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Questo capitolo è assai difficile da aprire, ma si deve pur capire come e dove nascono gli ingegneri. O forse è meglio dire dove si fabbrichino? Già perché, secondo me, la teoria dei cavoli, per questa categoria (anche la mia, ahimé), non può essere sufficiente a spiegarne la loro nascita, perché un ingegnere, il vero ingegnere, ha sempre qualcosa di differente dal resto del mondo umano.
Ricordo il giorno seguente aver guardato sui tabelloni della mia scuola superiore, l’ITIS A. Avogadro di Torino, fucina dei giovani virgulti tecnici del capoluogo piemontese, l’esisto della maturità. |
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Mia madre minacciava sempre di farmi a pezzi se rovesciavo il secchio dell'acqua o se al crepuscolo, tra il frinire delle cicale, fingevo di non sentirla quando mi gridava di tornare a casa. La sua voce aspra e dura echeggiava nella valle solitaria. Dov'è quel dannato bambino?
Aspetta che mi capiti tra le mani e lo faccio a pezzi! Ma appena tornavo, infangato per avere corso dal monte, ammaccato per i corpo a corpo con gli altri ragazzi, una volta perfino insanguinato per una ferita che mi ero fatto alla testa con un sasso appuntito (ho ancora l'unghiata argentea della cicatrice), trovavo il fuoco acceso e il brodo caldo, e mia madre non mi faceva a pezzi, ma mi abbracciava, mi puliva il viso, mi pettinava. Io mi divincolavo, guizzando qui e là come una lucertola, ma lei riusciva a mantenere la stretta perché era temprata dal pesante lavoro quotidiano. |
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C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire « Ecco cos'ero prima di nascere ». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi.
La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. |
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 Agli occhi del pubblico le mogli degli scrittori popolari sono quasi invisibili e nessuno lo sapeva meglio di Lisey Landon. Suo marito aveva vinto il Pulitzer e il National Book Award, ma Lisey aveva rilasciato una sola vera intervista in tutta la sua vita. Era stato per la nota rivista femminile che pubblica la rubrica «Sì, sono sposata con lui!» Aveva dedicato metà delle cinquecento parole dell'articolo a spiegare che il suo vezzeggiativo faceva rima con «Si-Si». Quasi tutto il resto riguardava la sua ricetta per il roastbeef a cottura lenta. Sua sorella Amanda aveva commentato che la fotografia allegata la faceva sembrare grassa. Nessuna delle sorelle di Lisey era immune al piacere di lasciare il gatto in mezzo ai piccioni («rimestare nel torbido», avrebbe detto il loro padre), o farsi una bella spettegolata sui panni sporchi altrui, ma l'unica alla quale Lisey aveva avuto difficoltà ad affezionarsi era appunto Amanda. |
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 Il lunedì, diciottesimo giorno del mese di agosto 1572, vi era festa grande, al Louvre. Le finestre dell'antico palazzo reale, sempre tanto cupe, erano sfarzosamente illuminate; le piazze e le vie attigue, di solito tanto deserte sin da quando a Saint-Germain-l'Auxerrois erano suonate le nove, erano, benché fosse mezzanotte, affollate di gente. Tutto quell'accorrere minaccioso, frettoloso, rumoroso, pareva, nel buio, un mare cupo, e agitato da onde lunghe, ciascuna delle quali si frangeva scrosciando; quel mare, dilagando sul viale dal quale si riversava in via dei Fossés-Saint-Ger-main e in via dell'Astruce, andava a battere con i suoi flutti i piedi delle mura del Louvre e con il suo riflusso il palazzo Borbone che sorgeva di fronte. |
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Bartholomew Lampion era rimasto cieco all'età di tre anni, quando i chirurghi avevano dovuto enucleargli gli occhi per salvarlo da un cancro che andava diffondendosi rapidamente. Nonostante fosse privo di globi oculari, però, Barty riacquistò la vista all'età di tredici anni. Questo improvviso passaggio da un decennio di oscurità alla gloria della luce non era avvenuto grazie alle mani di un guaritore. Nessuna tromba celeste aveva annunciato il suo recupero della vista, così come in precedenza non aveva proclamato la sua nascita.
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(27 voti, media 4.48 di 5)
 C'era una volta - perché è così che tutte le storie dovrebbero iniziare - un bambino che perse sua madre. In verità, la stava perdendo da molto tempo. Il male che la stava uccidendo era una cosa strisciante e vigliacca, una malattia che la divorava da dentro, consumandone lentamente la luce interiore cosicché i suoi occhi diventavano ogni giorno meno luminosi e la sua pelle più pallida. E a mano a mano che lei gli veniva sottratta, un poco per volta, nel bambino cresceva la paura di perderla del tutto. Lui desiderava più di ogni altra cosa che lei restasse. Non aveva fratelli né sorelle, e malgrado volesse bene a suo padre era pur vero che ne voleva di più a sua madre. Non sopportava l'idea di una vita senza di lei. |
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(9 voti, media 4.22 di 5)
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La Ruota del Tempo gira e le Epoche si susseguono, lasciando ricordi che divengono leggenda; la leggenda sbiadisce nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato, quando ritorna l'Epoca che lo vide nascere. In un'Epoca chiamata da alcuni Epoca Terza, un'Epoca ancora a venire, un'Epoca da gran tempo trascorsa, il vento si alzò nelle Montagne di Nebbia. Il vento non era l'inizio. Non c'è inizio né fine, al girare della Ruota del Tempo. Ma fu comunque un inizio.
Nato al di sotto delle vette sempre coperte dalle nuvole da cui quelle montagne presero il nome, il vento soffiò verso levante, sopra le Colline Sabbiose che un tempo, prima della Frattura del Mondo, erano la riva d'un grande oceano; scese a sferzare la terra dei Fiumi Gemelli e la fitta foresta detta Westwood, Bosco Occidentale, e colpì i due uomini che procedevano con carretto e cavallo lungo una pista disseminata di pietre, la Strada della Cava. L'arrivo della primavera tardava ormai da un mese buono e il vento era gelido, come se portasse invece la neve. |
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