RaccontiCalabi Yau

Chiamatela visione oppure no, ma prima ancora che lui si trasferisse nella grande casa bianca vicino al fiume, sapeva già che l’avrebbe incontrata. Quando passò per la prima volta vicino alla...
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Poesie Italianestrade

Incrociai lo sguardo Di mille persone.-duemila sfere di stallo vetroso-Senza vederviUn essere umano. Gustavo Tempesta 
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Poesie ItalianeLa dolce collina

Lontani uccelli aperti nella seratremano sul fiume. E la pioggia insistee il sibilo dei pioppi illuminatidal vento. Come ogni cosa remotaritorni nella mente. Il verde lievedella tua...
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Altri titoli
Solo e pensoso i più deserti campi
(42 voti, media 3.95 di 5)

Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché ne gli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi;

sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né si selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.

Francesco Petrarca 

 
Chiare fresche dolci acque
(9 voti, media 4.33 di 5)

Chiare fresche e dolci acque 
ove le belle membra 
pose colei che sola a me par donna;  
gentil ramo, ove piacque, 
(con sospir mi rimembra)  
a lei di fare al bel fianco colonna;  
erba e fior che la gonna  
leggiadra ricoverse con l'angelico seno;  
aere sacro sereno  
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:  
date udienza insieme  
a le dolenti mie parole estreme.  

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Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
(13 voti, media 4.77 di 5)
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, 
silenziosa luna? 
Sorgi la sera, e vai, 
contemplando i deserti; indi ti posi. 
Ancor non sei tu paga 
di riandare i sempiterni calli? 
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga 
di mirar queste valli? 
Somiglia alla tua vita 
la vita del pastore. 
Sorge in sul primo albore 
move la greggia oltre pel campo, e vede 
greggi, fontane ed erbe; 
poi stanco si riposa in su la sera: 
altro mai non ispera. 
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In morte del fratello Giovanni
(11 voti, media 3.91 di 5)
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente, me vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
Parla di me col tuo cenere muto:
Ma io deluse a voi le palme tendo;
E se da lunge i miei tetti saluto,

Sento gli avversi Numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta,
E prego anch’io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
Allora al petto della madre mesta.

Ugo foscolo - i sonetti
 
L'infinito
(14 voti, media 4.36 di 5)
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi - Idilli
 
Strada di Agrigentum
(9 voti, media 3.22 di 5)
Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui in
corsa lungo le pianure, vento che
macchia e rode l’arenaria e il cuore dei
telamoni lugubri, riversi sopra l’erba.
Anima antica, grigia di rancori, torni
a quel vento, annusi il delicato
muschio che riveste i giganti sospinti
giù dal cielo. Come sola allo spazio
che ti resta! E più t’accori s’odi
ancora il suono che s’allontana largo
verso il mare dove Espero già striscia
mattutino: il marranzano tristemente
vibra nella gola al carraio che risale
il colle nitido di luna, lento tra il
murmure d’ulivi saraceni.

Salvatore Quasimodo - Nuove poesie
 
La dolce collina
(13 voti, media 4.38 di 5)
Lontani uccelli aperti nella sera
tremano sul fiume. E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi illuminati
dal vento. Come ogni cosa remota
ritorni nella mente. Il verde lieve
della tua veste è qui fra le piante
arse dai fulmini dove s’innalza
la dolce collina d’Ardenno e s’ode
il nibbio sui ventagli di saggina.

Forse in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;
(cosi fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle rive.

Salvatore Quasimodo - nuove poesie
 
Ossi di Seppia
(27 voti, media 4.30 di 5)

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo
l’azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.

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