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L'amore colpisce alle spalle, senza che tu te ne accorga. Poi senti un nodo nello stomaco, la testa vuota e l'estasi come di una farfalla dalle ali immense che ti porta via da tutto. L'amore... Emily l'amore credeva d'averlo incontrato una volta per tutte e s'era sposata. Emily, sua madre le ripeteva sempre che lui era il suo uomo ideale, fin dal primo giorno. Dolce, così carino e tanto educato poi. Matteo ed Emily si sposarono e quel giorno piovigginava: sposa bagnata sposa fortunata. Come si possono contraddire certe credenze? Emily e Matteo ebbero due figli: Alessandro, che ora viveva a Roma e Sara, carinissima e tutto il resto. Sara lavorava, si era laureata, in quattro anni, in Lingue e Letterature straniere e ora insegnava in un liceo di Pavia. Alessandro era riuscito a diventare uno scrittore.
Collaborava con varie testate locali e nazionali, da alcuni anni s'era pure messo a scrivere per la televisione. Guadagnava bene, e poi la scrittura era sempre stata la sua passione. Sara accolse la notizia con un brivido di piacere inaspettato: il docente di lingua inglese le aveva proposto un dottorato, avrebbe insegnato letteratura inglese all'università statale di Milano. Sara non ci poteva credere, il docente la rassicurò immediatamente per fugare ogni timore che il concorso d'ammissione sarebbe stato solo una formalità e il dottorato una finta gavetta, al termine del quale le sarebbe stata assegnata la cattedra in lingua e letteratura inglese. Matteo ed Emily non stavano più nella pelle: Alessandro e Sara avrebbero avuto un altro fratellino. Emily avrebbe approfittato del pranzo di Natale per metterli al corrente della bella sorpresa. In cuor suo sperava che Arturo si decidesse a venire da loro. Era quasi tre anni, ormai, che si erano trasferiti a Milano, lui e Sara. Eppure era come se continuassero a vivere a Pavia. S’incontravano così di rado... Sara non ne capiva il motivo. Stavano assieme da sei anni. Si amavano e condividevano un monolocale al centro di Milano. Arturo non ne voleva sapere di conoscere la famiglia di Sara. Non era il momento adatto. Per la verità sua madre l'aveva già conosciuta, il giorno della laurea di Sara. Dopodiché, per quel che aveva intuito Sara, tra Arturo e sua madre si era creato una specie di muro invisibile e inspiegabile. Tutte le volte che Sara accennava alla probabile visita di sua madre, Arturo trovava mille scuse per sparire di casa. Sara non riusciva a farsene una ragione. In fondo Arturo l'aveva amata con tutto se stesso. Arturo aveva dato anima e corpo per poter vivere con lei. Il monolocale lo aveva arredato con i suoi soldi. Ma non era solo con i soldi che aveva dimostrato il suo viscerale affetto. E allora? Perché? Perché è così difficile per Arturo? E tu come ti chiami? E lui gli aveva risposto un nome falso. Non per pudore ma vai sapere chi è quell'uomo. Magari è uno sbirro in borghese. Quando incontri un uomo sposato, molto più grande di te, è automatico fingere riguardo la tua vita. L'uomo sposato, invece, forse aveva detto la verità. Forse. Ma si può credere a un uomo che finge a sua moglie e ai suoi figli? Disse di chiamarsi Mario. Abbiamo lo stesso nome! Una gaffe. La ragazza ce l'hai? Ecco l'altra domanda alla quale non vorresti mai rispondere, soprattutto se fino a qualche ora prima sei stato a cena con la tua ragazza e ora lei dorme e tu sei in ufficio a sbrigare il lavoro arretrato prima di domani mattina. Il ragazzo lavorava come grafico in una casa editrice di cui, molto presto, sarebbe diventato il direttore editoriale. Mario, l'uomo che diceva di chiamarsi Mario, allungò la mano e carezzò quel viso delicato, infantile. Il ragazzo sorrise. Poi l'uomo gli strinse delicatamente il mento e avvicinò le sue labbra. Lo strinse forte a sé. In questo modo Mario, il ragazzo che fingeva di chiamarsi Mario, aveva eluso la risposta. Rispondere a quella domanda avrebbe rievocato un indicibile senso di colpa. Arturo un giorno le disse che per lui gli bastava lei e il fatto di essere presentato ai suoi lo faceva sentire prigioniero. Temeva insomma che quel passo potesse influenzare il loro rapporto. Non aveva tutti i torti. Sara non ci pensò più. Arturo non le aveva mai fatto mancare nulla e quando sarebbe stato pronto lui si sarebbe fatto avanti e l'avrebbe accontentata. Ma dimmi la verità, le avrebbe voluto urlare scherzosamente Sara, cosa c'è che ti blocca? E Arturo le ripeté per l'ennesima volta che non si sentiva pronto a perdonare suo padre. Arturo aveva ragione. Quando Sara gliene ne parlò, Arturo non aveva ancora un lavoro e non era un tipo a posto, posto fisso ben vestito eccetera. Senza mezzi termini. Matteo lo aveva rifiutato senza conoscerlo, senza nemmeno averci mai parlato. Amore mio, papà attraversava un brutto periodo. Aveva avuto quella brutta storia del debito. Stava male. Ti assicuro, ora è tutto passato. Lui stesso mi ha chiesto di te. Te lo giuro. Papà è cambiato. Arturo voleva crederle ma l'idea non lo convinceva. Per favore. Lo farei solo per te, ma non mi sento pronto. Lo sai, No? Sì, lo so. Questo tuo orgoglio, a volte. Lo sguardo di Sara si rabbuiò. Un velo di tristezza e di sconforto scese sul suo volto. Arturo cedette. E va bene. D'accordo. A Natale andremo dai tuoi. Sara alzò gli occhi. Lo strinse forte. E singhiozzò. Oh Arturo! Come divenne splendida Sara! Ci vediamo? Quando? Non lo so! Si stavano rivestendo. I vetri appannati dell’auto. Che strano! Da quasi due anni si incontravano come ladri. Nei posti più nascosti. Alberghetti sconosciuti, campagne lontane da qualsiasi contagio civile. E così ci vai dai genitori della tua ragazza, eh? Gli chiese l’uomo che diceva di chiamarsi Mario mentre pisciava. Il ragazzo era rimasto in macchina e sdraiato ancora seminudo nel sedile reclinabile ancora del tutto abbassato. Quando l’uomo rientrò nella vettura, lo fissò. Non hai proprio voglia di tornartene a casa? È tardi! Non vorrai mica farti beccare. Il ragazzo riaprì gli occhi. Sorrise. Finì di rivestirsi. Allungò il braccio alla manopola del sedile per rialzarlo. Poi scese dall’auto per pisciare. L’uomo accese la macchina. Il ragazzo rientrò. Possiamo andare. La mattina di Natale, Emily e Matteo si alzarono prima del solito. Fecero colazione. Poi cominciarono a preparare l’ambiente. Matteo uscì per fare delle compere. Emily si mise a preparare il pranzo. Sara e Arturo sarebbero arrivati per le dodici. Alessandro sperava di farcela per l’una. Il solito ritardatario. Dopo andrò direttamente all’aeroporto. Ciao cara, a dopo. Bacio. Per un po’ non ci vedremo! Ogni volta era tremendo. Si piacevano. Si amavano. L’uomo era brizzolato con gli occhi blu e un volto dolce. Un fisico da ventenne, come diceva scherzosamente il ragazzo. Il ragazzo aveva dei grandi occhi neri e capelli lunghi. Un viso delicato. Ma un fisico virile. Ogni volta temevano di non vedersi mai più. Era una paura inconscia. Perché sarebbe finita. Lo sapevano entrambi. Era un compromesso con la realtà a cui erano stati costretti dall’ambiente. Fossero nati in Spagna o in Inghilterra, sarebbe stato tutto più semplice. Avrebbero potuto viverla liberamente la loro diversità. In Italia, invece, era tutto più difficile. Erano questi i pensieri, quando restavano abbracciati l’uno all’altro ad ascoltare la radio, in macchina prima di salutarsi e non vedersi per una o due settimane. Cercarono di scacciare quei brutti presentimenti. Si coccolarono per un altro po’ e poi si lasciarono. Gli diede un bacio e scese dall’auto. Ti chiamo io, fece il ragazzo mentre chiudeva lo sportello. L’uomo scosse il capo annuendo. Poi alzò il braccio per salutare e si allontanò. Il ragazzo ricambiò il saluto alzando il braccio a sua volta, salì nella sua macchina. Mise in moto e si diresse verso casa. Alle prime luci dell’alba Sara aprì gli occhi. Arturo dormiva. È il più bel regalo che mai avresti potuto farmi. Quanto ti amo Arturo! Nel sonno, come se nei sogni avesse percepito i pensieri di Sara, Arturo si rigirò e lei sorrise. Un viso di bimbo. Sara richiuse gli occhi e si riaddormentò. Nel buio nella stanza il display illuminò il soffitto. Alessandro allungò la mano e si portò il cellulare davanti agli occhi. Il suo editore, diceva di chiamarlo. Ma che ore sono? Cristo! Sono già le nove. Saltò giù dal letto, alzò la serranda e spalancò la finestra. Pioveva. Fece una colazione veloce, si lavò e, una volta in macchina, al primo semaforo, rispose a Guido. Sì, Guido fa come ti pare. Mi fido. Cosa? Non ti sento. Guido? Al diavolo! Alessandro digitò un messaggio, poi chiamò casa. Sì, verrò in aereo. Come? No! In macchina. No, lascio la macchina e vengo in aereo. Come? Non sento. Pronto pronto pronto. Fanculo. Alessandro gettò il telefonino sul sedile accanto con un gesti di stizza. Il display si illuminò accompagnato da un vibrazione. Il messaggio era stato ricevuto. Parcheggiò l’auto. Prese i bagagli e si diresse al check-in. Parto ora. Arrivo fra un’ora. Bacio. Alessandro. Spense il telefonino e lo ripose nello zaino. Guardare Roma e i dintorni di Roma dall’alto lo suggestionava ogni volta come fosse la prima volta. All’aeroporto gli venne incontro Matteo. Ciao papà! Alessandrino. Padre e figlio che si abbracciano. Che bella sensazione dev’essere sapere che tuo padre ti aspetta all’aeroporto per riportarti a casa. Allora Alessandrino, stai diventando uno scrittore famoso? E non chiamarmi Alessandrino! Non te la prendere, scherzo. Matteo gli sconvolse i capelli. Quando li tagliamo questi capelli? Alessandro sgranò gli occhi neri, già grandi. Come? Ma dai che scherzo! Allora? Di che si tratta? Cosa dovete dirci tu e mamma? Lo vedrai… glissò suo padre. Anzi, ora avverto mamma che stiamo arrivando. Ciao Emy… sì… fra un dieci minuti, traffico permettendo, sì, va bene, come? No! Davvero? Finalmente… ciao ciao a dopo. Indovina! Cosa? Arturo? Arturo? Ci sarà il mitico Arturo? Sì, fece Matteo cambiando espressione. Se fino a quel momento Arturo non si era mai presentato, la colpa era soltanto sua, di Matteo. E dai papà, su. Non ci pensare, il passato è passato… Alessandro aveva intuito i brutti pensieri che stava facendo il padre. Hai ragione, fece Matteo e si rasserenò. Che fortuna avere un figlio sensibile che comprendere il silenzio delle tue parole. Che bello. Come un raggio che si spazio tra nuvolaglie grigie dopo un temporale. Eccoci arrivati. Casa dolce casa. Cos’è questa novità? È la prima volta che arrivi prima di Sara. Emily era radiosa e abbraccio suo figlio sbaciucchiandogli le guance. A proposito, fece Matteo scaricando i bagagli dal cofano della macchina, Sara e Arturo? Dai a me papà, disse Alessandro. Emily allargò le braccia facendo spallucce. Sarebbero dovuti essere già qui. Provo a richiamarli. Alessandro era entrato in casa. Matteo era rimasto con le mani ai fianchi e lo sguardo interrogativo di fronte a Emily mentre la segreteria del telefonino opponeva a entrambi il solito perentorio avviso che l’utente cercato non era disponibile. Riproverò più tardi. Non risponde. Sara fissava ne vuoto con un sguardo carico di preoccupazione. Non ti preoccupare, amore. Saremo lì fra mezz’ora. Arturo era sempre pronto a contenere le ansie della sua Sara e lei ritornava serena. Chissà se mio fratello è già arrivato. Sarebbe la prima volta: la Sara che arriva dopo l’Alessandro. Arturo sorrise. Fra loro c’era una complicità e una consonanza che i loro amici invidiavano. Finalmente! Sì, pronto… stiamo arrivando! Come? Alessandro è già arrivato? Non ci posso credere. Sara si girò stupefatta verso Arturo sgranando gli occhi. Arturo era sempre più divertito. Meglio. Cominciava a dimenticare il passato. Avrebbe conosciuto Matteo come fosse la prima volta. Dai, a tra poco! Ti rendi conto, ridacchiò Sara, mio fratello è arrivato prima di me. Arturo rise. Sono felice, fece Sara. Lo sai? Vorrei poter dire ai miei genitori: mamma papà, lui è Arturo. Il prossimo anno ci sposiamo! Arturo rimase in silenzio ritornando con gli occhi davanti a sé. E perché il prossimo anno? Perché non il prossimo mese? Sara non stava più nella pelle. Si gettò ad abbracciare Arturo, che sbandò leggermente. Sara! Ora si fa un incidente. Sara era contenta matta. I loro occhi si incrociarono, i loro sguardi si intrecciarono e il semaforo rosso fu galeotto. Si baciarono come due quindicenni da tempo delle mele finché un coro infuriato di clacson gli ricordò che non era un drive-in. Un attimo… fece Arturo, perfettamente calmo, sollevando il braccio all’indirizzo dell’incarognito automobilista in coda.Stanno arrivando. Sì!!! Urlò come un ragazzino Alessandro, contento matto di rivedere la sua Saretta, questa volta sono arrivato primo! Il cagnolino abbaiò partecipando quasi all’euforia di Alessandro. Emily e Matteo scoppiarono a ridere. Vado a rinfrescarmi, nel frattempo. Matteo rimase seduto sul divano. Fu travolto da una strana sensazione. Fu un attimo. Emily gli chiese di controllare lo stufato. Il cagnolino aveva richiamato l’attenzione di Emily che si affacciò dalla camera del figlio al piano di sopra. Finalmente! Emily ripose le lenzuola che aveva tolto via dall’armadio ai piedi del letto e scese al piano di sotto. Allora? Ci volete fare entrare? La macchina di Arturo era ferma col muso contro il cancello e Sara s’era appoggiata al cancello. Sara!!! Emily pigiò il pulsante e fece aprire il cancello automatico. Sara entrò e il cagnolino le faceva le feste zampettandole tra le gambe. Lei si chinò un poco verso di lui. Mamma! Emily l’abbraccio forte. Arturo diede un colpo di clacson. Matteo trasalì e richiuse il forno. Sì… d’accordo, ti chiamo dopo, va bene… è arrivato Arturo e mia sorella. Vado a salutarli, va bene, ti richiamo dopo. Ciao. Alessandro fece rimbalzare il telefonino sul divano. Arturo sistemò l’automobile accanto a quella di Matteo. Sono arrivato prima io! Fece in tono scherzoso Alessandro e abbracciò Sara. Allora? Questa sorpresa? Chiese incuriosita Sara liberandosi dall’affetto di Alessandro. Andavano troppo d’accordo! Quando erano piccoli si difendevano a vicenda quando qualcuno di loro commetteva qualche marachella. Con calma! Vi dirò tutto a pranzo! La tranquillizzò Emily. Arturo intanto era sceso dalla sua vettura. Mamma, Alessandro, ecco Arturo. Piacere, fece lui sorridendo un po’ timidamente e allungando la destra. Emily gli strinse la mano fissandolo con tale tenerezza che lui si sciolse subito. Sono contento di conoscerla. Suvvia, dammi del tu, Arturo. Disse Emily affabile. Ciao Arturo, fece Alessandro. Sara mi parla spesso di te. Sì, lo so. Anche Sara mi parla spesso di te. Erano lì, Alessandro Arturo Sara e ad Emily pareva un sogno. Invasa da una gioia che era solo l’inizio. Su, ragazzi! Andiamo! Continueremo quando saremo a tavola. Si avviarono in casa e il cagnolino seguiva quella famiglia finalmente unita. Emily e sua figlia abbracciate, dietro di loro Alessandro e Arturo già parlavano dell’attuale mercato editoriale, di cosa scrivere e di cosa leggere. Come fossero vecchi amici, come due fratelli quasi. Arturo gesticolava e Alessandro pendeva dalle sue labbra e seguiva i suoi ragionamenti. Matteo! Ma dov’è tuo padre? Arrivo! Papà… dove sei finito? Lo vuoi conoscere Arturo o no? Arturo interruppe il suo discorso… scusa, mi squilla il telefonino. Alessandro raccolse il cellulare dal divano e si allontanò nel giardino a riprendere la telefona di prima. Emily si era spostata nell’attigua sala da pranzo e stava trasportando le pietanze in tavola. Papà! Fece Sara sgranando gli occhi di soddisfazione, ma dov’eri finito? Matteo stava scendendo le scale e Sara lo stava attendendo all’ultimo gradino. Arturo? Sara, abbracciandolo teneramente e sbaciucchiandolo, rispose che era andato a prendere i regali in macchina da mettere sotto l’albero. Come va? Bene, papà. Sono felice che finalmente tu e…. Sara! Chiamò Emily dall’altra stanza, mi vieni ad aiutare per favore? Arrivo. A tavola! Ora ti devo lasciare… come? Ma quale scuse? Mamma ci chiama! Ci sentiamo dopo pranzo! Arturo, è pronto! Arrivo, fece, curvo sul portabagagli. Alessandro s’era già seduto a tavola e sorvolava con lo sguardo le varie pietanze sfregandosi le mani dalla soddisfazione. Matteo rimase da solo sul divano ad aspettare Arturo. Arturo aveva richiuso il portabagagli e, puntando il portachiavi verso la sua vettura, inserì l’antifurto e rientrò in casa. In una mano teneva il portachiavi e con l’altra reggeva le buste dei regali. Appena udì il suono dell’antifurto, Matteo, che era rimasto seduto a giocherellare col cagnolino, si alzò dal divano e si lanciò con un gran sorriso verso l’uscio pronto ad accogliere Arturo. Arturo, che aveva girato la testa verso l’uscio dopo essersi assicurato che il cancello fosse chiuso, improvvisamente si ritrovò Matteo di fronte, immobile sulla porta. Smarrito, con il braccio destro, nell’atto di essere sollevato per il saluto, fermo a mezz’aria con un “piacere Matteo” strozzato in gola. Anche Arturo s’irrigidì a sua volta e fece un passo indietro sussultando. Balbettò qualcosa e scosse il capo con due occhi neri, già grandi, ulteriormente sgranati dalla meraviglia. Diffidente. Finalmente conosceva quell’uomo che lo aveva tanto odiato e schifato, senza averlo mai conosciuto! Dalla sala da pranzo giungevano gli urletti sghignazzanti di Sara e di Alessandro, che si davano fastidio come due bimbi. Emily rideva di cuore. Il telegiornale acceso. Pranzo di natale. Matteo e Arturo rimasero a fissarsi per un alcuni secondi. Smarriti entrambi ed entrambi contenti di… conoscersi. Il turbamento cedette alla complicità. Entrambi volevano far felice Sara. Arturo allungò la mano e Matteo gliela strinse. Tremante. Con quei due occhi blu e lucidi di gioia.Una gioia strana. Segreta. I due si abbracciarono come se si conoscessero da sempre. Come due amici di vecchia data. Emily urlò qualcosa e i due si separarono. Repentinamente. L’uomo rispose che sì, stiamo arrivando. Il ragazzo sorrise e aveva il cuore in gola. Piacere, Arturo. Rispose ironico. Come se non si fossero mai conosciuti prima di quel momento. Per fare felice Sara. Poi entrarono in casa. La porta si chiuse. L’uomo e il ragazzo, che fingevano entrambi di chiamarsi Mario, raggiunsero gli altri a tavola. Il cagnolino rimase a fuori a guaire. Sara gli aprì la porta e lo fece entrare. Lo prese in braccio e gli sussurrò: Guarda, papà e Arturo ora sono grandi amici. Gianluca Garrapa - trilogia dell'apparenza La figlia |