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un amore tra le onde ioniche
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L’eternità che ormai ci separa,Odisseo,mi consente di pensare a te solo come a un dolce ricordo d’amore.Ora che il tuo corpo e anche quello dei nostri figli,e dei figli dei nostri figli è solo polvere e leggenda,io,Calipso,ammantata di un’immortalità che un giorno sono arrivata a disprezzare,posso finalmente dimenticare il male che mi hai fatto,nonostante i,per me brevissimi(che sono cinque o sette anni di fronte alla mia vita,non più che due o tre giorni per voi mortali!),momenti di intenso amore vissuti assieme.

Voi mortali non credete che nella nostra affascinante dimensione ci sia spazio per il dolore,tuttavia,creandovi le divinità,ci avete immaginato in tutto simili a voi,nell’amore,nell’odio,nella gelosia e allora,perché ci appellate “felici” e per voi “olimpico” è sinonimo di impermeabilità al più struggente dei sentimenti umani? forse solo perché ignoriamo la morte nei nostri corpi,essendo,invece, in grado di procurarla ad altri?
Quando nascesti nella mia vita,mio Re,io desideravo un amore,da tempo,non bastandomi più la dimensione amorosa fornitami dal mio sposo eterno.Per lui non provavo,ormai che una dolcissima tenerezza che mi ero abituata a gestire come un amore,ma desideravo qualcosa che mi travolgesse, facendo vibrare le corde più intime del mio animo. Desideravo,non sai quanto lo desideravo,un dono d’amore e,mentre voi mortali vi scambiate o vi fate doni per tappe stabilite della vostra esistenza,io non posso dire per quale età lo volessi perché età non ho sicché ogni attimo del mio tempo è immanente a un’altro identico.E’ stato solo l’incontro con te che mi ha fatto capire l’esistenza di un’altra dimensione,anche se ora non so più che farmene.

L’arrivo della tua zattera sulla mia isola costituì per me un momento di grandissima emozione:sapevo di te,delle tua astuzia,della lunga guerra da cui eri reduce con tutti gli altri eroi,ma conoscerti,anche per me,immortale fu una esperienza unica:già la tua voce che sulla dorata spiaggia della mia patria Ogigia invocava aiuto risuonò come qualcosa di irreale,penetrando sin nel profondo della mia grotta,con il fascino incomprensibile del suono delle conchiglie,misteriosa tanto da indurmi a uscire a cercarti,io,che ho lasciato perire nel corso dei miei rapidi secoli,centinaia di naufraghi,trasportati dal mare a pochi metri dalla mia isola.Portarti nella mia dimora fu semplice e,quando ti fosti rifocillato,notai con turbamento il tuo sguardo ardito,azzurro come il mare dal quale sembravi generato,leggermente spruzzato d’oro nell’occhio destro,come se avessi assorbito in quel punto un raggio di sole.Quale vita ti accompagnasse io non lo sapevo,e come tutti quelli come me,mi interessava poco,perché anche noi immortali ci siamo covinti per opera dei mortali che ci hanno creato,che il dolore non fa parte del nostro modo di essere.Quale imperdonabile errore! Poco tempo e mi accorsi di essere innamorata di te e di desiderarti in un modo che mi dilaniava il cuore,trasponendo a te qualunque altro mio interesse o affetto diverso. Quando ti accolsi nel mio letto,Odisseo,credetti che saresti stato mio per sempre perché,manifestando doti poetiche e seduttive insospettabili in un rude guerriero,ti accorgesti della mia bellezza,della mia grande capacità di amare -capacità che io stessa ignoravo per non averne mai dato prova nei secoli che avevano preceduto il tuo arrivo-,fino ad arrivare a dirmi che tutta la tua vita trascorsa ti appariva come un progetto diretto a incontrarmi e ad amarmi :fu così che cantasti sulla tua lira i miei occhi e le mie labbra,immortalandole in versi dedicati a una donna-schermo,assimilabile a me solo per una comune ascendenza acquatica e per l’identica natura immortale e fu così che,con una catena d’oro cinsi la mia caviglia,per significarti che ero legata a te.

Breve fu il mio sogno perché appresi proprio da te che un’altra divinità,una maga,Circe figlia del Sole,molto prima di me ti aveva conquistato e tu eri diventato suo per sempre.

Cercai dapprima di leggere nel tuo cuore quale fosse il segreto di quel legame per impadronirmene e crearne uno altrettanto potente con la mia spienza di semidea,poi,credendo che l’agire da umana fosse più leale nei tuoi confronti, utilizzai semplicemente tutta la forza del mio amore per sconfiggerlo,ma alla fine capii che neanche il mio fascino divino poteva infrangere il maleficio della maga che aveva trasformato il tuo cuore in quello di un veltro fedele lasciandoti,ahimé,sembianze e animo umano.Invano ti chiesi di dimenticarla:mi rispondesti che esistono vincoli più forti dell’amore,anche se tu stavi bene con me.Non volevi in alcun modo,e caparbiamente,come si conviene a un mito,staccarti da lei.

Una notte,dopo averti lungamente amato,mi ero addormentata,sperimentando come una donna comune,accanto a te,l’abbraccio di Morfeo che gradualmente abitua voi mortali a quello ineluttabile e definitivo di Thanatos :all’improvviso qualcosa mi destò.Il tuo sonno era inquieto perché,lo sentii distintamente,la voce di Circe ti chiamava,evocando brani della vostra vita comune: Euriloco,morto per mano di Elio,Elpenore,da te dimenticato mentre la lasciavi, e insepolto sulla sua terra di Eea - quindi ottima ragione per un ritorno da lei-,gli altri compagni e i vostri figli.Come potevi,tu ,Odisseo,resistere a tanto,soprattutto in considerazione dei molti anni e delle varie tempeste superate grazie al suo aiuto? cercai di scacciare il suono della voce di Circe dal tuo orecchio rivestendola con tutte le espressioni più dolci che il mio amore mi suggeriva,ma quella voce si vendicò entrando nel nostro letto ogni volta che facevamo l’amore e quando non veniva,Circe stessa -ora l’ho finalmente capito- si infilava nella mia mente imponendomi di chiederti di lei, così ravvivandone in te il desiderio.

Per tutti,anche per il divino Zeus e per la tua protettrice Atena,tu eri lo sposo fedele che anelava a tornare da Penelope,ma tu desideravi,invece,solo rivedere Itaca perché era la tua terra che profumava di ricordi e giovinezza:in realtà in te viveva sempre e solo Circe.

Mentre ti accingevi a partire con la nuova zattera che ti avevo aiutato a costruire per ordine di Ermes,non resistetti a umiliarmi,dicendoti che ero gelosa di lei:-E perché non di Penelope?Tra un po’ tornerò da lei per sempre!- mi rispondesti. Ti spiegai che non poteva ingelosirmi una semplice mortale,mentre rivalità poteva esservi solo con una mia pari.Non ti parlai neppure,per la stessa ragione,di Nausicaa,che avresti incontrato prima di rivedere Penelope perché nulla sarebbe stata lei per te,anche se molto tu per lei,né volli anticiparti che,dopo l’imminente e fugace incontro con Circe,ti saresti,nell’ignoranza di tutti,anche di Omero che le tue gesta avrebbe narrato al mondo,definitivamente riunito a lei dopo che vostro figlio Telegono,su suggerimento della madre avrebbe finto di ucciderti a Itaca dopo il tuo rientro dal nuovo esilio.

Vivesti con Circe brevi anni felici prima di chiudere la tua vita nel più banale dei modi,per un guerriero:semplicemente morendo un giorno nel suo letto,ma questo non sarebbe piaciuto ai tuoi consimili che,in modi diversi,immaginarono per te destini gloriosi,tutti aventi come comune denominatore la tua incommensurabile inquietudine.

La contemplazione dell’azzurro dello Ionio che mi generò chiara e luminosa come un sole,in contrapposizione ai bruni colori dell’italica maga nata sulle sponde del Tirreno,oggi,dopo brandelli di tempo volutamente immemori della nostra vita comune,mi ha risuscitato lo struggimento del rimpianto di non averti avuto come definitivo compagno della mia eternità alla quale ti avevo offerto di associarti:neppure questo immenso dono d’amore hai accettato da me(facendomi un tempo invocare la morte),spegnendoti vecchio e stanco accanto a lei,dopo esserti abbeverato -alla fine te ne sarai accorto- alla fonte dell’usuale.Io ti avrei fatto volare in questi miei secoli,per cui nulla sarebbe mai stato uguale per noi e avresti visto con me quello che io ho visto.Questo,Odisseo,ha soddisfatto la mia curiosità e l’inquietudine che tu mi hai trasmesso:talvolta ho la sensazione che ,attraverso i miei occhi il tuo inesausto desiderio di conoscenza,sia stato in qualche modo placato,perché ti ho spesso dedicato molte cose nuove che incontravo sulla mia strada e che ti avrebbero affascinato.Ciò nonostante,neppure correre a duecento chilometri all’ora(tu non capiresti neppure il concetto,fermo come sei rimasto nei secoli del nulla),pilotando questa splendida autovettura sulla litoranea ionica,cancella il mio antichissimo dolore per la tua perdita,ormai irrecuperabile.Nulla posso,infatti,fare per riabbracciarti,perché gli antichi Dei sono scomparsi per sempre da più di duemila anni e quindi Thanatos ti ha per sempre portato nel regno degli Inferi che è sparito con loro.Io sono qui solo perché,come ninfa,non ero particolarmente ...pericolosa per questo Dio unico di amore universale che è tanto piaciuto alle nuove genti e,quindi,nessuno ha pensato di spodestarmi dalla memoria degli uomini.

Ora,Odisseo,com’è falsa e ingrata la storia:tutti,da Zeus in poi,hanno sempre creduto che io ti volessi imprigionare,mentre è bastato che mi accorgessi di quanto Circe ti fosse indispensabile,perché ti lasciassi andare,compiendo il più grande degli atti d’amore,quello di cedere di fronte a un altro amore,che non era il mio,non mi apparteneva e contro il quale,con tutte le armi in mio potere avrei dovuto combattere.E’ bastato,invece, a persuadermi semplicemente il tono accorato della tua amata voce,mentre mi parlavi di lei come avrei voluto che a lei parlassi di me.Mi hai fatto fremere il cuore,fino a sentirlo scomparire con il legno della tua zattera,così che ti ho accompagnato per la durata della tua effimera vita,pari a un attimo della mia,verso la agognata felicità,mentre gettavo in mare,nella speranza che tu la raccogliessi per restituirmela come pegno d’amore,la mia cavigliera d’oro,divenuta un inutile pegno,che tu non avevi saputo apprezzare.

Dolore,dolore,dolore e poi ancora dolore,secoli di dolore in attesa di un miracolo che non si è mai più avverato,e che credo,non si avvererà mai più perché non ci sarà mai più Odisseo e io,Calipso,non sono più Calipso.Il mio mare,la mia isola,ormai violati dalle invenzioni dei moderni non sono più gli stessi e mai nulla tornerà.Unico conforto della mia anima che non può invecchiare è rituffarmi nel mio tempo senza tempo e ricercare,nella Thule di epoche perdute,degli occhi azzurri spruzzati da un raggio di sole.