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James Joyce
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James JoyceJames Joyce nasce a Dublino il 2 febbraio 1882.
Seguì gli studi classici, sotto la ferrea disciplina dei Gesuiti; disciplina che lasciò un’impronta indelebile nel suo animo ed in tutta la sua opera.

In seguito si laureò nel 1902, non senza essersi segnalato per qualche saggio “battagliero” nel quale prendeva posizione a favore di Ibsen, come esempio di coscienza artistica europea, contro il teatro e gli ideali della “Rinascita celtica” capeggiata da Yeats.

Dopo la laurea, Joyce partì per Parigi, allo scopo di fare esperienza, ma l’anno successivo la morte della madre lo richiamò precipitosamente a Dublino. Purtroppo i suoi contrasti con l’ambiente nativo, basati in particolar modo su ragioni politiche e, nondimeno, letterarie, non faceva che acuirsi, quindi l’autore decise di lasciare definitivamente la sua città di origine e, nel 1904 lasciò Dublino accompagnato dalla futura moglie: Nora Barnacle.

Si recò quindi a Trieste, dove fino al 1915 visse insegnando inglese alla Berlitz School.
Nel frattempo iniziò a lavorare alle sue prime opere di rilievo: nel 1907 la raccolta lirica “Musica da camera” [Chamber music]; nel 1914 (dopo anni e anni di contrasti, dovuti alla suscettibilità dei suoi concittadi ni e del pubblico inglese) le “novelle Dublinesi”, che rappresentano il suo primo tentativo di ritrarre oggettivamente il mondo della città natale abbandonata.

 


Il capolavoro Ulisse, che non uscirà prima del 1922, nacque germinalmente come ulteriore episodio di Dublinesi, poi ampliato sino a diventarne un riepilogo grandioso; e l’autore, grazie ai suoi contatti con il mondo intellettuale triestino (in particolare con Svevo e Benco), vi lavorò già durante il suo soggiorno a Trieste.
Nel 1915 Joyce si trasferì a Zurigo, dove venne rappresentato nel 1918 il suo dramma “Esuli”. L’anno seguente venne pubblicato a New York il suo romanzo parzialmente autobiografico “Dedalus”.

Nel 1920, stabilitosi a Parigi, trovò largo appoggio ed incoraggiamento nella colonia letteraria anglosassone e, grazie agli sforzi diSylvia Beach, pubblicò il suo lavoro più grande: “Ulisse”, il libro che narra Joyce e Dublino in chiave naturalistico-simbolica. La reazione del puritanesimo al romanzo fu tale che questo fu bandito e, solo nel 1933, un illuminato giudice americano (Woolsey) tolse il bando gravante su tale opera.

Nel 1941 Joyce morì a Zurigo, dopo aver pubblicato un’altra raccolta di notazioni liriche “Poems Penyeach” e “La veglia di Finnegan” ( del 1939), un colossale tentativo di prosa-fiume a piani multipli, unico nel suo genere per l’arditezza linguistica. Anche qui, protagonista è Dublino.
Nonostante la sua polemica con Yeats, l’irlandese auto-esule non riusciva a pensare che alla sua amata/odiata irlanda.

Il posto occupato da Joyce nella letteratura occidentale del nostro secolo è sicuramente di prima grandezza.
Non è un poeta lirico particolarmente ispirato, ma come narratore è senza dubbio il più originale del novecento.

La sua narrativa prese avvio dall’esperienza naturalistica di stampo flaubertiano, ma si spinse notevolmente oltre sino a diventare uno stile originale. la sua prosa si stagliava già con “Dublinesi” in un rigore oggettivo aperto all’aura simbolica tanto da gareggiare per delicatezza con Cechov,e col “Dedalus” sbocciava in una maturità completa.
Dopo, “Ulisse” l’autore arricchì ulteriormente l’inquietudine sperimentale spingendola verso quei limiti di estrema disgregazione che dovevano culminare ne “La veglia di Finnegan”, e per quanto sia ormai chiaro che in quest’ultima avventura lo scrittore aveva “passato il segno”, rovesciando in ermetica involuzione la sua maestria linguistica, anche questa opera è presa ad esempio nella cultura contemporanea come stimolo vivacissimo.

Poeti d’una generazione successiva come Hart Crane, McDiarmid e Dylan Thomas hanno attinto a piene mani all’esempio joyciano, mentre coetanei come T.S. Eliot ed Ezra Pound o Gertrude Stein si riconoscevano nell’irlandese per una palese affinità di atmosfera; e per narratori come Virginia Woolfe William Faulkner egli à costituito una spinta determinante.
Joyce è senza dubbio il massimo esponente dello “stream of consciousness”, flusso di coscienza o monologo interiore, misto ad una ricerca espressiva ed una struttura linguistica senza pari.