| Giovanni Pascoli |
|
Nel 1895 Pascoli riuscì ad avere un incarico all’Università. E’ la facoltà di lettere di Bologna che lo chiama per insegnare grammatica greca e latina.Il poeta però rientra a malincuore a Bologna, città dove aveva sofferto e patito in solitudine nel 1897 ottiene la cattedra di letteratura latina all’Università di Messina ed in questa città soggiorna fino al 1903; alternando periodi di lavoro con periodi di riposo in una casetta a Castelvecchio di Barga, presso Lucca, edificio acquistato con il valore delle medaglie d’oro vinte ad Amsterdam. L’anno dell’arrivo a Messina è anche l’anno di pubblicazione del secondo volume di versi: i “primi poemetti”. sempre Messina Pascoli si occupa dei volumi di critica dantesca: “Minerva Oscura” del 1898, “Sotto il velame” del 1900 e “La mirabile visione” del 1902. Nel 1903 ottiene il trasferimento all’Università di Pisa e nei tre anni di soggiorno più sano pubblica due altri volumi di versi: “i canti di Castelvecchio” del 1903 e i “poemi conviviali” del 1904. Nel 1904 Carducci lascia l’insegnamento di letteratura italiana all’Università di Bologna e, dopo varie polemiche, è chiamato a succedergli Giovanni Pascoli. La responsabilità di questa investitura come successore di Carducci, il maggiore desiderio di impegnarsi nella poesia civile allontana il poeta dalle sue prime opere. Il 1906 è l’anno di pubblicazione di “Odi e inni” a cui seguiranno “Pensieri e discorsi” (1907), “canzoni di Re Enzio” (1909), “poemi italici” (1911) ed infine i “Poemi del risorgimento” opera che uscirà postuma nel 1913. Queste opere, a detta di molti critici, mancano dell’ispirazione e della freschezza presente ad esempio nei “canti di Castelvecchio”. Eppure, sebbene la poesia in lingua italiana di quell’epoca abbia subito un calo di tono, la stessa cosa non si può dire per le liriche latine di quegli anni, in cui Pascoli riversa tutta la sua ispirazione in particolar modo citiamo i “Poemata christiana” e, tra essi, l’opera considerata il capolavoro di Pascoli: “Thallusa” del 1912. La poesia di Giovanni Pascoli si inquadra in quel complesso movimento che è il decadentismo. Il poeta ama le sensazioni raffinate, suggestive, però, a differenza degli altri poeti decadenti, ripudia gli accessi morbosi… gli smarrimenti. La poesia di Pascoli non è una poesia morbosa, ma al contrario una poesia “sana”, poiché ritrova nella purezza della natura quello di cui il suo animo è privo. Già con le “Myricae” si afferma quella poetica che il Pascoli designerà come “del fanciullino” (ovvero il poeta è un fanciullo che apre gli occhi alla vita e vede intorno a sé cose nuove e meravigliose si incanta ad ammirarle). Pascoli crea un mondo nuovo e, soprattutto,un nuovo linguaggio poetico che avrà una grande influenza su tutta la poesia italiana del ‘900. Finché il Pascoli rimase fedele a questa sua poetica del “fanciullino” raggiunse elevatissime vette poetiche, ma quando il fanciullo si volle far uomo e celebrare i miti greci nei “poemi conviviali” o le glorie italiche in “Odi e inni”, perse tutto il suo calore di immaginazione che scaturiva dall’analisi di piccole cose e di sensazioni provenienti dal paesaggio. Sono molti i temi poetici espressi dalla lirica di Pascoli il motivo del mistero dinnanzi all’infinito universo; il motivo della morte, non tanto intesa romanticamente ma come ricordo che si reca dentro di sé; ricordo di anni lontani ma presenti al cuore; il motivo dell’infanzia. La poesia di Pascoli crea in questa direzione tutto un mondo nuovo di sensazioni e intuizioni e crea, soprattutto,un linguaggio poetico nuovo, nel quale la poesia contemporanea trova proprio punto di partenza. Giovanni Pascoli morirà a Bologna il 6 aprile 1912
|

Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli) il 31 dicembre 1855.