co-cosa è?», chiese la donna, tremando. «Non muoverti!». «Ma i bambini?». «Stanno dormendo. Resta dove sei!». La moglie si tirò la coperta sino al mento e diede un'occhiata alla stanza ormai senza più ombre: i bambini addormentati per terra, il tavolo e le sedie accanto al focolare, gli attrezzi ammucchiati in un angolo.
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L'uomo che cambiò i cieli |
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(5 voti, media 4.60 di 5)
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Non esco da settimane. Quando la vita ti precipita addosso, non ti concede scampo. La luce della candela affonda fievoli tralci nella dura tenebra, guida lo sguardo nell'oltretempo, alla linfa della terra.
L'illusorio silenzio s'infrange tra i gemiti della casa, dentro all'eterno riassetto delle sue articolazioni maltrattate dai venti e dall'incuria. Il sibilo della fiammella sullo stoppino si scompone nel raschio del pennino sui fogli. Il pagliericcio, dove mi distendo a riposare le poche ore nelle quali il sonno si sostituisce alla mia veglia balbuziente, emana un odore vegetale di decomposizione ripudiata. |
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(2 voti, media 5.00 di 5)
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Il ristorante Toulos, vicino a Capitol Hill, vanta un menu politicamente scorretto di vitello da latte e carpaccio di cavallo, che ironicamente lo rende un posto di grande richiamo per la quintessenza del potere di Washington. Quel mattino era molto affollato: una cacofonia di acciottolio di posate, sbuffi della macchina per l'espresso e conversazioni al cellulare. Il maìtre stava bevendo furtivamente un sorso del consueto Bloody Mary del mattino quando entrò la donna. Si voltò con un sorriso per il quale si era esercitato degli anni. «Buongiorno, posso esserle utile?»
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(1 voto, media 5.00 di 5)
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Il benedettino passò un mazzetto di penne variopinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò come il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere, lo aprì con un ribrezzo che nella circostanza apparve delicatezza, trepidazione. Per la luce che cadeva obliqua dall'alta finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drappello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccellenza Abdallah Mohamed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, annoiato era diventato vivo ed acuto. Si rialzò un momento dopo, a frugarsi con la destra sotto la giamberga: tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile tralcio.
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(2 voti, media 2.50 di 5)
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Le sagome velate dalla nebbia procedevano verso ponente. I loro passi frettolosi seguivano il calare della luce. Avanzavano verso quel luogo, la fine della Terra, oltre il quale non si poteva andare, dove enormi e terrificanti bastioni torreggiavano all'orizzonte come le mura dell'universo, prima della Grande Cateratta che svuotava i mari nel fragore del vortice al limite del mondo. Camminavano per terre selvagge, nella scarsa luce delle giornate accorciate dalle nebbie. Il verde perenne delle valli saliva verso le montagne. Le indicazioni che avevano i viandanti erano scarse; non parlavano di quella valle scoscesa, né del fiume plumbeo che scorreva sul fondo come una lingua scolpita fra le montagne, a malapena visibile nella foschia: Sil, così l'avevano chiamato gli antichi invasori romani.
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