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David Swan: una fantasia
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David SwanNoi non riusciamo ad acquisire che una conoscenza molto par­ziale degli eventi che effettivamente eserciteranno un influsso sul corso della nostra vita e sul nostro destino.
Vi sono innumerevoli altri eventi — se così possiamo chiamarli — che a noi si accostano e tuttavia svaniscono, senza produrre al­cun risultato concreto o senza neppure rivelare la loro presenza, con un raggio o un'ombra che cada sulla nostra mente. Se mai po­tessimo conoscere tutte le vicissitudini della nostra sorte, la vita sa­rebbe troppo gravida di speranze e timori, di esaltazioni e delusioni per concederci un'ora sola di serenità. Questa idea può venir illu­strata da una pagina, tratta dalla storia segreta di David Swan.
David non ci interessa fino a che non lo incontriamo, all'età di vent'anni, sulla strada maestra che lo conduce dal borgo natio alla città di Boston, dove un suo zio, modesto droghiere, lo dovrà assu­mere in qualità di commesso. Basterà dire che era nato nel New Hampshire in una rispettabile famiglia e aveva ricevuto una norma­le educazione, con la classica conclusione di un anno all'Accademia Gilmanton. Dopo aver viaggiato a piedi dall'alba sin quasi al me­riggio di un giorno estivo, la stanchezza e la crescente calura lo in­dussero a riposare alla prima ombra conveniente trovata lungo la strada, per attendervi l'arrivo della diligenza. Come piantato appo­sta per lui, ben presto apparve un piccolo boschetto di aceri, con una deliziosa radura nel mezzo e una così fresca e gorgogliarne fon­tana che sembrava fosse zampillata per nessun altro che per David Swan. Vergine o no, egli la baciò con labbra assetate e poi si buttò lungo il margine, posando la testa sopra il fagotto di alcune camicie e un paio di pantaloni, ravvolti in un fazzoletto a righe.

I raggi del sole non potevano raggiungerlo; dopo l'intensa piog­gia del giorno precedente la strada non emanava polvere, e questo recesso si addiceva al giovane molto meglio di un letto di piume. Il mormorio della fontana aveva una virtù ipnotica, i rami ondeggia­vano come in sogno contro l'azzurra volta del cielo, così che ben presto David Swan si immerse in un sonno nelle cui profondità si celavan forse dei sogni. Ma noi dobbiamo narrare gli eventi, di cui egli non sognò.
Mentre così profondamente dormiva in quell'ombra, altre per­sone erano sveglie e transitavano in un senso e nell'altro lungo la strada soleggiata e, viaggiando a piedi, a cavallo, su ogni sorta di veicoli, costeggiavano la sua camera da letto. Alcuni non guardava­no né a destra né a sinistra e ignoravano la sua presenza; altri lan­ciavano uno sguardo distratto nella sua direzione, e non ammette­vano il dormiente tra i loro preoccupati pensieri; altri ridevano nel vedere quanto profondamente dormisse e altri ancora, i cui cuori traboccavano di disprezzo, scagliarono il superfluo del loro veleno in direzione di David Swan. Una vedova di mezz'età, in un momen­to in cui non c'era nessun vicino, sporse un poco la testa in quel re­cesso e dichiarò che il giovane, così addormentato, era incantevole. Un predicatore, che teneva conferenze contro l'alcoolismo, incor­porò il povero David nel suo discorso di quella sera come un ripu­gnante esempio di ubriachezza lungo la strada maestra. Ma censura, lode, allegria, disprezzo e indifferenza eran tutt'uno, o meglio eran nulla, per David Swan.

Si era addormentato da pochi momenti, quando una carrozza marrone, tirata da un bel paio di cavalli, avanzò tranquilla per la strada e si fermò quasi dirimpetto al posto dove riposava David. Aveva perduto un acciarino e una delle ruote stava per scivolare dall'assale. Si trattava di un piccolo incidente, che causò appena un momentaneo allarme a un anziano mercante e a sua moglie, che tornavano a Boston in vettura. Mentre il cocchiere e un servo rimet­tevano in sesto la ruota, la coppia, cercando riparo sotto gli aceri, scorse la ciangottante fontana e David Swan addormentato.
Im­pressionato dalla solennità che anche il più umile dormiente gene­ralmente diffonde intorno a sé, il mercante camminò quanto leg-germente la gotta gli permetteva, la moglie cercò in ogni modo di non far frusciare la sottana di seta, per timore che David potesse improvvisamente svegliarsi. «Che sonno tranquillo!», sussurrò il vecchio signore. «Da quali profondità esala il suo placido respiro! Un sonno come questo, ot­tenuto senza narcotico, mi sarebbe più prezioso di metà della mia rendita, perché rivelerebbe buona salute e mente tranquilla.»
«E gioventù», soggiunse la signora. «La vecchiaia, anche in buo­na salute e con mente tranquilla, non sa dormire così. Il nostro son­no non è simile a questo, più di quanto non lo sia la nostra veglia.» Quanto più lo guardavano, tanto più si interessavano a questo ignoto giovane, cui un boschetto ombroso presso la strada era co­me una stanza segreta, ombrata da ricche tende damascate. Accor­tasi che un errante raggio di sole gli brillava sul volto, la signora riula espulse dal boschetto. Che grazioso quadro! Compiuto il quale atto di carità, con il respiro più rapido e un rossore anche più inten­so, lanciò un ultimo sguardo al giovane straniero, per proteggere il quale aveva ingaggiato battaglia con un mostro alato.

«Come è bello!», pensò, e arrossì ancora di più.
Come avvenne che nessun sogno di beatitudine sorgesse così for­te in lui da esplodere per la sua stessa intensità, permettendogli di scorgere la fanciulla tra i suoi fantasmi? Perché neppure un sorriso di benvenuto gli illuminò il volto? Era giunta la fanciulla, la cui ani­ma, secondo un'antica e leggiadra teoria, era stata recisa dalla sua, e che, nei suoi più vaghi ma intensi desideri, egli aveva sempre ane­lato di incontrare. Solo quello di lei avrebbe potuto essere amore degno di amore perfetto; solo quello di lui avrebbe potuto esser ri­cevuto nel più profondo del cuore; e ora la sua immagine gentil­mente arrossiva nella fontana presso la quale egli dormiva, e una volta svanito, quel lume felice non avrebbe mai più brillato sulla sua vita.
«Che sonno profondo!», sospirò la fanciulla.
E se ne andò, ma il suo passo lungo la strada non era più leggero come prima.
Ora, il padre di questa fanciulla era un prosperoso mercante di campagna, stabilitosi nel vicinato, che proprio in quei giorni stava cercando un giovane del tipo di David Swan. Se David avesse stret­to una sia pur fugace conoscenza con la figlia sarebbe diventato commesso del padre, e tutto il resto in naturale successione. Così che per una seconda volta la fortuna, anzi la migliore delle fortune, gli s'era accostata tanto da sfiorarlo con l'orlo del vestito, e lui era rimasto allo scuro di tutto.

La ragazza era appena scomparsa, quando due uomini penetra­rono sotto l'ombra degli aceri. Avevano ambedue volti scuri, messi in risalto da cappelli di panno che s'erano calcati di sbieco sulla fronte; abiti poveri, eppur non privi di una certa pretesa. Si trattava di un paio di farabutti, che vivevano con qualunque mezzo offrisse loro il diavolo, e adesso, in un intervallo tra più serie occupazioni, avevano scommesso di giocarsi in una partita a carte sotto quegli al­beri il profitto della loro prossima birbonata. Ma, trovando David addormentato presso la fontana, uno dei mascalzoni sussurrò al compagno:
«Ehi, vedi quel fagotto sotto la testa?».
L'altro accennò di sì col capo, strizzò l'occhio e ghignò.
«Scommetterei un corno di acquavite», disse il primo, «che quel ragazzo ha un portamonete o un po' di peculio nascosto tra le cami­cie. Se poi non lo troviamo, vuoi dire che sarà nella tasca dei panta­loni.»
«Ma se si sveglia?», chiese il secondo.
Il compare scostò il panciotto e indicò il manico di un coltellaccio con un gesto di minaccia.
«E allora, vada!», mormorò il secondo mascalzone.
I due accostarono l'ignaro David e, mentre uno gli teneva la pun­ta della lama sul cuore, l'altro cominciò a frugare nel fagotto sotto la testa. Le due facce, sinistre, rugose, terribili per colpa e paura, si curvarono sulla vittima con un'espressione così orrenda, da venir facilmente scambiate per quelle di dèmoni, si fosse mai David sve­gliato di colpo. Anzi, se i farabutti avessero volto lo sguardo alla fontana, essi pure avrebbe stentato a riconoscersi nella loro imma­gine riflessa. Ma David Swan non aveva mai avuto un'aria così tranquilla, nemmeno quando dormiva sul seno materno.
«Devo portar via il fagotto», mormorò uno.
«Se fa un gesto, lo infilzo», rispose l'altro.
Ma proprio in quel momento un cane, che seguiva qualche pista, entrò sotto gli aceri e fissò ciascuno dei due farabutti e poi il tran­quillo dormiente. Dopo di che leccò l'acqua alla fontana. «Dannazione!», disse uno dei farabutti. «Nulla più da fare ades­so. Il padrone del cane non può esser lontano.»
«E allora un sorso e partiamo», rispose l'altro.
L'uomo che stringeva il pugnale rimise l'arma in seno e trasse di tasca una pistola, ma non di quelle che uccidono al primo colpo. Era una fiasca di liquore, con un bicchiere di stagno avvitato sul collo. Prima l'uno e poi l'altro se ne scolarono un bicchierino e quindi se ne andarono, con tanti scherzi e tali risate per la loro in­compiuta malvagità, che si sarebbe detto fossero pienamente sod­disfatti di se stessi. Poche ore dopo avevano completamente dimen­ticato l'incidente, e neppure una volta immaginarono che l'angelo che tien conto di tutto aveva segnato tra le loro colpe un omicidio, in caratteri imperituri come l'eternità. In quanto a David Swan, egli continuava a dormire placidamente, ignaro dell'ombra di morte che poco prima s'era posata su lui, né del fulgore di rinnovata vita, quando quell'ombra si era allontanata.
Continuava a dormire, ma non più tranquillo come prima. Il ri­poso di un'ora aveva liberato il suo elastico corpo della stanchezza che gli avevano infuso tante ore di fatica. Adesso trasaliva... muo­veva le labbra senza un suono... parlava come rivolto a se stesso, ai meridiani spettri del suo sogno... Ma un rumore di ruote divenne sempre più forte lungo la strada, finché non squarciò le diradanti nebbie del sonno di David, e la diligenza arrivò. Egli sobbalzò, ed era completamente sveglio.

«Salve, cocchiere! Ci sarebbe un posto?», urlò.
«Sull'imperiale!», rispose il cocchiere.
David vi salì e corse allegro verso la città di Boston, senza neppu­re volger un ultimo sguardo alla fontana delle sue fantasmagoriche vicissitudini. Ignorava che il fantasma della Ricchezza aveva lascia­to piovere un'ombra dorata su quelle acque; il fantasma dell'Amo­re aveva dolcemente sospirato al loro mormorio, quello della Mor­te aveva minacciato di imporporarle del suo sangue, e tutto nella breve ora di sonno che si era concessa.
Ma sia che si dorma o si ve­gli, noi non udiamo mai gli aerei passi delle strane cose che sono sul punto di accadere. E non è il segno di una vigile Provvidenza che, mentre invisibili e inaspettati eventi continuamente attraversano il nostro cammino, esista tuttavia nella vita mortale sufficiente rego­larità da permetterci, sia pur parzialmente, di prevedere il futuro?

Nathaniel Hawthorne: David Swan Una fantasia