| Psyche and the Pskyscraper |
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L’uomo, dunque, per il “filosofo sul tetto”, non è che uno strisciante e spregevole scarafaggio. Agenti, poeti, milionari, lustrascarpe, belle donne, postini e politici non sono che puntini neri che scansano altri puntini non più grandi del tuo pollice. Da questo punto di vista rialzato la città stessa si degrada in una massa incomprensibile di edifici distorti e dalle prospettive impossibili; il venerato oceano non è che uno stagno per le anatre; la terra stessa una pallina da golf andata perduta. Tutti i particolari della vita si perdono. Il filosofo scruta l’infinito sopra di lui e fa sì che il suo animo si espanda influenzato da questo nuovo punto di vista. Si sente l’erede dell’Eternità e il figlio del Tempo. Anche lo Spazio dovrebbe essere suo di diritto per via di questa eredità immortale, e lui freme al pensiero che un giorno l’umanità attraverserà quei misteriosi percorsi aerei andando di pianeta in pianeta. Il minuscolo mondo al di sotto dei suoi piedi sul quale poggia questa alta struttura d’acciaio come un granello di polvere sulle montagne dell’Himalaya, non è che uno di un numero infinito di atomi che girano. Cosa sono le ambizioni, i successi, le banali conquiste e gli amori di quegli insetti laggiù, neri e infaticabili, paragonati alla maestosa e serena immensità dell’universo che giace sopra e intorno alla loro città? Di certo il filosofo ha di questi pensieri. Questi concetti sono stati espressamente raccolti dalle filosofie del mondo e posti con il giusto punto di domanda per rappresentare le immancabili meditazioni dei più profondi pensatori dei piani alti. E quando il filosofo prende l’ascensore per scendere, ha allargato i suoi orizzonti, il suo cuore si è riconciliato e il suo concetto di cosmogonia risulta sconfinato quanto la fibbia della cintura estiva di Orione. Ma se per caso ti chiamassi Daisy, e lavorassi in un negozio di dolciumi sull’ottava strada e vivessi in un piccolo e freddo monolocale, cinque piedi per otto; guadagnassi sei dollari a settimana, e spendessi dieci centesimi a pranzo e avessi diciannove anni, e ti alzassi alle sei e mezza e lavorassi fino alle nove di sera, e non avessi mai studiato filosofia, forse le cose non ti sembrerebbero proprio in questo modo dalla cima di un grattacielo. Due spasimanti per la poco filosofica Daisy. Uno era Joe, che aveva il negozio più piccolo di New York. Un locale grande quasi quanto una scatola di fiammiferi D. P. W., incastrato come un nido di rondini all’angolo di un grattacielo del centro. Vendeva frutta, dolci, giornali, libri di canzoni, sigarette, e d’estate la limonata. Quando il rigido inverno faceva tremare le serrature congelate e Joe doveva spostarsi all’interno insieme alla frutta, nel negozio c’era giusto lo spazio per il proprietario, la merce, per una stufa della grandezza di un’ampolla per l’aceto, e per un cliente. Joe non era certo il tipo da far furore con fughe e frutta. Era un americano giovane e capace che stava mettendo da parte dei soldi, e voleva che Daisy lo aiutasse a spenderli. Glielo aveva chiesto tre volte. “Ho dei soldi da parte, Daisy,” era la sua tiritera; “e sai quanto maledettamente ti voglio. So che il mio negozio non è molto grande, ma…”
“Davvero? Era la sua antifona. “Ma come, se ho sentito che il prossimo anno i Wanamaker vorrebbero che tu gli subaffittassi una parte del tuo spazio!” Daisy passava dall’angolo di Joe mattina e sera. “Salve, due per quattro!” era il suo saluto. “Il tuo negozio mi sembra più vuoto. Devi aver venduto un pacchetto di gomme da masticare.” “Certo, non c’è molto spazio qui dentro”, rispose Joe, lentamente con una smorfia, “eccetto che per te, Daisy. Io e il negozio non stiamo aspettando altro che tu ci prenda. Non credi dovresti deciderti a farlo prima o poi?” “Negozio?!” – il nasino all’insù di Daisy espresse un sottile disprezzo – “una scatola di sardine! Aspettare me, hai detto? Accidenti, devi gettare via almeno un centinaio di dollari di dolci perché io possa entrare, Joe.” “Non mi dispiacerebbe uno scambio del genere,” disse Joe in maniera affettata. L’esistenza di Daisy era ristretta sotto ogni aspetto. Doveva camminare sul marciapiede tra la cassa e gli scaffali del negozio di dolci. Nel suo monolocale il concetto di intimità si avvicinava molto a quello di aderenza. I muri erano talmente vicini gli uni agli altri che la carta di cui erano ricoperti dava origine ad una Babele di rumore perfetta. Era in grado di accendere il gas con una mano e di chiudere la porta con l’altra senza distogliere lo sguardo dalla sua bruna acconciatura Pompadour riflessa nello specchio. Aveva una foto di Joe in una cornice dorata sulla credenza, e a volte… ma poi il suo pensiero andava al buffo negozietto di Joe inchiodato all’angolo del grattacielo come una scatola di saponette, e il suo sentimento si dileguava in un soffio di allegria. Dopo Joe, per molti mesi, ci fu un altro corteggiatore. Alloggiava in una pensione accanto alla casa dove lei viveva. Si chiamava Dabster, ed era un filosofo. Per quanto fosse giovane, le sue conoscenze erano evidenti come quelle etichette internazionali su una valigia Passaic (N.J.). Aveva estrapolato tutta la cultura dalle enciclopedie e dai manuali di informazioni utili; ma in quanto a buon senso, quando lei passava, rimaneva in mezzo alla strada senza molto a cui aspirare se non le esalazioni della sua automobile. Era in grado di dire e te lo diceva, le percentuali di acqua e il potenziale energetico dei piselli e del vitello, il verso più corto nella Bibbia, il numero di chiodi necessari per fissare 256 tettoie esposte alle intemperie della grandezza di 4 pollici, la popolazione del Kankakee, nell’Illinois, le teorie di Spinoza, il nome del secondo cameriere del signor H. McKay Twombly, la lunghezza del tunnel Hoosac, il momento migliore per preparare una gallina, lo stipendio del fattorino dell’ufficio postale ferroviario tra Driftwood e Red Bank Furnace, in Pennsylvania, e il numero di ossa della zampa anteriore sinistra di un gatto. Il peso della cultura non era un handicap per Dabster. Le sue statistiche erano i rametti di prezzemolo con cui guarniva il banchetto delle conversazioni spicciole che avrebbe intavolato per te, se solo avesse immaginato fossero di tuo gradimento. E ancora, le utilizzava come una trincea nel corso di un razzia alla pensione privata. Ti scaricava giù una raffica di cifre a proposito del peso lineare di una spranga di ferro 5 × 2¾ pollici e delle precipitazioni medie annue a Fort Snelling, Minnesota, e intanto con la forchetta infilzava il miglior pezzo di pollo nel piatto mentre cercavi di riprenderti abbastanza per potergli chiedergli sfiancato perché una gallina attraversa la strada. Dunque, così brillantemente armato, e ancor di più munito di un bell’aspetto, capelli impomatati, tipo da centro-commerciale-alle-tre-del-pomeriggio, sembrava proprio che Joe, del negozio lillipuziano, avesse un rivale del suo stesso calibro. E Joe non ne aveva di calibro. Non ci sarebbe stato spazio nel suo negozio per tirarlo fuori se anche avesse voluto. Un sabato pomeriggio, all’incirca alle quattro, Daisy e il signor Dabster si fermarono alla bancarella di Joe. Dabster indossava un cappello di seta, e – bè, Daisy era una donna, e non c’era verso che quel cappello ritornasse nella sua scatola senza che Joe l’avesse visto. Un pacchetto di gomme all’ananas era il pretesto della visita. Joe glielo porse attraverso l’apertura frontale del negozio. Non impallidì né esitò alla vista del cappello. “Il signor Dabster ha intenzione di portarmi in cima al grattacielo ad ammirare il panorama,” disse Daisy, dopo aver presentato tra loro, i suoi ammiratori. “Non sono mai stata in cima a un grattacielo. Deve essere incredibilmente bello e divertente lassù.” “Ehm!” disse Joe. “Il panorama,” disse il signor Dabster, “che dalla cima di un alto edificio si rivela allo sguardo attento, non solo è maestoso ma anche istruttivo. Un innegabile piacere è in serbo per la signorina Daisy.” “E’ ventilato anche, lassù, così come qui,” disse Joe. “ Sei abbastanza coperta, Daisy?” “Certo! Sono tutta infagottata,” disse Daisy, sorridendo maliziosamente dinanzi alla sua fronte corrugata. “Sembri una mammina in scatola, Joe. Forse hai appena emesso una fattura per una pinta di arachidi o qualche altra mela? Il tuo negozio sembra pieno zeppo.” Daisy ridacchiava al suo scherzo preferito; e Joe doveva stare al gioco. “I suoi spazi sono alquanto limitati, Signor – ehm – ehm,” fece notare Dabster, “paragonati alla dimensione dell’edificio. Mi risulta che la superficie di questa facciata sia di circa 340 piedi per 100. In proporzione, lo spazio che lei occupa corrisponde a metà del Beloochistan su un territorio grande quanto la parte orientale delle montagne rocciose degli Stati Uniti, e in più le province dell’Ontario e del Belgio.” “E’ così, amico?” disse Joe, giovialmente. “ Sei una cima con i numeri, certo. Quante balle di fieno credi che un asino sia in grado di mangiare se smettesse di ragliare il tempo necessario da rimanere in silenzio un minuto e quaranta secondi?” Pochi minuti dopo Daisy e il signor Dabster uscivano dall’ascensore sull’ultimo piano del grattacielo. Poi su per un’altra breve scalinata e fuori sul tetto. Dabster la condusse fino al parapetto così che potesse guardare giù verso i puntini neri che si muovevano per strada. “Cosa sono?”, chiese lei, nervosamente. Non era mai stata così in alto prima. E poi Dabster doveva necessariamente atteggiarsi a gran filosofo, elevando il suo spirito perché anche lei potesse incontrare l’immensità dello spazio. “Bipedi,” disse lui, in modo solenne. “Ecco cosa diventano persino dalla misera altezza di 340 piedi – meri insetti striscianti che si muovono a casaccio.” “Oh, non sono niente del genere,” esclamò improvvisamente Daisy – “sono persone! Ho visto un’automobile. Oh, accidenti! Siamo così in alto?” “Cammina da questa parte,” disse Dabster. Le mostrò la grande città distesa come un insieme ordinato di giocattoli laggiù, illuminata qua e là, per quanto fosse ancora presto, dalle prime luci segnaletiche di un pomeriggio invernale. E poi la baia, il mare che da sud fino a est svaniva misteriosamente nel cielo. “Non mi piace,” affermò Daisy dagli occhioni blu spaventati. “Dì che andiamo giù.” Ma il filosofo non poteva farsi sfuggire la sua occasione. L’avrebbe lasciata contemplare la grandezza del suo pensiero, lo struggimento che aveva per l’infinito, e la memoria che aveva per i dati statistici. E poi non l’avrebbe più entusiasmata comprare gomme da masticare nel più piccolo negozio di New York. E così cominciò a blaterare a proposito della piccolezza degli eventi umani, e di come anche una distanza così ridotta dalla terra poteva trasformare l’uomo e il suo lavoro nella decima parte di un dollaro diviso in tre parti. E di come uno dovrebbe prendere in considerazione il sistema siderale e le massime di Epitteto ed esserne confortato. “Non mi hai convinto,” disse Daisy. “Penso sia tremendo trovarsi così in alto che le persone sembrano delle pulci. Uno di quelli che vediamo potrebbe essere Joe. Ma che diamine! Potremmo anche essere nel New Jersey! Ho paura quassù!” Il filosofo sorrise leggermente. “La terra stessa,” disse lui, “non è che un granello di sabbia nello spazio. Guarda laggiù.” Daisy guardò timorosa verso l’alto. Il giorno era trascorso e le prime stelle cominciavano a comparire. “La stella lassù”, disse Dabster “è Venere, la prima stella della sera, dista 66,000,000 di miglia dal sole.” “Sciocchezze!” esclamò Daisy, con vigore, “da dove credi che io venga – Brooklyn? Susie Price del nostro negozio – suo fratello le ha inviato un biglietto per San Francisco – è solo a tremila miglia da qui”. Il filosofo sorrise bonariamente. “La terra, disse lui, dista 91,000,000 di miglia dal sole. Ci sono 18 stelle di prima grandezza che sono 211,000 volte più lontane da noi rispetto al sole. Se una di loro si estinguesse ci vorrebbero almeno tre anni prima di poter vedere la sua luce spegnersi. Ci sono seimila stelle di sesta grandezza: ci vogliono 36 anni prima che la loro luce possa raggiungere la terra. Con un telescopio di diciotto piedi siamo in grado di vedere 43,000,000 di stelle, comprese quelle di tredicesima grandezza la cui luce impiega 2,700 anni prima di raggiungere la terra. Ognuna di queste –” “Stai mentendo”, gridò con rabbia Daisy. “Stai cercando di spaventarmi. E ci sei riuscito. Voglio scendere!” Lei pestò i piedi. “Arcturus –”riprese il filosofo, ma venne interrotto da qualcosa che andava oltre l’immensità della natura, poiché si stava sforzando di ricordare più con la mente che con il cuore. In quanto, per il romantico le stelle sono state messe apposta nel firmamento per rischiarare dolcemente gli innamorati che felici fantasticano su di loro. E se una sera di settembre stai in punta di piedi nelle braccia del tuo amato ti sembra di poterle toccare con una mano. Anche se ci vogliono tre anni prima che la loro luce ci raggiunga! Fuori a ponente passò una stella cadente, illuminando quasi a giorno il tetto del grattacielo. La sua parabola si dipinse nel cielo a est. Si sentì uno stridio mentre passava e Daisy strillò. “Portami giù”, gridò lei impetuosamente. “Pazzo matematico che non sei altro!” Dabster l’accompagnò all’ascensore. Daisy aveva uno sguardo folle e sussultò non appena l’ascensore iniziò la sua snervante discesa. Fuori la porta scorrevole del grattacielo il filosofo la perse. Lei svanì; e lui rimase lì sconcertato senza cifre o statistiche che potessero aiutarlo. Joe stava facendo una pausa e divincolandosi tra la sua merce era riuscito ad accendersi una sigaretta e a posizionare un piede ghiacciato contro la piccola stufa. Si aprì la porta di scatto e Daisy ridendo, piangendo e disseminando frutta e dolci si gettò tra le sue braccia. “Oh , Joe, sono stata sul grattacielo. Non è caldo, accogliente e familiare come qui. Sono pronta per te Joe, se ancora mi vuoi.”
Tratto da Strictly Business; More Stories of the Four Million. O. Henry. New York: Doubleday, 1919. Traduzione a cura di Giovanna Garraffa
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Se fossi un filosofo potresti fare questo: salire in cima a un grattacielo, guardare dall’alto dei tuoi 330 metri i tuoi simili e disprezzarli come fossero degli insetti. Come irresponsabili vermi d’acqua negli stagni d’estate, strisciano e girano in tondo come idioti affrettandosi senza senso e senz’alcuno scopo. Non si muovono neanche con quell’intelligenza ammirevole delle formiche che sanno sempre quando faranno ritorno a casa. La formica sarà pure su un piano inferiore ma spesso e volentieri va a casa e infila le pantofole prima di te che rimani bloccato ai piani alti.