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Il guerriero di Roma - Fuoco a Oriente |
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La guerra è un inferno. La guerra civile è ancora peggio. Quella guerra civile non stava andando bene. Niente stava andando secondo i piani. L'invasione dell'Italia si era arrestata. Le truppe avevano dovuto affrontare l'attraversamento delle Alpi prima che nei passi il sole primaverile avesse sciolto le nevi. I soldati credevano che sarebbero stati accolti come liberatori. Era stato detto loro che sarebbe bastato semplicemente mettere piede in Italia per vedersi correre incontro la gente che tendeva rami d'ulivo, spingeva avanti i loro figli, e implorava misericordia gettandosi ai loro piedi.
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 Settembre 1996 Fu soltanto una frazione di secondo, anche se a Sean King, agente del Servizio segreto, sembrò la frazione di secondo più lunga della sua vita. Era il periodo della campagna elettorale e si trovavano in un anonimo hotel per l'incontro del candidato alla presidenza con i suoi sostenitori, in una località così fuori mano che per telefonare alla più vicina area rurale bisognava fare un'interurbana. Alle spalle del suo protetto, King scrutava la folla e ascoltava nell'auricolare il ronzio di informazioni sporadiche e prive di importanza. Faceva un caldo afoso nella grande sala piena di gente eccitata che agitava cartelli con la scritta vota CLYDE RITTER. |
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Nel momento stesso in cui si nasce si comincia a morire. Gli uomini di solito non si accorgono del paziente corteggiamento della Morte finché, anziani e gravemente malati, la scorgono seduta al loro capezzale. In seguito Mitchell Rafferty avrebbe saputo indicare il minuto in cui aveva cominciato a riconoscere l'inevitabilità della propria fine: lunedì, 14 maggio, ore 11.43. A tre settimane dal suo ventottesimo compleanno. Fino ad allora raramente aveva pensato di morire. Ottimista nato, incantato dalla bellezza della natura e divertito dall'umanità, non aveva avuto né motivo né propensione a interrogarsi sul quando e il come avrebbe dovuto prendere coscienza della propria mortalità.
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Quando cielo e terra cambiarono posto. |
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«Soffocatela!» disse l'ostetrica a mia madre appena io venni al mondo.
Pesavo meno di un chilo e avevo un aspetto davvero orribile, simile a quello di un gattino. Mia madre aveva quarantun anni quando mi aveva concepito, e perciò era preoccupata per la sua capacità di partorire un figlio sano e sopravvivere. Quando le si ruppero le acque, stava lavorando nei campi in mezzo a una bufera. Mentre correva verso casa, con il liquido tiepido che le colava tra le gambe, gridò a mio padre: «Trong, chiama subito la levatrice!» cosa che lui sapeva bene di dover fare, avendo avuto già due maschi e tre femmine prima di me. |
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Il modo migliore di rovinarsi la vita... |
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Questo capitolo è assai difficile da aprire, ma si deve pur capire come e dove nascono gli ingegneri. O forse è meglio dire dove si fabbrichino? Già perché, secondo me, la teoria dei cavoli, per questa categoria (anche la mia, ahimé), non può essere sufficiente a spiegarne la loro nascita, perché un ingegnere, il vero ingegnere, ha sempre qualcosa di differente dal resto del mondo umano.
Ricordo il giorno seguente aver guardato sui tabelloni della mia scuola superiore, l’ITIS A. Avogadro di Torino, fucina dei giovani virgulti tecnici del capoluogo piemontese, l’esisto della maturità. |
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Mia madre minacciava sempre di farmi a pezzi se rovesciavo il secchio dell'acqua o se al crepuscolo, tra il frinire delle cicale, fingevo di non sentirla quando mi gridava di tornare a casa. La sua voce aspra e dura echeggiava nella valle solitaria. Dov'è quel dannato bambino?
Aspetta che mi capiti tra le mani e lo faccio a pezzi! Ma appena tornavo, infangato per avere corso dal monte, ammaccato per i corpo a corpo con gli altri ragazzi, una volta perfino insanguinato per una ferita che mi ero fatto alla testa con un sasso appuntito (ho ancora l'unghiata argentea della cicatrice), trovavo il fuoco acceso e il brodo caldo, e mia madre non mi faceva a pezzi, ma mi abbracciava, mi puliva il viso, mi pettinava. Io mi divincolavo, guizzando qui e là come una lucertola, ma lei riusciva a mantenere la stretta perché era temprata dal pesante lavoro quotidiano. |
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C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire « Ecco cos'ero prima di nascere ». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi.
La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. |
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(4 voti, media 2.75 di 5)
 Agli occhi del pubblico le mogli degli scrittori popolari sono quasi invisibili e nessuno lo sapeva meglio di Lisey Landon. Suo marito aveva vinto il Pulitzer e il National Book Award, ma Lisey aveva rilasciato una sola vera intervista in tutta la sua vita. Era stato per la nota rivista femminile che pubblica la rubrica «Sì, sono sposata con lui!» Aveva dedicato metà delle cinquecento parole dell'articolo a spiegare che il suo vezzeggiativo faceva rima con «Si-Si». Quasi tutto il resto riguardava la sua ricetta per il roastbeef a cottura lenta. Sua sorella Amanda aveva commentato che la fotografia allegata la faceva sembrare grassa. Nessuna delle sorelle di Lisey era immune al piacere di lasciare il gatto in mezzo ai piccioni («rimestare nel torbido», avrebbe detto il loro padre), o farsi una bella spettegolata sui panni sporchi altrui, ma l'unica alla quale Lisey aveva avuto difficoltà ad affezionarsi era appunto Amanda. |
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